Morto a 97 anni l’ex rettore e partigiano Giovanni Schippa

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Giovanni Schippa

Il mio articolo oggi sul Messaggero (Edizione Abruzzo) sulla morte dell’ex rettore Giovanni Schippa

L’AQUILA Nelle ultime volontà, aveva chiesto che la sua morte fosse resa nota a esequie avvenute. Giovanni Schippa, il professor Schippa, morto l’altra notte a 97 anni, non aveva evidentemente considerato che sarebbe stato impossibile contenere l’onda emotiva della scomparsa di uno dei “padri” dell’Università dell’Aquila, uno dei protagonisti della città e dell’Abruzzo nel secondo Dopoguerra fino agli ultimi giorni.

Cinquantatre anni fa, infatti, nel 1967, Schippa veniva nominato, su chiamata di Vincenzo Rivera, Ordinario di Tecnologia dei materiali e chimica applicata presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università dell’Aquila di cui, di lì a poco, diverrà preside per dieci anni (1971-1981) per poi ricoprire il ruolo, per quattordici anni, di indimenticato Rettore (1981-1995) con all’attivo oltre cento libri e pubblicazioni scientifiche.

Partigiano combattente con il grado di sottotenente, professore emerito dell’Università dell’Aquila, laurea in Chimica, laurea honoris causa in Ingegneria Chimica, ex presidente (il primo) della Fondazione Carispaq, era Medaglia d’oro del Presidente della Repubblica per meriti nel campo della cultura e della scuola, Cavaliere di Gran Croce, ed ha avuto l’Ordine della Minerva dell’Università D’Annunzio.

Classe 1923, nato a Perugia, ha passato l’infanzia a Passignano sul Trasimeno, poi ha vissuto a Roma e L’Aquila dove ha scelto di rimanere. E nella sua casa in via Strinella, è morto l’altra notte, nel sonno. «Il non aquilano Schippa ha avuto per l’Università dell’Aquila un ruolo addirittura più rilevante dell’aquilano Vincenzo Rivera» (il parallelo lo fece Guido Polidoro): è stato un protagonista attivo di tutte le trasformazioni positive dell’Ateneo.

Con lui rettore, l’Università dell’Aquila si è imposta come risorsa culturale, scientifica, sociale che ha rappresentato e rappresenta un elemento di forza in una città piegata dal sisma del 2009. Ha più di un merito nella valorizzazione e nello sviluppo dell’Università aquilana avendo prospettato e realizzato, da rettore, la simbiosi perfetta tra l’immagine dell’Ateneo e quella della città. Senza mai strafare, come è accaduto altrove per altre Università, non ingenerando mai il sospetto di un’ingerenza indebita nel presente e nel futuro della città e del comprensorio.

Ciò nonostante, Schippa ha imposto un’Università sempre presente. Che ha incalzato, stimolato, proposto programmi, progetti e obiettivi, ha lavorato accanto a politici e amministratori, in una parola ha “governato” nel senso più ampio del termine, collocandosi sempre un passo dietro l’autorità istituzionale. Può darsi sia stato solo frutto di calcolo politico, ma Schippa ha avuto comunque l’indubbio merito di dare più spessore alla legittimità delle istituzioni, contemporaneamente accumulando un credito di fiducia, da parte delle istituzioni stesse, di cui hanno beneficiato largamente l’Università nel suo insieme e gli uomini di maggior prestigio dello stesso Ateneo.

Nell’ultimo 25 aprile che si è potuto celebrare, nel 2019, era in prima fila col cappellino. Impettito. Dichiarò: «Il compito principale è quello di tramandare alle giovani generazioni, trasmettere quello che è stata la Resistenza, quello che ha rappresentato e che ha avuto un contributo di sangue non indifferente. Oggi spesso la libertà è minacciata e c’è un clima che non mi piace».

Angelo De Nicola
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Il gran cuore dell’Abruzzo e dell’Aquila 40 anni fa in Irpinia: il gemellaggio nella tragedia con San Mango sul Calore

Il mio articolo oggi sul Messaggero (Edizione Abruzzo) sul quarantennale del sisma dell’Irpinia

L’AQUILA «Impossibile dimenticare quello che L’Aquila e l’Abruzzo intero hanno fatta per noi. Gli abruzzesi furono dei veri angeli custodi». Teodoro Boccuzzi, 30enne sindaco di San Mango sul Calore che 40 anni fa venne rasa al suolo del terribile sisma che colpì l’Irpinia contando 84 morti su un migliaio di abitanti, non ha vissuto quella esperienza «ma ho ben presenti- dice- i racconti dei miei nonni e genitori di quel 23 novembre che ha rappresentato per questa comunità una data spartiacque di un prima e di un dopo».

All’epoca del disastro che sconvolse l’Italia, l’Abruzzo adottò San Mango. L’Abruzzo costituì un fondo che fu utilizzato prima per aiuti umanitari e poi per opere pubbliche come, ad esempio, la ricostruzione del Municipio. Fu tutta una corsa alla solidarietà: il Comune di Capistrello donò le campane per la chiesa, quello di Isola del Gran Sasso camion per la raccolta dei rifiuti e Scanno montò dei prefabbricati, oltre all’aiuto morale, con psicologi e assistenti sociali venuti da Pescara.

Grande protagonista fu il Comune dell’Aquila tanto che il 6 aprile 2009, poche ore le 3,32, da San Mango partì per L’Aquila l’unica ambulanza del paese con volontari e personale paramedico.

E tra i molti volontari venuti dall’Abruzzo, ha ricordato ieri il sindaco di San Mango, in quei freddissimi primi di dicembre del 1980 c’era anche Giovanni Legnini, protagonista del post 6 aprile come sottosegretario alla ricostruzione e dal gennaio scorso commissario straordinario per il post sisma 2016. «Sì, forse è una “predestinazione” la mia…- commenta Legnini-. Prima a San Mango, poi quattro anni dopo al terremoto del Parco nazionale d’Abruzzo, quindi, come giovane sindaco del mio paese, Roccamontepiano, che venne distrutto da un frana due secoli fa con 500 morti, ad affrontare queste tematiche, oggi commissario. Certo, quella prima esperienza fu per me decisiva. Partii ventenne come volontario della Fgci, i giovani comunisti, insieme a Giovanni Lolli, il povero Rocco Buttari, Enrico Paolini ed altri. Ci demmo molto da fare. Partecipai anche, come manovale, alla costruzione di una baracca in legno, oggi diremmo un prefabbricato, che sarebbe servita come scuola. Vivemmo il dolore di quella gente ma anche la loro ferra volontà di ripartire. Nevicava, era freddo. Ma non mollammo di un centimetro. Tra i tanti aneddoti, ricordo che tra gli aiuti erano arrivate anche della scarpe dalla Germania. Ce n’era un paio numero 54. Visto che nessuno avrebbe potuto calzarle, chiesi di poterle riportare come “cimelio”. Le ho conservate, come monito, per anni… Lì, in Irpinia, nacque la Protezione civile a doppia trazione, pubblico-volontariato, che ha fatto del nostro sistema uno dei migliori al mondo».

Angelo De Nicola
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L’ordinanza “fake” più chiara di quella vera

Il mio articolo oggi sul Messaggero (Edizione Abruzzo) sull’ordinanza che istituisce la zona rossa in Abruzzo:

Se non fosse più che tragica la situazione, ci scapperebbe una risata. Ieri sono andate in scena “le comiche”. A parte un balletto di dichiarazioni, “si- no- forse- vediamo”, delle cui conseguenze evidentemente la classe politica non riesce proprio a rendersi conto.

Certo, non è il “Dow Jones” della Borsa di New York, ma spesso da una decisione scaturiscono conseguenze decisive per i cittadini: porto i figli a scuola sì o no; apro il negozio sì o no; posso spostarmi da un Comune all’altro sì o no.

Ma la cosa che ha davvero fatto toccare il fondo di una comunicazione folle è stata il testo dell’ordinanza, con tanto di carta intestata, che è cominciata a circolare “virale” su whatsapp e in Rete. Ordinanza che, tra l’altro faceva scattare il provvedimento di zona rossa a partire da oggi. E’ stato il delirio!

Finchè è arrivata una nota ufficiale della Regione per dire che si trattava di una “fake”, un falso. Il caos! Quindi, ormai a tarda sera, è arrivata l’ordinanza ufficiale. Che, tra l’altro, era meno chiara, in quanto a contenuti, di quella falsa…

E’ così difficile organizzare una comunicazione decente? E così difficile evitare i balletti politici già stucchevoli in tempi di pace?

Angelo De Nicola
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Adriano e Carlo: due simboli armati di un sorriso guascone

Il mio articolo oggi sul Messaggero (Edizione Abruzzo) sulla morte, legata al Covid, di Carlo Di Giambattista:

Lunedì Adriano, ieri Carlo. E’ un “uno-due” da far rischiare il knock-out quello che il maledetto Covid, in due giorni, assesta agli aquilani. Oltre che per l’età, 56 anni, e per un carattere da guasconi, Adriano Perrotti e Carlo Di Giambattista erano accomunati dal fatto di essere due simboli.

L’uno della resilienza alle sfortune della vita trasformate in una carica vitale unica, l’altro del sapersi godere la vita, magari spesso ai limiti, tanto da rappresentare la “faccia della salute”. Entrambi, a guadarli, invincibili. Come invincibile “Pesciò” lo era sul campo quando, talento naturale fin da giovanissimo nel ruolo di numero 8, si prendeva il lusso di suonarle anche ai più blasonati giocatori. Un incubo per gli avversari. Un punto di riferimento sicuro per i compagni di squadra: Carlo c’era sempre, con un sorriso sornione, anche quando le cose andavano male. Come Adriano c’era sempre per combattere qualche battaglia per i diritti dei disabili, col suo sorriso grosso così anche di fronte alle sconfitte.

E ora? Che fare di fronte a questo nostro nuovo 6 aprile? A quale punto di riferimento aggrapparsi se il Covid ci porta via i nostri anziani e, ora, anche i nostri simboli? Oltre che sul fronte sanitario (la cui gestione all’Aquila sta segnalando un disastro dietro l’altro) occorre lavorare sul fronte psicologico avviando l’ennesima “ricostruzione” aquilana, la più difficile. Servono strategie, progetti e leader. C’è qualcuno che si candida?

Angelo De Nicola
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Il simbolo/ E ora diamo un senso alla morte di Adriano

Il mio articolo oggi sul Messaggero (Edizione Abruzzo) sulla morte, legata al Covid, di Adriano Perrotti:

La scomparsa di Adriano Perrotti, non nascondiamocelo, piega le gambe a noi aquilani. Sì perchè Adriano era il campione della città della resilienza, ne era il simbolo. Una città che non s’è mai arresa. Rialzando la testa. Più e più volte. Che ha combattuto mille battaglie, magari perdendole, ma senza mai mollare. Come Adriano. Mille battaglie sulla tolda della sua sedia a rotelle. E tante sconfitte (l’ultima, cocente, il mancato scivolo per disabili per entrare a Collemaggio: si vergogni chi non ha provveduto!). Eppure Adriano era sempre lì. Pronto sui nastri di partenza, come in quella maledetta gara di motocross tante vite fa.

Come il 6 aprile, il Covid è arrivato a fiaccare le nostre resistenze. E allora, come dopo il 6 aprile, l’unica cosa da fare è essere uniti e, soprattutto, fare subito chiarezza. Chiarezza su chi ha sbagliato e sta sbagliando. Chiarezza su chi ha determinato un ospedale allo sbando. Su chi ha permesso che il sistema di tracciamenti andasse in tilt. Su chi non ha reso possibile, per via della mancanza di reagenti, di processare al San Salvatore i tamponi inviandoli allo Zooprofilattico di Teramo. Su chi ha fatto un’assurda guerra intestina al laboratorio privato Dante Labs.

Chi non è capace, sia cacciato o abbia la dignità di farsi da parte. Solo così daremo un senso alla morte di Adriano. Il nostro simbolo.
Angelo De Nicola
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Gigi Proietti e quel rapporto speciale con L’Aquila

Il mio articolo sul Messaggero (edizione Abruzzo) di oggi:

L’AQUILA Era un “romano de Roma”, ma con L’Aquila Gigi Proietti aveva un rapporto speciale. Forse perché aveva cominciato qui, a pane cipolla, la sua lunga carriera di attore. Ma forse perché quella degli anni Settanta era una L’Aquila diversa. Una città creativa, intraprendente, visionaria. Come lo era Proietti, in fondo.

Basti considerare la “geografia” delle trattorie dove si consumava il momento cardine: la cena della Compagnia, dopo prove o lo spettacolo, spesso a tardissima ora, ma nessuna cucina chiudeva se c’era Gigi. Da “Scannapapere” nacquero tanti sketch di “A me gli occhi, please”. Tra questi lo stornello “E me metto a cantà”, mutuato dalla canzone popolare in vernacolo abruzzese “All’orte” (“All’orto”) che Gigi tanto amava. “Da Lincosta”, altre storica trattoria a due passi dalla sede del Tsa, serate epiche («Chi non sorride mi insospettisce…») con Proietti sempre cortese con tutti sia quando non era nessuno negli anni Settanta sia quando, anche da presidente del Tsa, tornava spesso a mangiare da Agostino e Giuliana. Cena mitica, anche con nevicata all’uscita, allo “Scalco delle Tre Marie” insieme a, tra gli altri, Vittorio Gassman, Ugo Pagliai e Paolo Villaggio con quest’ultimo messo a giro di una memorabile “passatella”.
Oppure da “Ernesto”: qui, racconta Roberto Castri (per tutti “Pecorino”, sua spalla in “A me gli occhi, please”) prese forma il famoso film “Febbre da cavallo”. «Gigi mi invitò a cena da Ernesto perchè si sarebbe incontrato col regista Steno- racconta Castri-. Mi disse: “A Pecorì, nun se poi mai sapè, te lo presento”. Per timidezza non ci andai…».
Ma non solo trattorie. Fu l’artigiano aquilano Figlioli, che aveva una bottega in centro, a realizzare a mano degli stivaloni neri da nazista a Gigi, che bello grosso non ne trovava in commercio, per il “Dio Kurt”. Oppure, i sipari per gli spettacoli erano realizzati con le stoffe del negozio Lillo.

Gigi l’aquilano. Così emerge dai racconti che straripano sui Social. Come quello del noto medico Paolo De Angelis: «Una sera di Natale di tanti anni fa, organizzammo una cena tra amici. Tra questi anche il mio caro amico Federico Fiorenza, direttore del Tsa. Immaginatevi un po’ la sorpresa quando si presentò con Gigi Proietti. La cena andò avanti con discorsi sul più e sul meno… nessuno aveva il coraggio di portare l’argomento sul lavoro di Gigi, eppure tutti eravamo curiosi di sapere tante cose sul mondo dello spettacolo e magari farci raccontare qualche barzelletta. Tutti però pensavamo di dargli fastidio. Quasi alla fine della cena, dopo due ore di convenevoli, improvvisamente disse: “Mi sembra di aver visto di là una chitarra…”. Un istante dopo iniziò lo spettacolo. Credo che non tralasciò nulla del suo infinito carnet, condito con intermezzi inventati ad hoc riguardanti ognuno di noi. La sua immagine era camaleontica e si adattava immediatamente al suo interlocutore, ma il bello era che si divertiva un mondo alle sue battute e ci rideva sopra dapprima con moderazione, poi sganasciandosi e trascinandoci nell’allegria».

Questa era L’Aquila degli anni Settanta. Che non c’è più. E ora non c’è più nemmeno Proietti a testimoniarla. Perciò l’obiettivo è fermare il ricordo. C’è chi (l’assessore comunale Piero Di Stefano del Pd) propone la cittadinanza onoraria e chi (sempre dal Pd: Stefania Pezzopane, Pierpaolo Pietrucci e Stefano Palumbo) di intitolargli la Sala Rossa del Teatro comunale «a testimonianza della gratitudine cittadina e del ricordo che per sempre dovremo conservarne».

«Ricordare Proietti- ha scritto nel suo ricordo il sindaco, Pierluigi Biondi-, oggi che ci ha lasciati, come un giovane entusiasta e curioso artista che si confrontava con una realtà di provincia colta e creativa, come era L’Aquila di quegli anni, ricca di fermenti culturali e di uomini visionari, credo che sia il sentimento più vero e sincero con il quale la nostra città può tributargli l’affetto e la stima che è presente in ognuno di noi».

Angelo De Nicola
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Mons. Giovanni D’Ercole e quella prefazione dal titolo “Un mite pericoloso”…

Il vescovo ausiliare dell’Aquila mons. Giovanni D’Ercole partecipa con altri cittadini dell’Aquila alla rimozione delle macerie del terremoto da piazza Palazzo. E’ il 14 marzo 2010 FOTO CLAUDIO LATTANZIO / ANSA / LI

Oggi mons. Giovanni D’Ercole si è dimesso da vescovo di Ascoli Piceno. Già Arcivescovo ausiliario all’Aquila, monsignor D’Ercole ha fatto personalmente l’annuncio “choc” in un video ma la sua «scelta difficile, sofferta ma profondamente libera», come da lui stesso affermato, l’aveva comunicata qualche giorno fa al Santo Padre.
Un passo indietro come «atto di fede per un amore più grande verso tutti e ispirata al servizio della Chiesa e non a un puro interesse personale», questa la motivazione della sua decisione. Avvenuta, come ha fatto presente, «in un momento difficile in cui regna tanta confusione e paura».
Si ritira, al momento, in u monastero in Africa (dove ha iniziato il suo sacerdozio nella Piccola Opera di Don Orione, la congregazione a cui appartiene) «per pregare per tutti ed essere più vicino a tutti meditando su un futuro apparentemente incerto ma che con l’aiuto di Dio non lo sarà affatto».
Ecco cosa scrisse, profeticamente, D’Ercole nella prefazione al mio libro “Il Mito di Celestino” (2010, One Group):

UN MITE PERICOLOSO


La notte del 6 Aprile 2009 la terra ha aperto una enorme voragine nel transetto della Basilica di Santa Maria di Collemaggio, facendo crollare principalmente gli unici elementi barocchi sopravvissuti al restauro degli anni 70, restauro che ripristinò l’originale assetto medievale, rimuovendo la soffittatura seicentesca.
Gli occhi del mondo erano tutti rivolti con dolore alle macerie che riempivano l’area presbiteriale della basilica, all’organo stritolato dalle rovine, alla cupola svanita in una nuvola di polvere, alla ferita aperta verso il cielo…
Cosa avrebbe visto Pietro Celestino…? Lì, dove un tempo, secondo la leggenda, aveva sognato una scala d’oro salire verso la volta celeste, dove la Vergine Maria attendeva circondata dagli Angeli, uno squarcio nel transetto aveva permesso ai raggi del sole di entrare con irruenza e senza alcun filtro…
Dove tutti hanno visto una dolorosa ferita, lui, forse, avrebbe visto un segno… l’apertura di una porta, una porta verso il Cielo… come se fosse arrivato il tempo di cambiare punto di vista.
Alzare gli occhi al cielo, quando gli occhi di tutti gli uomini sono rivolti al suolo non è facile. Venerare i piedi degli angeli quando tutti gli uomini venerano solo fama e ricchezza è ancor più difficile.
Ricercare la purezza, in un mondo dove vigono i dettami dell’egoismo, non può che creare scandalo.
Scandalosi furono i grandi profeti, scandaloso fu Giovanni Battista, scandaloso il Messia, il Suo Insegnamento e il Suo sacrificio, scandalosi i primi Cristiani, scandaloso San Francesco, scandalosi buona parte dei Santi.
Scandalosi perché ribelli alle leggi degli uomini, ma sempre fedeli all’unica Legge, quella Divina.
Scandalosi perché capaci di vivere nel Mondo, senza però ad esso appartenere.
Scandalosi perché al servizio, non della propria gloria, ma della Gloria del Signore.
Scandaloso fu anche Pietro del Morrone.
In un’Era di Ferro, come la nostra, dove il materialismo dilagante riduce spesso la Fede a puerile superstizione, diventa sempre più difficile inquadrare un personaggio come Pietro del Morrone.
Gli storici difficilmente credono nei miracoli, difficilmente credono nella Provvidenza, anche quando ne menzionano l’intervento. Cercano sempre una ragione umana dietro ad ogni evento, provano a scoprire gli interessi materiali che si celano dietro i presunti miracoli narrati dalla tradizione e dalle leggende.
Un Pietro Celestino, che nella sua vita ha cercato di mettersi al servizio della volontà divina, diventa così difficile da capire e da spiegare. Non può che apparire un illuso, un sognatore, un integralista del Vangelo, amato dalla folla, ma in eterno conflitto con l’istituzione ecclesiastica dove, in quel tempo, i compromessi e gli intrighi erano all’ordine del giorno.
L’immagine di Pietro, suffragata da molti storici, è difatti quella del “povero cristiano”, dell’uomo “semplice e non litterato” che “delle pompe del mondo non si travagliava volentieri”, dell’eremita rozzo e solitario, inadeguato al papato, ignaro delle consuetudini della società, privo di capacità organizzative e vittima inconsapevole delle trame dei potenti.
E’ questo il mito di Pietro. Ridotto a fanatico della Fede, isolato dal Mondo e dal Mondo sfruttato e poi dimenticato. Considerato sempre inadeguato ad un papato a cui è giunto per un’ironia del destino o, tutt’al più, per un pianificato intrigo dei potenti.
L’unico gesto degno di nota fu la Rinuncia al Papato che, la tradizione dantesca, ricorda come scandaloso atto di viltà, mentre gli storici contemporanei, considerano il solo gesto eroico compiuto dal vecchio e stanco eremita. Un atto di ribellione nei confronti di un sistema corrotto di cui non voleva essere un fantoccio.
Ma è giusto sminuire sbrigativamente in questo modo la figura di Pietro Celestino? Era davvero incapace e all’oscuro delle problematiche del mondo? Fu davvero l’uomo sbagliato al momento sbagliato?
Pietro non poteva essere così sprovveduto rispetto al mondo in cui viveva. Il suo cuore sapeva che ogni uomo è l’artefice del proprio destino e che la storia è fatta dagli uomini, dai loro sogni e dai loro interessi. Pietro conosceva perfettamente il dono di Dio che si chiama libero arbitrio. Dono grandioso e tremendo al tempo stesso, dato che Dio ci lascia liberi di percorrere i mille vicoli ciechi dell’errore, dell’errare… ci lascia liberi di conoscere il Male per scoprire il Bene, ci lascia liberi di assaporare il Frutto della Conoscenza.
Ma Pietro sapeva anche che, in questa libertà, il Padre non abbandona mai i suoi figli. Invia continuamente Anime più evolute per rivelare la Via d’uscita dal labirinto del dolore e della Separazione.
I maestri, Santi e Profeti, sono come frecce di cui bisogna seguire la traccia luminosa lasciata nel cielo e sulla Terra, indicano la direzione, sgombrano il cammino quando è necessario, ma non possono percorrerlo al posto degli uomini. Ogni uomo deve affrontare autonomamente la propria strada.
E Pietro sapeva di dover essere uno di quei fratelli che gridano forte nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!
Aveva sentito il richiamo di Dio e, anche se per eccesso di umiltà aveva cercato sempre di respingerlo, sapeva che doveva essere una guida.
E’ difficile credere che fosse “non litterato” dato che aveva studiato fin da piccolo, che era stato educato nel prestigioso monastero di Faifoli e che aveva risieduto diversi anni a Roma per diventare sacerdote. Difficile dato che studiava continuamente la Bibbia, come rivela il codice che non abbandonava mai. Difficile visto che nei monasteri della sua congregazione, in rispetto della regola benedettina, oltre al lavoro si era molto attenti allo studio. Difficile crederlo dato che, eletto papa, istituì la Perdonanza, rivoluzionando le usanze della Chiesa, e ristabilii la costituzione Ubi Periculum, per l’elezione dei successivi papi, onde evitare le lungaggini ed i problemi che avevano preceduto la sua elezione.
Lo studio, per Pietro, non era sufficiente per avvicinarsi a Dio. Aveva bisogno anche del contatto diretto, della preghiera, dell’ascetismo, del silenzio. Per questo scelse la vita eremitica. Doveva ascoltare Dio, comprendere man mano il compito a cui era chiamato. Doveva anche isolarsi, per ripulirsi dalle scorie del mondo e ricaricarsi di Spirito per tornare ad operare nel mondo.
Oltre a non essere così illetterato, Pietro non era nemmeno all’oscuro dei giochi dei potenti e delle necessità della società.
Ispirato da Dio, fu lui a decidere di fondare una congregazione. Fu lui a chiedere il consenso a papa Urbano IV. Lui per impedire poi che l’ordine fosse cancellato andò, anni dopo, a piedi a Lione e riuscì ad ottenere il favore del papa. Se veramente fosse stato indifferente ai bisogni della società, non avrebbe compiuto queste scelte e fatto tanti sacrifici. A Sulmona, difatti, dove aveva fondato la sua comunità di anacoreti, si era dimostrato un abile organizzatore, distinguendosi anche come costruttore e restauratore di monasteri, nonché bonificatore di terre, costruttore di mulini…
Nel 1278, fu chiamato dall’arcivescovo di Benevento Capoferro, a riorganizzare il monastero di Faifoli vicino Campobasso, lo stesso dove era stato educato. Qui Pietro si occupò di riconciliazione fra i monaci, del restauro del monastero e del recupero dei beni. E realizzò tutto in un solo anno. A Faifoli fu anche vittima dei soprusi del barone di Montagano, Simone Santangelo, e dovette chiedere protezione al Re Angioino, dal quale fu esaudito. Pietro si era guadagnato da Carlo d’Angiò il titolo di “devotus noster”, aveva giurato a lui fedeltà. Dopo Faifoli si recò al monastero di S.Giovanni in Piano, nei pressi di Apricena (Foggia) per eseguire una stessa operazione di restauro.
Per non parlare dell’edificazione della Basilica di Collemaggio con il monastero annesso, degli eremi sulla Majella, Sant’onofrio, San Bartolomeo, dell’abbazia morronese di Santo Spirito. La sua congregazione crebbe ricevendo anche i monasteri romani di San Pietro in Montorio e Sant’Eusebio all’Esquilino. E dopo la morte di Pietro la congregazione sopravvisse per diversi secoli espandendosi sempre più in Italia, Francia e Germania.
Quindi Pietro conosceva il mondo e le sue necessità. Sapeva benissimo confrontarsi con papi e re e riusciva ad ottenere, con l’aiuto di Dio, ciò che serviva alla sua congregazione, alla sua missione evangelica.
Anche se alle volte risultava burbero nei confronti di chi gli chiedeva un miracolo, Pietro era in realtà un uomo dalla profonda sensibilità e conosceva bene l’animo umano. Era un grande guaritore, aspetto che spesso passa in secondo piano, ma che è ampiamente testimoniato dal processo di canonizzazione. Dagli atti, Pietro rivela una conoscenza molto evoluta della malattia, che oggi trova risonanza con la medicina psicosomatica e olistica. Pietro considerava spesso la malattia del corpo quale risultante di una malattia dell’anima, di una prevaricazione degli aspetti oscuri dell’uomo. Il miracolo veniva concesso da Dio solo e soltanto quando l’anima era pronta a cambiare, a riequilibrare lo squilibrio del cuore, a redimersi dal peccato.
Affascinato dalla Spiritualità benedettina, decise da ragazzo di realizzarla con la vita eremitica, anch’essa prescritta nella Regola di Benedetto e per la quale chiese alla congregazione a cui apparteneva la regolare “licentia”. Aveva bisogno di ascoltare la voce del Signore, rimanendo però sempre legato alla Chiesa e ai suoi dettami. Così anche divenne sacerdote a Roma e, ovviamente, per la sua congregazione si sottometteva sempre alla volontà dei suoi superiori, Vescovi e Papi.
Quello che Pietro rifiutava erano gli abusi del potere, quelli nati dalla piccolezza dell’ego.
Pietro accettò l’elezione al soglio pontificio ascoltando il volere del suo unico Signore, accettò consapevole di entrare nella stanza dei bottoni, laddove tutti bramano intrufolarsi e per questo son disposti alle più grandi nefandezze.
Pietro capì di essere spinto da Dio ad un’operazione ben difficile. A realizzare le profezia del “Pastor Angelicus” di Gioacchino Da Fiore. A soddisfare le aspettative di un’umanità che voleva un’era nuova, un’era di pace. Pietro sapeva che era chiamato a far trionfare la Chiesa Spirituale su quella Carnale.
Si fece incoronare all’Aquila, dove entrò a dorso di un asinello, seguito da due sovrani a cavallo. Gesto simbolico, di umiltà, come Gesù a Gerusalemme prima della sua passione. Gesto che già rivelava l’intento spirituale del nuovo papa.
Appena eletto riequilibrò a suo favore il Sacro Collegio, dandogli una forte connotazione monastica benedettina. C’era sì la necessità di favorire il re Angioino che lo aveva portato al soglio papale, ma sicuramente voleva dare una nuova impronta alla Chiesa, più legata ai valori monastici, slegandola dai conflitti e dagli interessi economici delle potenti famiglie romane.
La Perdonanza fu il grande atto che rivelò la sua missione. La Perdonanza porta in sé il cuore del messaggio Cristico, il perdono che permette di cambiare, di diventare Uomini veri.
La Perdonanza fu un atto sconvolgente. Un’indulgenza senza prezzo legata ad una spiritualità fuori dal comune.
I maestri non percorrono mai il cammino al posto dei loro allievi. E la rinuncia al papato potrebbe essere letta come un ulteriore segno, lasciato agli uomini, da un Pietro che si spoglia degli aspetti pesanti della Chiesa e torna ad indossare il suo saio da monaco eremita, sapendo che quel gesto, in un modo o nell’altro, l’avrebbe pagato con la vita.
Assassinato o meno, poco importa. La prigione era già una morte, se non altro sociale, che aveva accettato perché più importante era la sopravvivenza della Chiesa che porta con sé il messaggio del Cristo.
Un gesto che solo una grande intelligenza, un grande cuore e una grande anima potevano compiere.
Mons. Giovanni D’Ercole
L’Aquila, 2010