La recensione al libro di Rita Maione “Dal restauro alla contraffazione. Crimini a regola d’arte”

https://scriptura.it/libri/dal_restauro_alla_contraffazione.html?fbclid=IwdGRzaATm9uhjbGNrBOb24nBkb2YFZXh0bgNhZW0CMTEAc3J0YwZhcHBfaWQMMzUwNjg1NTMxNzI4AAEeGmK2F9niYMeWSwQMUhOcuWRgNsqIFdwC99Uf-TQ8B_X7RM2PqXqWCIlGYSU_aem_Fa7_jlDkjR0HMPEraykqHA&sfnsn=scwspwa

di Angelo De Nicola
Ho letto l’impianto del volume, la premessa e l’introduzione, i passaggi teorici sul restauro e sulla contraffazione, la parte giuridica, i casi concreti e soprattutto le conclusioni. Il punto forte, secondo me, è che non è un libro semplicemente sul falso d’arte: è un libro sul confine, molto più inquietante, tra il gesto che salva un’opera e quello che ne altera l’identità. Quando restaurare può diventare falsificare: il confine sottile raccontato da Rita Maione.
Ci sono mestieri nei quali la competenza tecnica rappresenta una garanzia. E ce ne sono altri nei quali, paradossalmente, una competenza straordinaria può trasformarsi anche in un’arma. Il restauratore appartiene a entrambe le categorie. Può salvare un’opera d’arte dalla distruzione, restituirle leggibilità, accompagnarla nel futuro. Ma possiede anche le conoscenze, i materiali e la manualità per modificarla, invecchiarla, attribuirle un’altra storia e, nel caso estremo, trasformarla in qualcosa che non è mai stata.
È precisamente dentro questa zona di confine che Rita Maione conduce il lettore in “Dal restauro alla contraffazione. Crimini a regola d’arte”, pubblicato dalle Edizioni Scriptura. E già il titolo contiene una felice contraddizione: quella «regola d’arte» che dovrebbe certificare la correttezza dell’intervento diventa, nelle mani sbagliate, la regola attraverso la quale costruire l’inganno.
Il punto di partenza è semplice soltanto in apparenza: quando un’opera d’arte è davvero autentica? Una firma, una tela antica, una patina coerente, un pigmento compatibile con l’epoca possono rassicurare. Ma nessuno di questi elementi, preso isolatamente, basta. L’opera va piuttosto trattata quasi come una scena del crimine: interrogata, analizzata, confrontata, sottoposta alla verifica incrociata degli indizi. È il principio della criminologia dell’arte richiamato nella premessa al volume: non confondere «la somiglianza con la verità», perché la verità peritale nasce dalla combinazione delle tracce, non dall’impressione prodotta da una sola di esse.
Ed è forse questa la parte più interessante del libro, anche per chi non appartiene al mondo degli specialisti. La Maione ci costringe progressivamente a cambiare lo sguardo. Davanti a un quadro non esiste soltanto ciò che vediamo. Esiste ciò che è accaduto a quel quadro: la materia originaria, le trasformazioni subite, i restauri, le ridipinture, le aggiunte, le cancellazioni, le firme e persino le manipolazioni della sua storia documentaria.
L’Autrice può affrontare questo territorio da un punto di osservazione privilegiato. Restauratrice e conservatrice, funzionaria del Ministero della Cultura nei Musei Archeologici Nazionali di Chieti, ha alle spalle anche un’esperienza nel Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. È dunque, per formazione e professione, contemporaneamente dalla parte dell’opera e dalla parte dell’indagine.
Il libro parte da lontano, ricostruendo la storia del restauro, perché prima di comprendere la falsificazione occorre capire quanto sia cambiata nei secoli l’idea stessa di conservare un’opera. Da Vasari a Cesare Brandi, passando attraverso le diverse concezioni della reintegrazione, della patina e della reversibilità, emerge una questione fondamentale: restaurare non significa riportare un’opera a un’impossibile giovinezza. Significa assumersi la responsabilità di intervenire sulla sua storia. Nel pensiero brandiano, che costituisce uno degli assi teorici del volume, il restauro è infatti un atto critico e ogni integrazione deve essere riconoscibile, rispettosa della materia originale e, per quanto possibile, reversibile.
Ed è proprio qui che il discorso cambia improvvisamente segno. Gli stessi strumenti che permettono di restaurare possono consentire di falsificare. Le stesse conoscenze che aiutano a riconoscere l’autenticità possono servire a simularla. Un pigmento può integrare una lacuna oppure costruire un falso; una patina può essere conservata oppure artificialmente riprodotta; una firma può documentare una paternità oppure inventarla. E spesso, come dimostra la Maione, il falso più insidioso non è neppure l’opera costruita interamente da zero. È l’oggetto autentico manipolato: un’opera minore “nobilitata” attraverso una firma prestigiosa, parti antiche assemblate o modificate, interventi capaci di spostare cronologia, attribuzione e valore commerciale.
Qui il volume acquista quasi il ritmo di un’indagine. Dopo aver fornito al lettore gli strumenti per comprendere il problema- dalle tecniche artistiche alla diagnostica, dal ruolo del restauratore a quello del diagnosta, fino alla disciplina giuridica- la Maione porta in scena le «storie vere»: alterazioni e abbellimenti, ritagli e pasticci, rifacimenti, sostituzioni e problemi di autenticazione archeologica. È una scelta narrativa efficace perché la teoria viene messa alla prova dei fatti.
Particolarmente emblematico è il caso dell’indagine avviata nel 2024 dai Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale che conduce a un laboratorio clandestino di pittura a Roma, formalmente laboratorio di restauro. Secondo la ricostruzione riportata nel volume, vi vengono rinvenuti materiali, strumenti e documentazione utilizzati per realizzare opere e costruirne la falsa autenticità; l’indagine nasce anche dal commercio online di lavori dubbi e porta sulle tracce di un restauratore capace di studiare firme e tecniche e di rielaborare opere autentiche grazie alle proprie capacità artistiche.
È quasi il paradosso perfetto intorno al quale ruota l’intero libro: chi possiede gli strumenti migliori per difendere l’autenticità, potenzialmente possiede anche quelli migliori per violarla.
La Maione non cade però nella facile demonizzazione della figura del restauratore. Al contrario. Ne sottolinea la responsabilità proprio perché ne riconosce la centralità. Il discrimine non è la tecnica, ma lo scopo, la trasparenza, la documentazione dell’intervento e, infine, l’etica professionale. Anche sul piano giuridico il passaggio è decisivo: il restauro correttamente eseguito non costituisce illecito; altra cosa è un intervento compiuto con l’intenzione di ingannare, alterare o confondere l’identità dell’opera.
E qui il libro supera la dimensione del manuale specialistico.
Perché dietro il falso d’arte c’è una domanda assai più grande sul nostro rapporto con l’originale. Perché attribuiamo un valore enorme a una tela dipinta da una determinata mano e quasi nessuno a una copia tecnicamente indistinguibile? Dove risiede l’autenticità: nella materia, nel gesto dell’artista, nella provenienza, nella storia dell’oggetto? E soprattutto: quanto pesa il mercato nella costruzione di quella verità?
Sono domande che attraversano sotterraneamente tutto il volume. La contraffazione, infatti, non produce soltanto un danno economico. Può alterare cataloghi, collezioni, attribuzioni e studi, fino a introdurre una menzogna nella stessa ricostruzione della storia dell’arte.
Nelle conclusioni la Maione arriva così al cuore della questione: il confine tra restauro e falsificazione è «labile» e dipende in misura decisiva dalla trasparenza e dalla documentazione dell’intervento. Per difendere quel confine occorre una rete nella quale dialoghino storici dell’arte, restauratori, laboratori scientifici e forze dell’ordine, ma serve anche una maggiore consapevolezza di collezionisti e acquirenti.
È questo, a mio giudizio, il merito maggiore di Dal restauro alla contraffazione: raccontare il patrimonio culturale non come qualcosa di immobile, custodito una volta per tutte nei musei, ma come un organismo fragile la cui identità deve essere continuamente verificata e difesa.
Alla fine della lettura resta un’immagine. Quella del restauratore davanti all’opera, nel momento in cui deve decidere se aggiungere o sottrarre, intervenire oppure fermarsi. Rita Maione scrive che restaurare significa anche «scegliere, talvolta rinunciare». È forse la frase che meglio riassume tutto il libro. Perché la distanza tra conservazione e contraffazione può essere infinitamente piccola. A separarle non è necessariamente la mano che interviene, e qualche volta neppure la tecnica utilizzata.
A separarle è il rispetto della verità.
E nell’arte, come nella vita, è proprio quando una menzogna è costruita alla perfezione che diventa più difficile- e più necessario- riconoscerla.
L’Aquila, 10 agosto 2026

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *