
C’è un silenzio surreale sul viadotto di Pietrasecca, lungo l’autostrada A24. Come quel giorno di trent’anni fa, c’è una leggera nebbia e, mentre le auto sfrecciano a velocità sostenuta, il ponte trema sordido a ogni passaggio degli pneumatici sui giunti elastici dell’interminabile viadotto di cemento. Sulla corsia d’emergenza è inopportuno sostare. Non è un luogo qualsiasi. E’ il “viadotto dei suicidi”. Perciò, chi transita e vede qualche auto ferma, lancia subito l’allarme.
La mattina del 30 novembre 1995, trent’anni fa, una macchina parcheggiata su quel viadotto vicino a Carsoli, diventò il punto zero di un dramma. Una donna, avanti con gli anni, e i suoi tre figli adulti scesero dall’auto, una Alfa Romeo 164, si presero per mano. Un attimo. Poi saltarono giù dal ponte. Insieme. Precipitarono da circa 90 metri d’altezza finendo nella gola sotto il viadotto. I corpi “esplosi” furono ritrovati poco dopo dai soccorritori precipitatisi sul posto.
La notizia suscitò subito clamore. Alcuni testimoni dissero che sembravano calmi, altri invece parlavano di grida nel vuoto. Il fatto rimase avvolto in una nebbia fitta, come quella che c’era qual giorno nella zona. Oggi, dopo tre decenni, quel posto dice ancora qualcosa: parla di isolamento, di pesi nascosti, di affetti saltati. Ma pure di una storia mai chiusa del tutto, per quanto si sia cercato, nessuno finora ha trovato risposte chiare. Quel suicidio plurimo familiare è ancora un mistero.
L’inizio della tragedia
Di prima mattina, tra il viavai di auto, gli agenti della Polizia autostradale dell’Aquila vedono una Alfa 164 immobile sull’asfalto a lato del ponte: portiera spalancata, donna china sul muretto, un ragazzo dentro che dice: «Mamma ha male allo stomaco, ripartiamo subito». Gli agenti vanno via. Poi, senza esitare, tutti e quattro scavalcano e saltano giù dal cavalcavia. Mano nella mano. La madre era Anna Maria Maracchioni, 64 anni; i figli Roberto Baracchi (38), Silvio (34) e Marco (27), tutti di Roma. Secondo i vicini di casa, un bel palazzo a Roma dove vivevano tutt’assieme, sembravano tranquilli, ben vestiti, però non si aprivano con nessuno. «Tre bravi giovani- commentò il tabaccaio del quartiere- belli così, da sembrare del cinema!».
I soldi scarseggiavano, ecco tutto: in una lettera alla madre, il figlio Silvio parlava di farla finita insieme a tutti i suoi. Poi però diceva che le cose stavano migliorando un po’ alla volta.
L’inchiesta
Sul fronte delle indagini, la pista che fu più seguita parlava di una scelta estrema legata a problemi di soldi e solitudine crescente. I giornali indicarono un buco nero nei conti: «Più di un miliardo e mezzo di lire sparite». Aveva avviato le indagini la Procura di Avezzano, guidata allora dal Procuratore Brizio Montinaro; a occuparsene furono pure la Squadra mobile, insieme alla Stradale e ai carabinieri.
Si parlò di strozzinaggio. Si indagò su quella trasferta all’Aquila, quel giorno: nel capoluogo abruzzese acquistarono, come risultò da uno scontrino, un pezzo di tubo di gomma, forse pensando a farla finita con lo scarico dell’auto. Per il resto, nebbia. Gente estranea coinvolta? Forzature? O semplicemente una decisione presa da soli? Gli ultimi dati vengono, comunque, da articoli giornalistici che ripropongono l’accaduto ma zero passi avanti giudiziari.
All’epoca spuntò anche la dichiarazione di un supertestimone che fornì dettagli preoccupanti: secondo il suo racconto «erano solo due, mica quattro» sul bordo prima del gesto, indicando che i ragazzi potrebbero essersi mossi da soli, prima di tirare in mezzo la madre. Considerato questo, c’è ancora qualcosa che manca: capire bene l’azione di gruppo, il peso della madre e controllare le ipotesi alternative (debiti, culti o problemi mentali). Nebbia.
La zona
Il viadotto di Pietrasecca, noto come “il ponte dei suicidi”, era già tristemente famoso per tanti fatti tristi accaduti lì. A quote elevate, con un dislivello di circa 90 metri, quel tratto autostradale era purtroppo un “invito” a gesti drammatici. Proprio da quella tragedia di trent’anni fa, la società concessionaria, Strada dei Parchi SpA, montò dei parapetti laterali per scoraggiare ogni tentativo.
Oggi migliaia di auto transitano sopra quel viadotto ogni giorno: vetture normali che passano senza sapere, anche se lì resta il segno di quello che successe in quel momento.
Domande senza risposta
Trent’anni più tardi, quel dramma di un’intera famiglia, un caso rarissimo di suicidio “plurimo” familiare, ha lasciato segni non solo tra le vittime. La debolezza nei conti: i Baracchi-Maracchioni furono solo la punta di un problema più grande, nascosto sotto apparenze solide. La solitudine tra la gente: nessuno dei condomini ha sentito l’appello («Una tragedia immane che si consumava senza che nessuno se ne accorgesse»), nessuno si è accorto di nulla.
Il dovere delle istituzioni, anche dal punto di vista sociale: mettere dei parapetti sul ponte non è servito per capire né evitare azioni così gravi. I confini dell’indagine legale? Senza un esito chiaro e reso noto, diventa difficile capire fino in fondo cosa spinse verso il gesto estremo.
Non basta dire cos’è successo, serve capire il perché, scavare dentro quel silenzio che oggi pesa ancora di più. Fatti così grandi obbligano a chiedersi sempre com’è possibile che una mamma con i suoi tre ragazzi ormai adulti abbia visto nell’addio al mondo l’unica soluzione. Poi resta un’altra domanda, magari piccola, epperò urgente: quali avvisaglie, ora come prima, potrebbero aiutare a fermare certe tragedie?
Questo trentesimo anniversario è un momento per pensare: a quel passaggio sospeso, alla loro casa, alle giornate che parevano ordinarie e invece erano cambiate. E mentre il viadotto di Pietrasecca regge ancora il traffico di tanti mezzi ogni giorno, resta la traccia di un atto drammatico che colpì tutta l’Italia e il mondo intero.
Forse la verità non emergerà mai. Però il compito del cronista, insieme a quello della memoria, resta tenere vivo quel senso di dolore imprevisto, quella debolezza silenziosa, e porsi sempre lo stesso interrogativo: «Si poteva agire prima per accorgercene?».
Nel silenzio, oggi, su quel viadotto, emerge dalla leggera nebbia il dovere di ricordare.
UN PRECEDENTE UNICO NELLA STORIA
Mentre i suicidi «di massa» (eclatante il caso del 1978 con 913 persone, tra le quali anche molti bambini, che morirono in una colonia agraria a Jonestown nel paese sudamericano della Guyana) in Italia sono, per fortuna, inesistenti, il caso di suicidio «plurimo» della famiglia Baracchi rappresenta un unicum mondiale. Un drammatico record, quattro familiari tutti assieme, cui si avvicina il recente caso di suicidio «a catena» avvenuto il 5 aprile 2013 a Civitanova Marche (MC), dove tre persone hanno perso la vita in un drammatico intreccio di disperazione economica e solitudine. Romeo Dionisi, 63 anni, muratore senza più lavoro dopo la chiusura della ditta qualche mese prima, e la moglie Anna Maria Sopranzi, 68 anni, pensionata, si sono impiccati all’interno dello scantinato del loro appartamento. Subito dopo: il fratello di lei, Giuseppe Sopranzi, 73 anni, pensionato, arrivato sul luogo, forse sopraffatto dal dolore, si è gettato in mare dal molo sud di Civitanova. La causa identificata dagli investigatori è stata la grave condizione economica della coppia: il reddito era ormai ridotto alla sola modesta pensione della donna, le difficoltà nel versamento dei contributi, gli arretrati d’affitto e i debiti accumulati li avevano spinti a ritenere che non ci fosse più via d’uscita.
Angelo De Nicola
AGGIORNAMEMTO SUI PREDECENTI:
2 febbraio 2026 – Tragedia in Australia: i genitori scelgono di morire con i loro figli e gli animali, dopo essere stati abbandonati dal sistema.
È una frase che pesa come un macigno. Una di quelle che si leggono una volta sola e restano dentro. Perché dietro non c’è solo una notizia, ma un crollo umano totale.
È successo a Mosman Park, un quartiere ordinato e silenzioso vicino a Perth. Una di quelle zone dove le case sembrano tutte uguali e il dolore non dovrebbe avere spazio. E invece, dietro una porta chiusa, una famiglia intera ha smesso di sperare.
Jarrod Clune aveva cinquant’anni. Maiwenna Goasdoue quarantanove anni. Erano genitori che avevano combattuto a lungo, troppo a lungo. I loro figli, Leon di sedici anni e Otis di quattordici, convivevano con una forma grave di autismo che richiedeva assistenza continua, giorno e notte. Una presenza costante, totalizzante, che non concede tregua. Accanto a loro c’erano anche i tre animali di casa, parte integrante di quella famiglia stanca ma unita.
Prima di morire, Jarrod e Maiwenna hanno lasciato un biglietto sulla porta. Poche parole, fredde, lucidissime: «Non entrate. Chiamate la polizia». Non era un gesto impulsivo. Era una decisione maturata nel tempo, nel silenzio, nella solitudine.
Dentro l’abitazione non c’erano segni di violenza. Nessuna arma. Nessuna colluttazione. Gli investigatori hanno trovato una seconda lettera, dettagliata, in cui la coppia spiegava tutto: la pianificazione dell’atto, le ragioni, persino come gestire le finanze dopo la loro morte. Un addio composto. Straziante proprio perché consapevole.
Con il passare delle ore, la tragedia ha assunto contorni sempre più chiari. I caregiver e le persone vicine alla famiglia hanno raccontato anni di richieste d’aiuto respinte. Il sistema australiano di assistenza alla disabilità (NDIS) aveva ridotto i finanziamenti. Le risposte erano sempre le stesse: i ragazzi erano “troppo difficili”. Troppo complessi. Troppo costosi. Troppo.
Troppo per un sistema che avrebbe dovuto sostenerli.
Quello che oggi il mondo osserva non è soltanto un fatto di cronaca. È il fallimento di un meccanismo che ha lasciato due genitori esausti senza alternative. È la dimostrazione brutale di cosa accade quando chi chiede aiuto viene ignorato fino a non avere più forze per chiedere ancora.
Quattro vite umane e tre animali sono diventati il volto di una burocrazia che è arrivata troppo tardi. O forse non è mai arrivata.
E questa storia non riguarda solo l’Australia. Riguarda ogni luogo in cui la solitudine viene scambiata per resistenza, e la disperazione per debolezza.
Perché quando un sistema fallisce, non crollano solo le regole.
Crollano le famiglie.
E a volte, anche la speranza (Fonte: Facebook)
