Due Porte Sante, un cammino condiviso

È stato un onore per me parlare della Perdonanza Celestiniana e dei suoi significati, su invito dell’assessore comunale dell’Aquila Ersilia Lancia, a Morro d’Oro (Te) nel convegno seguito alla cerimonia di apertura della Porta Santa della bellissima chiesa di Propezzano

“Moda & Cultura nel Tempo” con 50&PIU’

Grande successo per “Moda & Cultura nel Tempo”: L’Aquila celebra le sue radici tra eleganza, storia e il talento degli studenti
L’AQUILA, 18 MAGGIO 2026 – Si è conclusa con successo la manifestazione “Moda & Cultura nel Tempo”, l’evento ideato e promosso da 50&Più L’Aquila in collaborazione con Confcommercio e il patrocinio delle autorità locali, e con la direzione Artistica Di Paolo del Vecchio. Una domenica, quella del 17 maggio, che ha trasformato il cuore della città in un palcoscenico a cielo aperto, unendo la riflessione storica alla spettacolarità dei quadri moda.
La giornata ha avuto inizio presso l’Auditorium del Parco, dove i saluti istituzionali del Vicepresidente vicario nazionale 50&Più, Sebastiano Casu, e della presidente di 50&Più L’Aquila, Dina Piperni, hanno dato il via alle celebrazioni, Presentato da Paolo del Vecchio e Melania Fonte. Particolarmente toccanti le “Riflessioni Storiche” curate dal giornalista Angelo De Nicola e dall’attore Corrado Oddi, che hanno ripercorso le figure di San Francesco e Celestino V, simboli spirituali della comunità aquilana.
Uno dei momenti più significativi della mattinata è stata la cerimonia di premiazione del concorso letterario rivolto alle Scuole Secondarie di I grado del Comune di L’Aquila. Il concorso – dal titolo Intervista ad un personaggio storico di fantasia o di attualità della città dell’Aquila – ha visto i ragazzi cimentarsi nel racconto del territorio, dimostrando una profonda sensibilità verso le tradizioni cittadine. Alla presenza dei dirigenti scolastici, a cui sono stati consegnati gli attestati di partecipazione, sono stati proclamati i vincitori scelti dalla Giuria (componenti: Dina Piperni, Alessandro Maccarone per il Comune dell’Aquila, Sandro Cordeschi, Abramo Frigioni, Alessio Rancitelli, Maria Gabriella Martignetti e Angelo De Nicola):
1ª Classificata: Viola Mosca (Classe II F, Scuola Media Mazzini)
2ª Classificato: Elias Mahmuyay (Classe II, Istituto Comprensivo Giosuè Carducci)
3ª Classificata: Elena Iiuliano (Classe II I, Istituto Comprensivo Giosuè Carducci).
Ecco tutti gli alunni che hanno partecipato: Benvenuto Giorgio (Istituto comprensivo Giosuè Carducci classe II I), Capannolo Francesco (Istituto comprensivo Giosuè Carducci classe III D), Castellano Beatrice (Istituto comprensivo Gianni Rodari classe III A), Cecala Giulia (Scuola secondaria di primo grado Barbara Micarelli classe III), De Felice Laura (Istituto comprensivo Giosuè Carducci classe III D), Giansante Aurora (Istituto comprensivo Gianni Rodari classe III A), Giorgi Agostino (Scuola secondaria di primo grado Barbara Micarelli classe III), Iannini Eleonora (Istituto comprensivo Gianni Rodari classe III A), Martinez Angelo (Istituto comprensivo Giosuè Carducci classe II H), Morisi Nicoletta (Istituto comprensivo Giosuè Carducci classe II H), Panella Elena (Istituto comprensivo Gianni Rodari classe III A), Pilone Mirko (Scuola secondaria di primo grado Barbara Micarelli classe III), Ricci Giorgia (Istituto comprensivo Giosuè Carducci classe II H), Scimia Marco (Scuola secondaria di primo grado G. Mazzini classe II F), Smargiassi Matilde (Istituto comprensivo Giosuè Carducci classe III D), Volpe Leonardo (Scuola secondaria di primo grado G. Mazzini classe II F).
«Vedere i giovani così coinvolti è la nostra vittoria più grande», ha dichiarato la Presidente Dina Piperni. «Sono loro i custodi della nostra memoria. Il filo rosso che unisce passato e presente si è manifestato oggi attraverso le loro parole e il loro entusiasmo».
Nel pomeriggio nel piazzale antistante il Castello Cinquecentesco Paolo Del Vecchio e Ada di Ianni hanno dato il via all’evento , animato dai balli di gruppo e dalle straordinarie voci di Maria Teresa Reale (vincitrice di The Voice Senior) e della giovanissima Angelica Montanaro. Il culmine dell’evento è stata la sfilata narrativa: un racconto iconico della città attraverso quadri moda tematici di Angelo De Nicola che hanno omaggiato la Basilica di Collemaggio, la Fontana delle 99 Cannelle e i costumi medievali di Palazzo Branconio. Grande emozione per il passaggio dell’Abito Tricolore sulle note dell’Inno di Mameli, un simbolo di unità e resilienza. La manifestazione si è chiusa in un clima di festa e identità collettiva con il brano “L’Aquila Bella Me’”, eseguito dal Coro Polifonico Tempera diretto dal Maestro Carlo Morelli, che ha coinvolto tutto il pubblico presente in un ideale abbraccio alla città.

RASSEGNA STAMPA:

https://www.abruzzodaily.it/news/citta/laquila/laquila-moda-cultura-nel-tempo-unintera-domenica-fra-divertimento-sfilate-e-musica/6122

https://www.ilcapoluogo.it/2026/05/18/moda-e-cultura-nel-tempo-costumi-storici-e-voci-dabruzzo-con-gli-studenti-protagonisti

LA REGISTRAZIONE DELL’EVENTO:

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Intervista a uno di tre fondatori dell’Uovo, Totò Centofanti

Ecco il testo della mia intervista a Totò Centofanti, scomparso oggi, pubblicata dalla Rivista ”Senzatitolo”, n.13 del Settembre 2008:
Trent’anni. Non sono una svolta simbolica come i 25 o 40. Eppure rappresentano, in qualche modo, un passaggio importante. A ben rifletterci, i trent’anni, ancor più dei 25, danno la stura a riflessioni più profonde (chi sono? chi siamo? dove andiamo? ce l’abbiamo fatta? ce la faremo?) a cui, però, proprio perché non sono 40 nè 50, non sappiamo dare delle risposte compiute: balbettiamo.
Perciò, con Totò Centofanti, uno dei tre fondatori dell’Uovo con Maria Cristina Giambruno e Antonio Massena in quel 19 agosto del 1978 (questa, almeno, è la data dell’atto davanti a notar Ciancarelli), ho deliberatamente evitato l’intervista canonica, istituzionale, convenzionale.
L’ho provocato. Ricorrendo a Marcel Proust e ad una libera interpretazione del suo noto “Questionario”. Ne è venuta fuori una sorta di seduta psicoanalitica in cui i ruoli si sono spesso confusi, invertiti, fusi. E Totò è sembrato a suo agio sia nella parte del “paziente” che in quella dell’“analista”, sia col taccuino in mano che disteso sul lettino. Avremmo potuto anche metterlo in scena, il colloquio, intitolandolo, magari, “T(r)entenni”.
Ecco cosa ne è venuto fuori. Con una preghiera: rifacciamola per il quarantennale.

Il tratto principale dell’Uovo
L’utopia. Che è poi quella che l’ha fatto nascere trent’anni fa. Siccome non ci piaceva la dimensione dell’andare a teatro, ci dicemmo: perchè non ce lo costruiamo noi, un pubblico? Di qui la scelta, strategica ma inevitabile, di puntare sui giovani, sull’innovazione, sulla ricerca. Un’utopia che resta il tratto principale dell’oggi: la velleità di fare teatro mantenendo l’autonomia dalla politica. Se resisteremo? In uno dei nostri spettacolo cui, non a caso sono più affezionato, “Facciamo che Pinocchio era un burattino”, ad un certo punto Mangiafuoco dice: ”Ahimè, il teatro chiude per mancanza di idee”.
La qualità che desideri del teatro
L’autenticità. Il teatro è finzione, certo. Ma se l’attore non riesce a trasmettere emozioni autentiche allo spettatore, la magia non si compie. Nel suo training, l’attore deve essere autentico.
Quel che apprezzi di più in un attore
Appunto il trasfert delle emozioni allo spettatore. Certo, l’attore è uno e gli spettatori sono tanti. Ecco, se l’attore non è capace di far questo, è meglio che se ne stia a casa.
Il principale difetto dell’Uovo
Di sicuro questa istanza di autonomia e indipendenza. Sarebbe molto più facile “corteggiare” la politica.
Il sogno di felicità dell’Uovo
La continuità. Che cioè questa utopia vada avanti anche dopo di noi riuscendo sempre a trovare le attenzioni necessarie per darsi continuità.
Quale sarebbe la più grande disgrazia per l’Uovo
Appunto che chiuda, che finisca l’utopia. E questo non lo dico per me o per altri “padri” e “figli” di questa idea, ma perchè il venir meno significherebbe la fin di una filosofia di vita che non è soltanto la nostra.
Quel che vorrebbe essere l’Uovo
Vorrebbe essere una realtà in una realtà diversa. L’Uovo vive due realtà. Quella prettamente aquilana e quella, chiamiamola così, esterna alla città. Abbiamo scalato i vertici e la nomina di Antonio Massena a presidente nazionale dell’Antac (Associazione nazionale teatri d’arte contemporanea) lo testimonia. Abbiamo anche raggiunto una certa stabilità (tranne che il Comune dell’Aquila non voglia rinnovarci l’ormai “storica” convenzione per il San Filippo). Ma auspichiamo una maggiore chiarezza nell’essere e nel fare cultura in questa città, in questa regione, in questo Paese.
Lo spettacolo che preferisci
L’ho già detto: il nostro “Facciamo che Pinocchio era un burattino”. In quello spettacolo abbiamo fatto gli attori, i tecnici, i facchini. E in quella dimensione pioneristica, abbiamo lasciato un segno, la traccia, di quello che l’Uovo sarebbe stato. Usammo, ad esempio, in maniera innovativa le immagini sul palcoscenico: oggi lo fanno tutti.
Lo spettacolo che ami
Due: il Faust e il Don Giovanni. Che poi sono stati il terreno di cultura del mio maestro, Nicola Ciarletta.
L’autore preferito
Eduardo, über alles.
Poeti preferiti
Lorca, Quasimodo, Neruda.
Il tuo eroe nella finzione
Faust e Don Giovanni: il primo per il suo patto col diavolo, l’altro non certo come donnaiolo ma come rivoluzionario.
Le tue eroine nella finzione
Le donne di Shakespeare.
I compositori preferiti
Mozart e Beethoven.
I pittori preferiti
Direi il Rinascimento italiano, tutto.
L’eroe nella vita reale
Non credo negli eroi. “Povero quel paese che ha bisogno di eroi” ha detto Brecht.
Il tuo nome preferito
Giada. Allora era fuori dagli schemi. Qualcosa di molto, molto prezioso, come volle Cristina.
Quel che detesti più di tutto nel teatro
L’approssimazione ed il volgare scopiazzamento.
Il personaggio storico più disprezzato
Hitler, senza dubbio.
Il dono di natura che vorresti avere
La sfacciataggine.
Come vorresti morire
Sereno.
Stato d’animo attuale
Alla ricerca dell’utopia.
Le colpe che ti ispirano maggiore indulgenza
Tendenzialmente sono molto indulgente: ritengo che chiunque debba avere una seconda possibilità. Comunque, sono indulgente verso chi soffre e chi fa qualcosa per reagire ad un’ingiustizia.
Il tuo motto
Portare sempre il cuore oltre l’ostacolo.
Grazie!
Grazie a te!
Angelo De Nicola

La scomparsa di Carlo De Nicola

https://www.ilcapoluogo.it/2026/05/05/lutto-a-laquila-addio-a-carlo-de-nicola

https://www.improntalaquila.com/2026/05/05/laquila-addio-a-carlo-de-nicola-padre-del-giornalista-angelo

https://www.abruzzodaily.it/news/citta/laquila/laquila-e-morto-carlo-de-nicola-il-papa-del-giornalista-angelo/5765

AVEZZANO – Caro Angelo, come dar luogo a una testimonianza così intensa e pur carica di emozioni? Parto dal fatto che esattamente dieci anni fa tu partecipasti all’ultimo saluto a mio padre assieme al sindaco di Avezzano Di Pangrazio e a Maria Teresa Letta che proclamò il Vangelo. Personaggi illustri ma mai così vicini quanto tu stesso che c’eri lì e che hai fatto parte della mia quotidianità per tanto tempo. E per questo conosco le tue ansie per quanto riguarda la salute di tuo padre e l’obbligo di non far pesare l’assistenza sulle spalle di tuo fratello. Conosco la tua storia e l’influenza di moralità e di gestione dell’esistente che hanno avuto i tuoi genitori sulla tua formazione che è stata ed è eccezionale. Se tu sei nella vita quello che anche i tuoi genitori ti hanno dato comprendo la grandezza di animo dei tuoi, ora scomparsi. Caro Angelo il padre non si dimentica e non lo dimentico neanche io perché ha lasciato te. Non sei comparso neanche questa ultima volta sul giornale che è stato nostro ma è certo che il pusillanime emerge anche e principalmente quando gli uomini dai quali hanno ricevuto molto sono paradossalmente allontanati. Ma io ho il compito di testimoniare su uno scritto quanto questa elisione continui ad essere ingiusta e pezzente. Partecipo al tuo dolore per tutte queste ragioni che ti testimonio e che spero tu possa estendere anche a Camilla e Raffaella. Certo tenendo presente che mio padre se ne è andato dieci anni or sono è evidente che io non riesca a salire sull’auto con la stessa facilità che ti spinse a raggiungere Avezzano in  quell’occasione: semplice, ho dieci anni in più e vado verso i 77 e  faccio la spola tra i nipoti di Roma e Rocca San Giovanni. Mi dispiace non passare oggi da te per l’ultimo saluto ma tu capirai anche il perché. Un caro abbraccio con un  po’ di lacrime. Tuo Pinuccio

6.05.’26

Si rinnova a Tornimparte il rito di “Ju Calenne”

Articolo per il quotodiano Il Centro del 30 aprile 2026:
C’è un momento, nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio, in cui il tempo sembra arretrare nell’area sabina del territorio dell’Aquilano. Le luci si abbassano, il paese trattiene il respiro e un gruppo di uomini si incammina verso il bosco. Non è una rievocazione. È un rito. Antichissimo. Vivo. Si chiama “ju Calenne” e a Tornimparte torna, puntuale, a raccontare una storia che non è mai finita.
Non è folklore da cartolina. È un gesto collettivo che tiene insieme memoria e presente, fatica e appartenenza. Perché tutto comincia molto prima della notte. Nei giorni precedenti si sceglie l’albero (il cui proprietario, per antica consuetudine, non potrà lamentare il “furto”), si affilano le asce (e, oggi, si accende anche la motosega…), si prepara il gruppo. Sono gesti che si ripetono da secoli e che hanno un ordine preciso, quasi sacro: «Ogni cosa deve essere svolta secondo regole che non possono essere sovvertite», perché il rito è fatto di tempi e dignità che i “vecchi” guidati da “Sardella” (Vincenzo Gianforte), e sotto l’egida dalla Pro Loco di Tornimparte del presidente “Tanassi” (Domenico Fusari), cercano di tramandare con pazienza alle giovani generazioni.
Poi si parte. Il cammino verso il bosco è già comunità: rinsalda legami, ne crea di nuovi, mette insieme generazioni diverse. Gli anziani guidano, i giovani ascoltano. Quando si arriva davanti all’albero prescelto, il silenzio lascia spazio al lavoro. Il taglio non è solo tecnica, è rispetto: la natura «ha insegnato all’uomo che occorre avere attenzione», e così ogni colpo d’ascia è misura e responsabilità.
Quando il tronco cade, con un tonfo pieno e definitivo nel buio squarciato dalle torce, si apre la fase più intensa: il trasporto. È qui che il rito si fa prova. «Come possiamo alzare questo grosso albero?», si chiedono i nuovi. La risposta è nella comunità. Braccia che si incastrano, passi che si sincronizzano, voci che si chiamano. E all’improvviso il peso si solleva. Non è forza individuale: è una somma che moltiplica. È l’esperienza concreta di cosa significhi essere parte di qualcosa di più grande.
L’albero, ormai “calenne”, arriva in paese. Sul sagrato della chiesa di San Panfilo, nella frazione di Villagrande, col benestare di un parroco (don Cristoforo Simula) attento e rispettoso delle tradizioni, si compie l’alzata, complice anche una buca realizzata all’uopo.
È un momento lungo, teso, seguito da tutti. Urla, corde, scale, emozioni sotto la guida esperta di “Bobbò” (Gianni Angelini). Il rito è compiuto. Il tronco svetta, visibile da lontano con un tricolore come pennacchio, segno tangibile di una comunità che si riconosce. Da quel momento inizia la festa, che attraversa la notte fino all’alba, tra racconti, fuoco e promesse per l’anno successivo. E il calenne resterà lì, issato, fino al giorno dell’Ascensione, oggetto di sguardi, commenti e persino rivalità tra frazioni e paesi.
Ma fermarsi alla cronaca significherebbe perdere il senso profondo. Perché questo rito affonda le radici in una dimensione molto più ampia. Gli studi antropologici lo collocano dentro i riti arborei primaverili diffusi in tutta Europa, legati al ciclo della vegetazione e alla rigenerazione della natura. L’albero, in queste pratiche, è molto più di un elemento naturale: è un simbolo fallico, di unione tra terra e cielo, tra umano e sacro, tra individuo e comunità. Di speranza di fertilità della terra dopo il duro inverno.
Non è un caso che questi riti resistano ancora oggi. Come osserva l’antropologa Lia Giancristofaro, le tradizioni non sopravvivono per inerzia, ma perché continuano a essere scelte nel presente: funzionano come “memoria utile” e come strumenti per rafforzare l’identità collettiva in un mondo sempre più omologato. Ripetere il rito significa, in fondo, addomesticare il tempo, trasformare l’incertezza in gesto condiviso, la paura in comunità.
AncheAlfonso Di Nola, nelle sue riflessioni sui riti arborei, individua in queste pratiche una stratificazione culturale complessa: elementi pagani, simbolismi legati alla fertilità, successivi adattamenti cristiani. Un intreccio che non si è mai risolto del tutto, ma che proprio per questo continua a vivere, adattandosi senza perdere il nucleo originario.
A Tornimparte, tutto questo non è teoria. È esperienza concreta. È il momento in cui la comunità si riconosce in un gesto collettivo che supera le divisioni, le generazioni, persino il tempo storico. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla frammentazione, il calenne impone lentezza, coordinazione, presenza. Richiede fatica, impegno, gratuità. E proprio per questo restituisce qualcosa che altrove si è perso.
C’è un dettaglio che colpisce più di altri. Non è l’albero, non è la festa, non è nemmeno la notte. È lo sguardo dei partecipanti durante il trasporto. In quell’istante non c’è spettacolo, non c’è pubblico. C’è solo una comunità che si misura con un peso reale, tangibile. E che scopre, ancora una volta, di poterlo sollevare.
È lì che il rito smette di essere passato. E diventa, ostinatamente, presente. A Tornimparte, “il Comune dove gli alberi camminano”.
Angelo De Nicola

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