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1996 - IL DI PIETRO D'ABRUZZO

Da Tragnone a Fidel Castro

"Da Tragnone a Fidel Castro"
1992-2003: gli Eventi che Sconvolsero L'Aquila

Un Libro di Angelo De Nicola


Indice Capitoli

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1996
Il Pm Fabrizio Tragnone placcato dai giornalisti all'ingresso degli uffici della Procura della Repubblica dell'Aquila nei giorni caldi dell'inchiesta Mani pulite.



Da Tragnone a Fidel Castro
8 agosto 1996, San Domenico

"Scusa, ma a te il numero di casa di Tragnone chi te l'ha dato?". Il collega Antonio Di Muzio se l'era vista brutta ed era ancora visibilmente preoccupato di ulteriori, poco piacevoli, conseguenze per quella che, al momento, gli era sembrata un'idea geniale. Qualcuno lo aveva incaricato di fare un pezzo sulle mete dei vip per le vacanze di Natale di quel 1992 e così lui aveva ritenuto utile servirsi della mia rubrica personale che io, in ferie, avevo lasciato come d'abitudine sulla mia scrivania in redazione. Tutti ironizzavano su quei fogli consunti che avevo, però, ordinatamente rilegato usando la copertina di una lussuosa agenda che un caro amico mi aveva regalato. E tutti, in redazione, chiamavano "la puttana" la mia fornitissima rubrica perché... andava proprio con tutti (oggi ne possiedo una tecnologica, con oltre tremila numeri di telefono, la quale continua ad esercitare anche lei il più antico dei mestieri tanto che la chiamano "la puttana elettronica"). Me li coccolavo quei fogli consumati poiché avevo sperimentato sulla mia pelle quanto fosse vero l'assioma che ogni buon giornalista si riconosce anche da quanto funziona la sua rubrica.

Per questo, sulla "puttana" annotavo maniacalmente ogni numero che potesse essermi utile. Lo feci anche quando, col solito stratagemma, riuscii a leggere al contrario (la lettura al contrario è un'altra delle "specialità" che più devono essere affinate da un giornalista) un numero di telefono scritto su un "post-it" applicato su un fascicolo poggiato sulla scrivania di uno degli uffici di segreteria della Procura aquilana. "Telefonare al Pm" c'era scritto con un pennarello rosso e, sottolineato ma a penna a biro, un numero di sei cifre che iniziava con "31". Fissai nella mente il numero (mai, in questi casi, cacciare il taccuino). Feci una serie di ragionamenti. Considerate le due cifre iniziali (31), non poteva trattarsi del numero dell'ufficio visto che il centralino del Palazzo di giustizia aveva un altro incipit (63). Anzi, proprio con quei due numeri iniziavano i recapiti telefonici del quartiere dove sapevo che abitava il Pm Tragnone. Inoltre, quel fascicolo aveva intestazioni vergate nell'inconfondibile tratto con penna stilografica di quel magistrato. Insomma, c'erano alte probabilità che quello fosse il numero di casa del magistrato, in quel momento, più famoso d'Abruzzo. "Mi potrà essere utile, in casi disperati" dissi trascrivendo le sei cifre sulla "puttana" sotto il nome di Tragnone seguite da un "a." (abitazione) seguita da un significativo punto interrogativo.

Al collega Di Muzio il caso disperato s'era venuto a creare (all'epoca i telefonini erano una rarità) per l'ingrato incarico che gli era stato dato. Eppoi, con una dichiarazione di Tragnone, avrebbe fatto un colpaccio. Quel punto interrogativo non lo insospettì, non lo frenò, non lo indusse a farmi una telefonata. Lo avrei sconsigliato. 3... 1... Tragnone lo fece parlare. Poi, calmo, rispose che era davvero strano che qualcuno, per giunta un giornalista, fosse a conoscenza del suo numero privato. Un numero che, soprattutto per motivi di sicurezza suoi e della sua famiglia, era nella disponibilità di pochissime persone. "Dovrò subito cambiare numero e, quel che più mi spiace, avviare un'indagine per stabilire chi le può aver dato il numero. La saluto" concluse il Pm interrompendo di netto la comunicazione.

Ecco, questo era Fabrizio Tragnone. Un magistrato capace di mettere sott'inchiesta pure sua madre se fosse stata lei a dare ad un giornalista, magari per sbaglio o perché abbindolata, il numero di casa riservato di suo figlio. Un magistrato tutto di un pezzo. Troppo, forse, giudicando col senno di poi i fatti sconvolgenti di quegli anni. Nel senso che per "leggere" i mosaici della politica intrecciata alla pubblica amministrazione e per guidare una già sgangherata e poco preparata macchina investigativa, ci sarebbe probabilmente voluto un magistrato spregiudicato più che un "dottor Sottile" capace di spaccare un capello. Certo è che, almeno per la mia esperienza (e per anni ho vissuto più nei meandri del Palazzaccio che a casa), chiunque abbia voluto assegnare a Tragnone il ruolo di una marionetta in mano a chissà quale burattinaio, sbagliava di grosso. L'unico burattinaio per questo magistrato fu la Legge nei cui fili finì, forse, per restare impastoiato. E semplicemente "armato" della legge Tragnone guidò, come ebbe a dire il professor Colapietra, quella rivoluzione di carta (anzi, di fascicoli) che ha sconvolto l'Abruzzo.

* * * *

Mi imbattei in Tragnone che ancora ero un poppante della cronaca giudiziaria. Avevo visto i colleghi più anziani che, nei casi disperati, si rivolgevano al magistrato titolare del caso per un colloquio che, in un gioco delle parti, era comunque chiarificatore e decisivo. La domanda chiave, avevo imparato, era: "Se io scrivo così e così, posso essere querelato?". Se il magistrato non rispondeva, valeva un via libera. Così, visto che in quei giorni del dicembre 1987, stava facendo molto discutere l'opinione pubblica l'inchiesta sul presunto rapinatore del colpo alla filiale di Paganica della Carispaq avvenuto il 30 novembre, decisi di "andare alla fonte", ovvero all'allora giudice istruttore Fabrizio Tragnone. Lo aspettai che rientrasse nella sua stanza, all'epoca al secondo piano, ben sapendo che non mi avrebbe mai ricevuto se mi fossi fatto annunciare. "Scusi, giudice- mi sfacciai- sono un giornalista del Messaggero. Avete fatto un esperimento- argomentai usando quanto ero riuscito a sapere da fonti della Polizia- per valutare se l'edicolante romano che avete arrestato poteva farcela, in auto, ad arrivare presso la banca dalla Capitale dove ad una certa ora un testimone ha detto di averlo visto. Qualcuno può darmi querela se scrivo che l'esperimento è andato bene per gli inquirenti?".

Mi guardò. Sorrise. Ci pensò ancora e, poi, disse: "Senta, faccia finta che io scompaia come in una visione kafkiana. La saluto".

Una visione kafkiana? Solo anni dopo, quando mi capitò di leggere "Il Processo", capii con quanta raffinatezza mi avesse risposto per dirmi che non poteva né voleva rispondermi. Ma lì per lì rimasi sconcertato.

L'edicolante, Gianni Prili, venne condannato. Ad incastrarlo fu proprio quell'esperimento che qualche poliziotto ricorda ancora con terrore perché seduto in quell'auto lanciata a folle velocità lungo l'autostrada e per le trafficate vie di Roma. Ma, seppure per una questione di secondi, l'esperimento provò che l'uomo poteva riuscire ad arrivare a Paganica alle 13,20 nonostante avesse uno scontrino che testimoniava la sua presenza nella Capitale poco più di sessanta minuti prima (a mezzogiorno ed un quarto) dell'ora della rapina.

La moglie del giornalaio venne spesso all'Aquila per parlarmi. Una donna sola e disperata, con gli occhi scavati dal dolore e dalla sofferenza. Sapeva che con me poteva sfogarsi. Io la lasciavo parlare. Il marito mi scrisse anche una lettera dal carcere:

Signor giornalista A.D.N., penso che ella sia l'autore anche degli articoli seguenti apparsi sul quotidiano nei giorni 21 e 22 c.m. (settembre 1988, n.d.a.). Terrei a precisarle che (non che voglia impararle il mestiere) per fare del giornalismo vero, giusto, si dovrebbe sempre interpellare il diretto interessato, o quanto meno chi sta partecipando con lui alle sofferenze del momento. Per l'articolo del giorno 20 (settembre 1988, n.d.a), quando lei scrive "Una cassaforte molto pesante" che si "sarebbe improvvisamente mossa" (provare per credere) ma mi piace quando dice che sono riusciti ad "incastrarmi" anche se è detto per seguire il filo del suo articolo. Per il giorno 21, se invece di intervistare il mio avvocato (il quale sta già facendo i salti mortali per poter seguire questo caso nei crismi della regola di giustizia) avesse interpellato me (anche epistolarmente, anzi lo sa che ho mandato pochi giorni prima di Ferragosto una lettera e non ho ricevuto risposta) o quanto meno come sopra i miei figli, mia moglie. Lei si sarebbe sentito dire da noi tutti come fanno a starci le impronte su quella cassaforte se noi, togliendo i testimoni, nell'arco di un'ora, un'ora e mezza stavamo tutti riuniti in casa, non crede lei che una persona di 46 anni con un'azienda da aprire tutte le mattine alle 5, incensurato, con una frequenza trentennale in Abruzzo (non ho avuto mai una contravvenzione dalle forze dell'ordine) il quale aveva sentito già dire che lo stavano ricercando e quando gli è stato comunicato l'invito a presentarsi in Questura ha fatto circa 400 km per sentire ciò che gli dovevano dire, dove c'è un articolo il quale dice "che tutti i cittadini hanno diritto di essere garantiti in eguale misura dallo Stato italiano". Secondo i miei pensieri in questi nove mesi (incuranti dei sacrifici inflitti alla mia famiglia) non è stata presa mai in considerazione l'idea, ma se questo dice questo, quello dice quello, io che dico quest'altro (e ne ho la possibilità perché rappresento la legge) intanto che ci sono per avvalorare quel famoso diritto costituzionale non do uno sguardo anche a ciò che dice quello. Non le sembra così tanto negativismo nei miei confronti (alle richieste dell'avvocato) non faccia poi ingigantire il suo scrivere "incastrato"? Per l'articolo del 22 nulla da eccepire se non il fatto che mi era stato assicurato che fuori non si sarebbe saputo (misteri di voi giornalisti) che avrei interrotto lo sciopero della fame. Tengo a renderle noto che se per vedere rispettati i miei diritti mi vedessi costretto ad attuare altre forme di protesta (visto che con questa non ci sono riuscito) non esiterò dal metterle in atto.

Cordiali saluti da Prili che chiede solo giustizia (mi scuso per lo scritto ma sto scrivendo sulla mia gamba non avendo a disposizione null'altro per appoggiarmi). (1)

Ogni tanto vado a rileggermi questa lettera. Mi aiuta a capire, specie nei momenti difficili della professione. Soprattutto dopo che Prili, condannato a 6 anni di reclusione in primo grado (pena confermata in appello nel novembre del 1989) morirà qualche tempo dopo per un male incurabile.

* * * *

Quello dell'incensurato edicolante romano fu l'unico rinvio a giudizio che Tragnone firmò nel periodo di un anno in cui svolse l'incarico di Giudice istruttore. Sulla sua "lentezza" si ironizzò e si indagò quando esplose "Mani pulite". Chi lo conosceva per la sua meticolosità ed il suo equilibrio si chiese come mai il "Di Pietro d'Abruzzo" fosse stato colto, all'improvviso, da tale frenesia subito dopo la notte degli arresti per lo "Scandalo Pop". Così raccontai quella ventata di iperattivismo:

In Procura indagati o testimoni "eccellenti" sono stati spesso costretti a fare la fila: a volte, infatti, sono risultate insufficienti le stanze dove poter effettuare gli interrogatori. È uno degli esempi dell'aria nuova che tira al Palazzo di giustizia dell'Aquila da qualche tempo. Da quella "notte degli arresti". Per molti è l'effetto-Tragnone, il Pubblico ministero che ha fatto saltare il coperchio della "Clientopoli" abruzzese e che non accenna a fermarsi, continuando ad aprire inchieste a raffica che coinvolgono il mondo politico.

Il Palazzaccio di via 20 settembre ha completamente cambiato volto. L'attività è frenetica. Non s'era mai visto tanto via vai di carabinieri, poliziotti, finanzieri, avvocati. Prima, nel pomeriggio si potevano contare con una mano sola le luci accese sulla facciata principale. Ora invece, tutto il palazzo è spesso illuminato. Anche fino a notte tarda. "Pensi- racconta una signora che abita proprio davanti al palazzo- che dalla mia finestra ho visto, più di una volta, il giudice Tragnone uscire da quel cancello con l'auto blindata verso mezzanotte. Come l'ho riconosciuto? L'ho visto tante volte in Tv".

L'effetto Tragnone sembra aver trascinato tutto il Palazzaccio. Ma l'aria nuova si respira soprattutto negli uffici della Procura. Il Pm aveva sempre avuto orari strani e continuati. Molti lo considerano un marziano. Ma ora tutto il personale, dai segretari alla polizia giudiziaria, agli autisti, partecipa all'attività incessante, dalla mattina alle 8,30 a tarda sera. Sono stati organizzati dei turni che garantiscono un'assistenza continuativa al magistrato dopo la fatidica ora del pranzo, alle 14. Pranzo che Tragnone (e i suoi collaboratori) sono ormai abituati a saltare, facendo fare affari d'oro al bar del Tribunale che sforna panini a tutto spiano. Sembra che spesso sia lo stesso magistrato ad offrire la colazione a tutti quelli che rimangono: viene consumata nell'ufficio di un dirigente, è l'unico momento di relax. Poi ricomincia il tran tran: fascicoli e faldoni che passano da un ufficio ad un altro, riunioni, interrogatori. E lo spazio che comincia a mancare. Due esempi: gli atti riguardanti la vicenda dei Pop hanno occupato già tre interi armadi, mentre il sostituto procuratore Antonio La Rana, due volte alla settimana "applicato" alla procura dell'Aquila, ha il suo ufficio in una stanzetta della polizia giudiziaria.

Dopo il pranzo alla boy-scout, in Procura riprende il tran tran che ha modificato anche le abitudini dei giornalisti che frequentano il Palazzaccio. Cronisti, cameraman e fotografi sono da tempo costretti a lunghe attese davanti alla porta a vetri della Procura, in attesa delle "novità". A loro è stata riservata una panca spartana. E sistematicamente qualcuno si affaccia dalla porta per fare la solita battuta: "Ma che state aspettando, il treno?".

"Non si vedeva tanta agitazione dall'epoca del processo per la strage di Patrica, nell'Ottanta- commenta Salvatore Giannangeli, uno dei personaggi "storici" del Tribunale, custode del palazzo fino al 1988 ed ora passato ad un altro incarico-. Qui dentro, in quei giorni, non si viveva. Polizia, carabinieri, trasferimenti di terroristi imputati o testimoni. Un caos. Lo stesso che si sta vivendo dai primi di ottobre. Eppoi, qui le autorità ed i politici li vedevamo soltanto per l'inaugurazione dell'anno giudiziario. Ora invece sono venuti a farci "visita" parecchi pezzi da novanta che prima vedevamo soltanto in Tv o sfrecciare sulle auto blu". (2)

Il Pm pare un ciclone:

Tragnone non si ferma - scrivo- nemmeno davanti a "zio Remo". Il Pm che ha messo in ginocchio l'intera ex Giunta regionale, vuol incriminare l'ex ministro Dc Remo Gaspari per la vicenda dei "voli blu". Per il magistrato configurano il reato di peculato d'uso quei voli con gli elicotteri dei vigili del fuoco di Pescara per spostamenti non legati al mandato parlamentare. Perciò il Pm ha sollecitato al "Tribunale dei ministri", competente per chi riveste tale carica, di presentare al Parlamento la richiesta di autorizzazione a procedere, necessaria trattandosi di un parlamentare.

L'inchiesta è finita casualmente nelle mani di Tragnone. Le indagini furono avviate dal sostituto procuratore di Pescara, Carmelo De Santis, nel novembre dei '91. È di quel periodo l'incauta dichiarazione dell'ex assessore regionale Dc alla Sanità, "il geometra" Aldo Canosa, che riferì di aver volato con l'allora ministro per andare a vedere una partita di calcio a Pescara. Sono di quel periodo le polemiche sulle necessità di "coprire" tutta la regione e non solo la costa con gli elicotteri per emergenze e soccorsi. Scattarono i primi accertamenti. Ma la Procura pescarese dovette fermarsi. In base ad una legge del gennaio '89, la competenza ad indagare sui ministri spetta ad uno speciale Tribunale composto da un collegio di tre magistrati, estratti a sorte ed in carica per due anni con sede nel capoluogo di regione.

Così, nel giugno scorso, gli atti furono inviati all'Aquila, dove in fretta e furia, si dovette costituire il Tribunale "scaduto" da qualche tempo. Furono sorteggiati Augusto Pace (giudice all'Aquila), Mario Fracassi (Sulmona) e Paolo Di Croce (Vasto) i quali hanno portato avanti una lunga istruttoria. Sono, stati interrogati i piloti del nucleo elicotteri dei vigili del fuoco presso l'aeroporto "Liberi", l'onorevole Anna Nenna D'Antonio e il presidente della Roma Calcio, Giuseppe Ciarrapico. Non è stato però ascoltato (come pure era consentito) Gaspari nè l'onorevole s'è presentato spontaneamente. Qualche giorno fa, gli atti sono tornati al Pm competente, la Procura dell'Aquila. E Tragnone ha espresso il suo "parere": va chiesta l'autorizzazione a procedere. (3)

Un superlavoro che porta Tragnone, in una manciata di mesi dopo la notte di San Michele, ad essere titolare di ben 33 inchieste sulla "Clientopoli" abruzzese con 24 persone arrestate e 194 indagati, tre dei quali parlamentari. In pratica, il Pm ha aperto un'inchiesta ogni cinque giorni sul malaffare dei politici. Ecco la ricostruzione che riuscii a fare delle indagini tragnoniane:

Una pioggia di inchieste contro i politici ma finora nessun processo. È una delle pesanti accuse lanciate dal senatore Lombardi contro la Procura aquilana. Questa è la situazione dei vari fascicoli (di cui al 90% è titolare il Pm Tragnone) contro i politici.

Tragnone contro la Regione Abruzzo
Quella sullo Scandalo Pop (Arrestati: 11. Indagati: 18. Situazione: scaduto il termine di proroga delle indagini il 31 luglio scorso) è la "madre" di tutte le inchieste sulla Regione. Si contano almeno 15 procedimenti. Due i "filoni" principali: uno riconducibile all'ex presidente Salini (perché capo della Giunta), l'altro all'ex vice presidente socialista Ugo Giannunzio (perché ex assessore dei Lavori pubblici).

"Filone Salini". Si contano 11 inchieste. Tra le più importanti:
  • Pop '90. Riguarda i finanziamenti dell'anno precedente a quello che ha fatto scattare gli arresti. Indagati 11. Situazione: in fase di proroga delle indagini.
  • Legge '99. Nell'inchiesta sui Pop il primo aspetto toccato furono gli alberghi. Indagati: 7. Situazione: proroga.
  • Auto blu. Sull'uso delle auto di rappresentanza. Indagati: 11. Situazione: il Gip Como ha negato la proroga delle indagini ed il 30 settembre si decide se archiviare o proseguire.
  • "Villa Letizia". Per l'autorizzazione all'apertura concessa ad una clinica privata aquilana. Indagati: 7. Situazione: proroga.
  • Le altre inchieste riguardano: il Consorzio frentano (Indagati: 9. Situazione: in fase di proroga); i 158 milioni concessi ad una società di cui era presidente Luca Danese, nipote dell'ex presidente del Consiglio Giulio Andreotti (8, proroga); il progetto di acquisto di un vecchio palazzo all'Aquila (2, proroga), il Centro telematico di Tortoreto (1, proroga) e Parco tecnologico (11, proroga).


"Filone Giannunzio". Tre inchieste principali.
  • Acquedotti. Indagini sulla gestione e manutenzione degli acquedotti della Regione. Arrestati: 4. Indagati: 8. Situazione: proroga.
  • Captazione acque Gran Sasso. Indagini su un appalto vinto dalla Cogefar per imbrigliare le acque trovate nella costruzione del Traforo. Oltre a Giannunzio, ci sono nomi del calibro di Franco Nobili e Enso Papi . Indagati: 6. Situazione: proroga.
  • "Aquater". Per gli appalti vinti dalla ditta Aquater delle opere di difesa della costa dall'erosione marina. Arrestati: 1. Situazione: chiesto il rinvio a giudizio.


Tragnone contro il Comune dell'Aquila
Due i filoni: Urbanistica e Commercio.

Filone Urbanistica. Si contano 7 inchieste principali.
  • "Strinella 88". Sulla costruzione di un centro direzionale e del parcheggio annesso. Indagati: 10 (tra cui 7 richieste di arresti non accolte). Situazione: è in corso la perizia d'ufficio.
  • "Strinella 14". Sulla costruzione di alcuni box-garage. Indagati: 19 (tra cui 6 richieste di arresto non accolte dal Gip). Situazione: proroga.
  • Con-Bit. Sulla realizzazione di un centro commerciale. Indagati: 10. Situazione: proroga.
  • Torretta. Su una lottizzazione. Indagati: 11. Situazione: proroga.
  • Ex Pacilli. Sulla realizzazione di un palazzo. Indagati: 4. Situazione: proroga.
  • Megadistributore Ip. Su una licenza commerciale. Indagati: 6. Situazione: prosciolti dal Gip.
  • Cogefar Sesto lotto. Su un appalto (25 miliardi) per il nuovo ospedale regionale dell'Aquila. Indagati: 19. Situazione: proroga.


Filone Commercio. Si contano 3 inchieste principali.
  • Gallucci I. Su un ricorso-lampo al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar che annullava una licenza commerciale ad un supermercato. Arrestati: 2.
  • Gallucci II. Sul rilascio della licenza. Arrestati: 3.
  • Caso Giugno. Su una richiesta tangente da 45 milioni in relazione ad una faccenda urbanistica. Arrestati: 2. Situazione: rinvio a giudizio.


Tragnone contro i Vigili del fuoco
Riguarda presunte tangenti per la ristrutturazione della caserma aquilana dei pompieri. Arrestati: 1. Indagati: 2. Situazione: proroga.

Tragnone contro la Usl dell'Aquila
Si contano 8 inchieste con una ventina di indagati. Tra le principali c'è quella sul mega-appalto vinto dalla Cogefar. Indagati: 13. Situazione: (seconda) proroga.

Tragnone contro Remo Gaspari
Riguarda la vicenda dei "voli blu" dell'ex ministro. Situazione: proroga. (5)

* * * *

Il magistrato che Pannella aveva definito "sceriffo con la toga" e che Gaspari aveva apostrofato come "uno che usa metodi da Gestapo", viene isolato. Ci si appiglia a tutto. A tal punto che alcuni avvocati mi fanno una gentile "soffiata", offrendomi una succulenta notizia su un piatto d'argento, ma con l'evidente intento di cercare di screditare il sostituto procuratore:

In un procedimento risulta consulente di parte del Pubblico ministero, in un altro è indagato. Una duplice veste difficilmente conciliabile se i due procedimenti pendono entrambi davanti alla stessa Procura della Repubblica. L'"infortunio" è capitato a Pm Fabrizio Tragnone che pure passa per un "dottor Sottile" pignolo alla virgola. Il magistrato ha infatti nominato come suo consulente di parte nell'inchiesta sulla gestione e manutenzione degli acquedotti abruzzesi il geometra Carmine Centi, 57 anni, aquilano. Lo stesso che risulta sotto inchiesta per abuso d'ufficio nell'ambito degli accertamenti scattati a seguito di una denuncia. Centi, che ha incarichi direttivi presso il Consorzio di Bonifica medio ed alto Aterno, nel marzo scorso è stato denunciato da un collega che ha firmato ed inviato alla magistratura un dettagliato esposto in cui avrebbe segnalato alcuni abusi commessi dal geometra. Il fascicolo, istruito dall'allora Procuratore Capo Mario Ratiglia è finito, dopo la morte di quest'ultimo, nelle mani del sostituto procuratore "applicato" momentaneamente all'Aquila, Antonio La Rana. Un passaggio che ha certamente interessato anche Tragnone, formalmente reggente dell'ufficio. Le indagini, a quello che si sa, non sono ancora concluse. L'incarico come perito di parte è stato formalizzato da Tragnone qualche giorno fa. Una sconcertante coincidenza destinata probabilmente a sollevare imbarazzo e polemiche. E sospetti. (6)

L'inchiesta su Carmine Centi verrà poi archiviata già nel luglio dell'anno successivo. E c'è anche chi, approfittando magari della propria fama, getta pesanti ombre sul magistrato. È il caso dell'avvocato Pino De Gori che riesco ad intervistare:

"Provo molta amarezza. Nonostante il clima che si respira oggi in Italia, credo che non si possa assolutamente mettere in discussione quella fiducia che deve esserci tra magistrati ed avvocati. Sono venuto in visita di cortesia dal dottor Fabrizio Tragnone e lui, bontà sua, m'ha ricevuto alla presenza di ben quattro agenti di polizia giudiziaria".

A lanciare il siluro, seppure con toni assai pacati, contro Tragnone è l'avvocato romano Pino De Gori, difensore di fiducia nominato da Egidio D'Angelo, l'avvocato del Comune dell'Aquila finito agli arresti domiciliari per il "caso Gallucci". De Gori, che anche ieri qualcuno nel Palazzaccio aquilano ha salutato con un riverente "Maestro", è un personaggio di spicco del foro italiano. Tra gli altri, ha assistito il partito della Democrazia cristiana e non solo nel "processo Moro", ma anche il noto faccendiere Francesco Pazienza, nonché l'ex ministro Riccardo Misasi e deve aver avuto non pochi avvertimenti visto che è costantemente seguito da due agenti di scorta con tanto di auto blindata. Ma De Gori è assai conosciuto anche all'Aquila. Soprattutto dopo aver assistito e fatto assolvere nel maggio scorso il deputato aquilano del Psdi, Romano Ferrauto, nel processo in Pretura per il presunto abuso edilizia del megadistributore della Ip. In quel processo, durante l'arringa, urlò: "L'onorevole Ferrauto è un perseguitato. Ora sarebbe già segretario nazionale del Psdi".

"Ero in vacanza ad Ovindoli, quando quel galantuomo di D'Angelo, collega tra i migliori d'Italia nel suo campo nonché uomo di alta cultura e statura morale, mi ha telefonato la sorprendente notizia del suo arresto- ha detto ieri mattina l'avvocato uscendo dagli uffici della Procura-. Poichè l'altro difensore nominato, l'avvocato Attilio Cecchini, è attualmente non raggiungibile trovandosi in Spagna, mi sono precipitato. Quella di oggi è stata soltanto una visita di cortesia ai magistrati che seguono l'inchiesta. Peraltro già conoscevo il giudice Como, uno dei migliori Gip d'Italia e uomo di alta cultura e statura morale, soprattutto per il suo costante aggiornamento nei vari convegni. Non conoscevo il Pm Tragnone che mi ha ricevuto alla presenza di quattro agenti. Non voglio assolutamente fare polemica. È un fatto. Come è un fatto che il Gip Como mi abbia cortesemente ricevuto da solo". (7)

Gli attacchi, a viso aperto (come le denunce e le interrogazioni parlamentari del senatore Lombardi) o con colpi bassi, non si contano. Pochi, pochissimi, si espongono a difendere pubblicamente il magistrato salvo poi a fare, nottetempo, scritte eloquenti ("Tragnone pensaci tu") sui muri del costruendo, contestato, megaparcheggio di Collemaggio. Solo una parte della sinistra non si fa scrupoli nello schierarsi a fianco di Tragnone:

Nell'apprendere dagli organi di stampa dell'apertura di una inchiesta della Procura di Perugia sull'operato del Pm Fabrizio Tragnone, a seguito delle pressioni esercitate dal senatore Enzo Lombardi in sede parlamentare, Rifondazione comunista, Verdi, Rete e le associazioni studentesche "L'Altra città" e "Sinistra e prospettiva rossa", stigmatizzano come con questo atto giunga a compimento un disegno della squalificata classe politica locale rivolto ad ostacolare il cammino della magistratura aquilana nell'accertamento della Tangentopoli abruzzese. Nel pieno rispetto dell'autonomia della magistratura, cui si ribadisce la più totale e solidale fiducia, le scriventi non nascondono il timore che i colpi di coda del vecchio regime agonizzante possano produrre effetti destabilizzanti da un lato e "normalizzazione" dall'altro. L'accertamento della verità dei fatti accaduti e il riconoscimento delle responsabilità costituiscono interesse e diritto primario dei cittadini, mobilitati a difesa delle istituzioni, in primis della magistratura, contro ogni tipo di indebita e grossolana ingerenza di squallidi e delegittimati personaggi. In questo delicatissimo momento nel quale è finalmente possibile, dopo anni di insopportabile silenzio, smascherare i vizi del vecchio sistema di potere, invitiamo tutti i cittadini aquilani a mantenere alto il livello del dibattito politico e ad esercitare una continua vigilanza in difesa dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura. (8)

Ma è il Gip Romolo Como a prendere decisamente le difese del collega soprattutto per smentire di essere "in guerra" con lui per alcuni provvedimenti cautelari richiesti ma non concessi, in particolare per le inchieste note come "Strinella 14" e "Strinella 88". Il giudice Como si espone addirittura fino ad comunicato stampa scritto, non a caso, in perfetto stile giornalistico:

Studente in Giurisprudenza- aveva ricordato Alessandro Orsini nel tracciare un profilo del magistrato che aveva appena firmato gli arresti per l'intera Giunta regionale- Romolo Como iniziò l'attività giornalistica, una passione che non disturbò i suoi studi e che forse gli permette, oggi, di pesare le parole con i suoi vecchi colleghi. Collaboratore per alcuni anni del Messaggero, seguì per le pagine locali e nazionali, verso la fine degli anni Sessanta, il processo per il disastro della diga del Vajont, uno di quelli "storici" per il palazzo di giustizia aquilano. (9)

Ecco il testo di quel clamoroso comunicato:

Mi riferisco ad articoli apparsi nei giorni scorsi sulla stampa locale, in particolare sul Messaggero e sul Centro, in merito ad un appello del pubblico ministero al Tribunale della Libertà per il rigetto da parte del giudice per le indagini preliminari di misure cautelari nell'ambito dell'inchiesta denominata "Strinella 88". Credo di essere tra coloro che ritengono essenziale il ruolo della stampa ed inopportuna ogni iniziativa diretta a limitare il diritto di informazione anche su fatti inerenti inchieste giudiziarie non strettamente coperti da segreto istruttorio, e che comunque ledono il diritto alla riservatezza di persone indagate, ma sono di interesse pubblico e riguardano argomenti conosciuti e dibattuti nella comunità dei cittadini.

È vero però che l'esercizio in tal senso del diritto di cronaca non può essere disgiunto dalla esattezza della notizia e dalla correttezza del commento, in modo da non ingenerare nell'opinione pubblica pur solo la sensazione di oscuri retroscena o di manovre che non esistono e non hanno ragione di esistere da parte o tra i magistrati che si occupano della vicenda.

Nei giorni scorsi dunque si è dato ampio rilievo- e di per sé è giusto- alla iniziativa del procuratore della Repubblica che aveva richiesto misure cautelari personali e reali nel corso delle indagini preliminari su "Strinella 88" e che poi, di fronte al diniego del giudice per le indagini preliminari, ha proposto appello al Tribunale della libertà; notizia legittimamente diffusa perché l'impugnazione dinanzi al Tribunale e la conseguente procedura con intervento di tutte le parti interessate e dei difensori ha fatto venir meno il segreto istruttorio sul punto.

Gli organi di stampa hanno però presentato la cosa, soprattutto nei titoli e nelle locandine esposte nelle edicole, non solo e non tanto come un'ipotesi di conflitto in senso tecnico-giuridico o di diversa valutazione o interpretazione dei fatti, ma come "scontro", "braccio di ferro", "sfida" all'interno della magistratura tra il Procuratore della Repubblica e il Giudice per le indagini preliminari, ed anzi hanno personalizzato l'episodio come contrasto tra le persone del dott. Fabrizio Tragnone e del dott. Romolo Como (quanto sarebbe opportuno che non si facessero i nomi dei magistrati ma si indicasse solo l'ufficio che conduce un'inchiesta o prende una decisione!) che finora erano andati "d'amore e d'accordo" in relazione ad altre importanti inchieste. Ancora si é usato lo stesso linguaggio (in verità solo da parte del "Centro") parlando addirittura di "guerra dei giudici" a proposito della revoca degli arresti domiciliari per quattro indagati in altro procedimento (noto come "Inchiesta acquedotti"); alla liberazione il Pm si era opposto ma il Gip ha disposto "subito il contrario".

Questa interpretazione nel fornire le notizie e soprattutto nel presentarle con titoli e locandine è fuorviante e pericolosa perché può far apparire il rapporto tra il Pm e il giudice in via normale come unità di funzioni e di intenti addirittura "in perfetta sintonia", e in caso di non identità di vedute come una spaccatura, una sfida, un contrasto tra organi dello stesso ufficio. In realtà, nella distinzione dei ruoli prevista nel nuovo processo penale, tra il Pm ed il giudice non può esservi né identità di vedute né ipotesi di conflitto (che può semmai essere tra diversi uffici del Pm o tra diversi giudici) il Pm è organo pubblico di accusa che conduce le indagini, e al contempo una delle parti del processo alla pari- almeno in linea di principio- con le parti private; il giudice è in posizione di terzo estraneo e del tutto indipendente da qualsiasi delle parti, e a lui è demandata la decisione.

Nel corso delle indagini preliminari- di esclusiva competenza del Procuratore della Repubblica- i provvedimenti più incisivi sui diritti del cittadino indagato, e in particolare sulla libertà personale, sono sottratti alla disponibilità del Pm proprio perché il Pm è una parte nel procedimento, e possono essere adottati solo dal giudice al quale il Pm li richiede (il Gip pertanto non "controfirma" provvedimenti del Pm ma adotta provvedimenti che il Pm può solo richiedere).

È quindi del tutto fisiologico al processo penale che il giudice accolga o non accolga secondo la sua valutazione dei fatti nel caso concreto, le richieste del Pm, così come è normale che il Pm e le altre parti, ove non condividano la decisione del giudice, esperiscano i mezzi di impugnazione previsti dalla legge. D'altra parte nessuno si meraviglia per il fatto in sé che il giudice al termine di un processo assolva imputati per i quali il Pm ha chiesto la condanna o condanni imputati per i quali i difensori hanno chiesto l'assoluzione.

Senza entrare nel merito delle questioni attualmente in discussione su indagini preliminari in corso, intendo solo ribadire che non esistono scontri o sfide o persino guerre fra i magistrati del Pm e i giudici, ma solo eventualmente diverse valutazioni dei fatti.

Quanto ai rapporti fra lo scrivente e il dott. Tragnone, sul piano dell'amicizia personale e della reciproca stima e fiducia professionale, non hanno mai subito e non potranno subire in futuro influenza alcuna da eventuali diversità di giudizio su casi sottoposti alla loro valutazione nelle rispettive e ben distinte funzioni. (10)

Gli attacchi si susseguono e si vanno facendo sempre più audaci anche perché lui, Tragnone, non replica. Sta zitto. Subisce i "pesci in faccia". Finché, qualcuno, deve essere riuscito a fargli capire che non può continuare a restare silente, a mostrarsi allergico, addirittura infastidito (altro che fughe di notizie, almeno da parte sua!), dai giornalisti che ormai "vivono", anche loro, nel Palazzaccio e fanno parte della tappezzeria. La svolta si ha nell'aprile del 1993, sette mesi dopo la notte di San Michele. Tragnone, a sorpresa, riceve alcuni giornalisti (tra cui me) nel suo ufficio al terzo piano:

La pipa poggiata ordinatamente sul tavolo, spenta come nei giorni di guerra. Eppure non spirano segnali di fumo ostili dalla stanza del sostituto procuratore Fabrizio Tragnone, fino a qualche giorno fa accampamento-bunker mai espugnato dai giornalisti- pionieri costretti, nonostante l'avvento di Tangentopoli, a subire almeno un interrogatorio al mese, come testimoni, nell'ambito delle varie inchieste avviate dalla stessa Procura su presunte fughe di notizie e-o violazioni di segreto istruttorio riguardanti uomini politici. Niente venti di guerra. Anzi, ieri mattina, Tragnone ha ricevuto nel suo ufficio i cronisti che avevano chiesto un incontro al magistrato al centro, negli ultimi giorni, di feroci attacchi. Prima dell'onorevole Marco Pannella e poi dell'onorevole Remo Gaspari sulla stesso tema: Tragnone chiede proroghe delle indagini per le sue inchieste "calde", partite magari con le manette (vedi lo "Scandalo Pop"), perché non ha nulla in mano.

Lui, Tragnone s'è difeso (a modo suo), proprio nel giorno in cui è trapelata la notizia (sarà aperta un'altra inchiesta?) che il Pm ha chiesto al Gip la possibilità di indagare altra sei mesi per uno dei fascicoli più scottanti. Ovvero l'appalto da 78 miliardi vinto dalla Cogefar per il quale Tragnone stesso aveva già ottenuto nell'ottobre scorso una prima proroga. Una proroga della proroga, quindi, destinata a surriscaldare le polemiche su un magistrato prima osannato ed oggi, invece, nel mirino di molti.

Tragnone "umano". Sarà stato l'effetto-Pannella. Fatto sta che ieri il Pm ha ricevuto, quasi a braccia aperte, i giornalisti un tempo messi (cortesemente) alla porta. Comprese le grandi firme venute a seguire il caso, primo in Italia, dell'arresto di un'intera Giunta regionale. Sull'attacco di Pannella ("È uno sceriffo che fa solo retate e poi chiede la proroga") la risposta è scontata ma significativa. "Non posso e non voglio rispondere- ha detto- sul fatto personale. Quanto al merito dell'inchiesta sui Pop, le risposte verranno nelle competenti sedi istituzionali. Quelle stesse sedi che, finora, hanno sempre dato ragione alle mie tesi come il Gip che ha accolto la mia richiesta di ordini di custodia cautelare ed il Tribunale della Libertà e la Cassazione che hanno confermato quei provvedimenti". Sull'attacco di Gaspari ("Per i "voli blu" ha chiesto la proroga perché non ha prove in mano"), Tragnone ha spiegato che attualmente il suo ruolo nell'inchiesta è marginale poiché, trattandosi di "reato ministeriale", la questione compete allo speciale "Tribunale dei ministri". Tutto qua. Più tanti gentili ma fermissimi "no comment" alle altre domande dei giornalisti i quali, approfittando dell'occasione "storica", si sono scatenati su tutti i fronti.

Cogefar, altri sei mesi. Tragnone si difende dalle accuse citando fatti, ma intanto dal suo ufficio continuano ad uscire solo richieste di proroghe delle indagini preliminari. Come nel caso delle inchieste riguardanti la Cogefar, una delle ditte maggiormente coinvolte nella Tangentopoli milanese e vincitrice, in Abruzzo, di numerosi appalti miliardari. Solo qualche giorno fa, Tragnone ha chiesto la proroga per l'inchiesta (19 indagati "eccellenti") sull'appalto del sesto lotto (26 miliardi) dell'ospedale regionale dell'Aquila, vinto appunto dalla Cogefar. Subito dopo, ha chiesto al Gip la proroga della inchiesta (13 indagati) sull'appalto per le forniture sanitarie (78 miliardi) per lo stesso ospedale vinto dalla stessa ditta. La cosa, a molti apparsa quantomeno singolare, è che Tragnone aveva già chiesto una proroga delle indagini alla fine dell'ottobre scorso in cui si sosteneva l'ipotesi di concorso in abuso d'ufficio (cioè di aver favorito la Cogefar) per l'ex presidente della Usl dell'Aquila Antonio Bove e per i membri dell'ex Comitato di gestione Antonio Matarelli, Umberto Murgo, Carmine Ricci, Romano Fantasia, e Feliciano Giardino; per i componenti della commissione aggiudicatrice dell'appalto (presieduta da Bove) Elio Guzzanti, Cesare Catananti, Eriberto D'Alessandro; per il direttore dei lavori, Gaspare Squadrilli e per i tre coordinatori della Usl, Lucio Gialloreti, Marino Imperiale e Luigi Sollecchia. Da quando circa un anno fa, nell'aprile del '92, è scattata l'inchiesta (su esposto della ditta aquilana che ha perduto l'appalto, l'aquilana "Iniseo Irti") gli indagati non sono stati nemmeno interrogati. Né durante i primi sei mesi di indagini, né negli ulteriori sei mesi dopo la prima proroga. Anzi, dall'ottobre scorso ad oggi, lo scottante fascicolo sarebbe rimasto in qualche armadio. Nonostante ci sia una consulenza di parte assai "pesante", dalla quale sarebbe emerso, in particolare, che l'appalto diviso in 63 miliardi per fornitura di apparecchiature sanitarie e "soltanto" 15 miliardi per opere murarie venne assegnato ad un'impresa (la Cogefar) specializzata nel settore dell'edilizia e che si ritirarono all'improvviso dalla gara alcune ditte specializzate in tali apparecchiature (la "Siemens" e la "Phillipp Holzman") contattate poi dalla stessa Cogefar per acquistare la strumentazione che occorrevano. (11)

Il "nodo" delle proroghe. A parte la proverbiale pignoleria e "lentezza" di Tragnone (quando era Giudice istruttore firmò un solo rinvio a giudizio per un rapinatore del quale erano state trovate le impronte digitali sulla cassaforte), in molti cominciano a chiedersi perché la Procura aquilana va avanti, finora, solo a "colpi" di proroghe, specie sulle inchieste scottanti. Non molti, d'altra parte, ricordano che Tragnone è stato sostanzialmente da solo, dopo la morte a settembre del Procuratore Capo, Mario Ratiglia, e che soltanto dalla fine di gennaio è stato appoggiato da un sostituto effettivo, mentre il nuovo Procuratore capo, Gianlorenzo Piccioli, s'è insediato la scorsa settimana. Per questo, secondo alcuni, si starebbe scaricando tutto assieme in questi giorni l'enorme "carico" accumulato negli ultimi sei mesi e, dunque, solo da ora in poi la Procura aquilana (e Tragnone per primo) sarebbe davvero sotto esame. Nel senso che fra sei mesi, nuove richieste di proroghe non sarebbero più ammissibili. (12)

Ma ci vorranno quasi un altro anno e le catene del senatore Lombardi per strappare la mia prima, ed unica, intervista al "Di Pietro d'Abruzzo". Eccola:

"L'episodio in sé non posso e non voglio commentarlo, per motivi di opportunità". Non è più il Tragnone di una volta, chiuso dal mattino fino a sera nella sua torre-ufficio coi fascicoli sparpagliati anche sul divano dove dal tempo dei clamorosi arresti per lo "Scandalo Pop", continua a consumare il pranzo con una tazza di thé, caldo d'inverno e freddo d'estate. Non è più il Pubblico ministero che si lasciava dire di tutto ("Sceriffo con la toga" o "Giustiziere ad orologeria") senza replicare, trincerandosi dietro gentili ma fermi "no comment". Il sostituto procuratore aquilano che è in testa alla lista dei nemici del senatore Enzo Lombardi, risponde. Seppure il giorno dopo. Un vantaggio che gli consente ampi spazi di manovra per risposte diplomatiche, scelte con cura anche per evitare di diventare incompatibile con le tre inchieste (sulle sette in totale) di cui è titolare contro il senatore.

Domanda. Cosa risponde alle accuse di lungaggini nelle sue inchieste contro Lombardi?
Risposta. Sono in perfetta linea con quanto dichiarato dal Capo della Procura, dottor Piccioli, il quale ha ricordato i lunghi tempi tecnici che sono stati necessari per le richieste d'autorizzazione a procedere. C'è proprio una norma del codice di procedura penale che, in questi casi, impone la sospensione dei termini. Inoltre, sempre in termini generali, c'è un altro problema: per l'ultima richiesta di rinvio a giudizio da me presentata, il Gip ha fissato l'udienza preliminare al 20 giugno prossimo. Noi siamo quattro Pm ed il Gip è solo: si crea così un'inevitabile strozzatura e non è materialmente possibile ottenere in tempi brevissimi nemmeno l'udienza preliminare.

D. Ma l'inchiesta nota come "Strinella 88", uno dei casi di cui il senatore s'è più spesso lamentato, dura dal settembre '92?
R. C'è stata una richiesta di autorizzazione a procedere e poi una perizia d'ufficio assegnata dal Gip che ha portato via molti mesi. Depositata la perizia, ai primi di gennaio, poiché i termini per Lombardi erano scaduti, ho chiesto ed ottenuto dal Gip la proroga a cui nessun difensore s'è opposto. Anzi, tutti i legali chiedevano tempo per poter studiare l'enorme lavoro dei periti.

D. C'è poi il caso dell'ultimo avviso di garanzia per la vecchia inchiesta sulla sede dei costruttori emesso qualche giorno fa, nel periodo più caldo delle candidature.
R. L'inchiesta è vecchia, gli sviluppi sono nuovi.

D. Dal punto di vista umano, l'ha colpita l'incatenamento di Lombardi?
R. No. (13)

* * * *

La spinta di "Mani pulite" si è esaurita. La macchina investigativa, che nel frattempo ha perduto, tra le polemiche, il suo leader e principale motore, il commissario della polizia giudiziaria Roberto Vitanza, arranca.
Tragnone (solo, davvero solo) infila una serie di richieste di proroga delle indagini preliminari che gli scatenano addosso non solo accuse ("Prima arresta, poi chiede più tempo per indagare: allora che fretta c'era?"). Agli insulti arriva soprattutto l'onorevole Vittorio Sgarbi che, in una manifestazione organizzata (tra non pochi imbarazzi) presso l'Emiciclo, dal gruppo consiliare del Ppi sul tema "Giustizia e politica. La legge è uguale per tutti?" si scatena. "Sapete perché- urla Sgarbi alla folla come ipnotizzata- quel magistrato, quel Fabrizio "Tontolone", arrestò la Giunta regionale abruzzese? Perché era sicuro che il Pds avrebbe poi vinto le elezioni. (...) Solo oggi potete organizzare questo convegno perché prima se la facevano tutti addosso quando si doveva parlare male dei magistrati: ora i tempi sono cambiati. Gli imputati sono loro". (14)

E a Sgarbi fecero eco anche gli onorevoli Marco Taradash, all'epoca Radicale ("Voglio ricordare l'intuito politico che ebbe Pannella nel condannare la retata" (15) ), il futuro ministro Carlo Giovanardi del Ccd ("Ci sono magistrati troppo vicini al Pds, tanto che sulle tangenti rosse hanno sempre voluto chiudere gli occhi" (16)) e, materializzandosi con una lettera, Tiziana Maiolo di Forza Italia ("Grazie al sacro furore, all'ansia di imitare il vostro quasi conterraneo Di Pietro, i magistrati che decisero l'arresto in blocco della Giunta abruzzese fecero una delle cose più sporche a cui abbiamo dovuto assistere" (17)). Di fronte a questi show, passò quasi inosservata la riflessione del magistrato Giuseppe Di Lello, all'epoca deputato progressista: "Se deve riconoscersi- scrisse anche lui in una lettera- una valenza positiva all'operato della magistratura nel suo complesso, non altrettanto può farsi, quasi per dogma, per delle prassi che hanno portato molti magistrati a scivolare sempre più nel "sostanzialismo" e, cioè, nella ricerca del "risultato" a scapito delle forme... Se ripenso alle tante violazioni consumate qui in Abruzzo dalla Dc di Gaspari ed alle continue "archiviazioni" che i Tribunali opponevano alle nostre denunce, in palese dispregio della legalità ed in speculare sostegno agli uomini di quel partito, e se oggi vedo che in quegli stessi Tribunali ci si attiva, anche se con un ricorso abnorme alla custodia cautelare, per fatti identici a quelli per i quali ieri ci si tappava gli occhi, devo rilevare che qualcosa non funziona, oggi come ieri". (18)

Le sparate di Sgarbi, Taradash e Maiolo fanno rumore. Chi difende Tragnone? Nessuno. Tranne, ancora, il giudice Como che mi rilascia questa intervista, pacata nei toni ma fermissima nei contenuti nonché lungimirante nell'analisi.

Domanda. Dottor Como, gli onorevoli Maiolo, Taradash e soprattutto Sgarbi hanno messo i magistrati aquilani che si occuparono dello "Scandalo Pop" sul banco degli imputati. Lei, che come Gip firmò quei famosi ordini di custodia cautelare, si sente sotto accusa?
Risposta. Sarebbe stato più opportuno tenere quel convegno in un teatro piuttosto che nella sede del Consiglio regionale. Mi chiedo cosa conosca Sgarbi del processo Pop.

D. Eppure non si parla d'altro che degli attacchi di Sgarbi al Pm Fabrizio "Tontolone".
R. La gente non è così ingenua. Sa distinguere tra un incontro pubblico organizzato forse nel tentativo di addolcire i giudici di appello, ed un convegno giuridico in cui si discute seriamente invitando magari giuristi come Conso, Pisapia, ecc. L'unico a parlare di diritto è stato Domenico Tenaglia che, non a caso, ha un figlio magistrato.

D. Il magistrato Giuseppe Di Lello ha detto che i giudici abruzzesi sono andati a corrente alternata: prima chiudevano gli occhi sulle denunce contro la Dc di Remo Gaspari e, poi, improvvisamente li hanno aperti....
R. Quello che dice Di Lello è vero. Cambiate certe condizioni, i magistrati si sono incoraggiati a non guardare in faccia nessuno. S'è rotta, per esempio, quella contiguità tra potere e giudici che, magari, si manifestava nelle cerimonie pubbliche quando magistrati e politici andavano a braccetto. Anche per questo, alle cerimonie cui sono invitato non presenzio più.

D. Quali condizioni?
R. I cittadini hanno trovato il coraggio di fare certe denunce ed in maniera precisa come è accaduto nel caso dei Pop. Sotto questo aspetto, però, in Abruzzo è cambiato poco o forse nulla. Tanto è vero che, ne sono convinto, senza quegli arresti non si sarebbe arrivati a rintracciare certe prove ed anche quella precisa denuncia sarebbe finita in archivio per l'impossibilità di trovare riscontri. In termini generali, non nego che il nuovo clima abbia prodotto delle forzature e che, in questo particolare momento storico, la magistratura abbia assunto un ruolo di supplenza rispetto ai "filtri" politici.

D. "Filtri" politici, cioè?
R. Se quella stessa opposizione che oggi è al potere avesse avuto il coraggio e la forza di bloccare certe decisioni come quella dei Pop, l'intervento della magistratura non sarebbe stato necessario per ristabilire la legalità.

D. Ma allora, hanno ragione gli ex assessori condannati quando sostengono che si tratta di un processo politico?
R. Se ci si riferisce agli effetti, la vicenda Pop è un processo politico in quanto riguarda dei politici per la loro attività politica. Ma se si ci riferisce all'atteggiamento politico dei magistrati, allora no. Oggi posso dire che il problema di una nostra azione politica si pose. Ma la scongiurammo.

D. Può essere più preciso?
R. Ad un certo punto non solo l'intera Giunta raggiunta da ordine di custodia, ma oltre la metà del Consiglio regionale era indagato, compreso l'attuale presidente Del Colle. Ci ponemmo il problema se far scattare o meno provvedimenti sospensivi per tutti gli indagati visto il rischio di inquinamento delle prove. In quel caso, se avessimo bloccato l'attività amministrativa provocando di fatto le elezioni, allora la nostra azione, nonostante la totale buona fede, sarebbe stata davvero politica.

D. Resta il fatto che, come ha detto lo stesso Sgarbi durante il suo show aquilano, l'aria è cambiata. Pure Di Pietro è finito indagato.
R. Ma che c'entra! Lo stesso collega Tragnone fu indagato, tempo fa, dalla Procura di Perugia su denunce anche per presunte forzature nell'inchiesta Pop. Tutte inchieste archiviate.

D. E sul problema dell'abuso d'ufficio usato, ha detto la Maiolo, come grimaldello dai giudici?
R. L'abuso patrimoniale è reato grave, a volte più della corruzione. Forse qualcuno lo confonde col vecchio abuso di competenza pretorile che non aveva ancora assorbito l'interesse privato. Poi, c'è abuso ed abuso come c'è furto e furto: un conto è trasferire un dipendente in un posto di comodo per fargli un favore ed un conto è distribuire miliardi di fondi Cee.

D. Ultima domanda: cosa pensa della separazione delle carriere tra Pm e giudicanti?
R. È un problema serio collegato ad altri quali lo "spirito" del codice che "pretende" che il Pm sia un magistrato, o l'obbligatorietà dell'azione penale. Personalmente, credo che si debba evitare che i giovani magistrati diventino subito Pm o comunque assumano incarichi monocratici prima di aver fatto esperienza collegialmente, e che sarebbe opportuna la temporaneità nell'incarico per evitare il rischio di perdere autonomia, anche involontariamente. (19)

* * * *

Gli attacchi e gli insulti non si arrestano. Il Club Pannella, provocatoriamente, arriva anche a chiedere l'arresto dello "sceriffo" Tragnone:

"Perché non arrestate Tragnone?". È l'interrogativo, nient'affatto ironico, con cui si apre una nota del "Club Pannella" in relazione alla vicenda dell'iscrizione del nome del sostituto procuratore aquilano sul registro degli indagati della Procura di Perugia (quella competente ad indagare sui magistrati abruzzesi). Tragnone, "come a volte capita agli "sceriffi" che sparano a raffica- si legge nella nota firmata da Riccardo Chiavaroli e Luigi Del Gatto-, é rimasto colpito da una pallottola vagante. Fuori di metafora, chi più di un sostituto procuratore può inquinare le prove o reiterare un reato? Ricordiamo che quelli sopra citati sono i casi per i quali il codice di procedura penale prevede l'arresto: rammentiamo inoltre che esse sono le fattispecie azionate dallo "sceriffo" per i suoi spettacolari e applauditi arresti".

Il Club Pannella insiste: "Dovremmo oggi appellarci alla Procura di Perugia perché siano attivati nei confronti di Tragnone gli stessi metodi da lui teorizzati e attuati. Invece, da garantisti coerenti, anche con Tragnone, difenderemo fino in fondo le ragioni della sua presunta innocenza. Va però subito fugato un dubbio che ci assale e che è giustificato dalla cronaca degli eventi. Non vorremmo cioè pensare che l'omissione e l'abuso addebitati a Tragnone nascondano un fatto ancora più grave, vale a dire il tentativo, chissà se riuscito, di condizionamenti reciproci all'interno della Procura, e più in generale della magistratura aquilana. Da Perugia attendiamo risposte esaurienti e chiarificatrici". (20)

Ma è la sentenza della Cassazione, nel giugno del 1997, che spazza via il teorema Tragnone sul caso dello "Scandalo Pop", a riattizzare la guerra contro il magistrato. Gaspari insorge e mi dichiara:

Ieri, l'ex padre padrone della Dc abruzzese non era nella pelle: "Avete visto, avevo ragione io- ha detto zio Remo, raggiunto a Roma- quando, sin dal giorno degli arresti, difesi una classe politica che aveva fatto grande l'Abruzzo. Con la scusa dei fondi Pop- ha detto l'ex ministro- si sono voluti processare trenta anni di governo della Democrazia cristiana in Abruzzo. Sono stati rigirati come calzini i conti correnti anche dei lontani familiari dei politici indagati, come è avvenuto per il povero Mimì Tenaglia, ma non è stata trovata una lira fuori posto. La sentenza della Cassazione restituisce l'onorabilità alla Dc abruzzese e dimostra che si può distruggere un innocente. Senza contare- conclude Gaspari- quanti hanno tratto vantaggio da questa assurda vicenda. Sbaglio, o il Pm Tragnone è diventato Procuratore capo? Sbaglio o è stato promosso anche quel poliziotto che condusse le indagini e che poi si presentò, con scarso successo, nella lista del Pds alla elezioni comunali dell'Aquila del 1993?". (21)

E, dopo le definitive assoluzioni (con conferma della condanna per falso al solo Salini), qualcuno sollecita anche di indagare su Tragnone: "Una commissione d'inchiesta del Ministero di Grazia e giustizia per capire cosa è accaduto nei tre anni più bui della storia d'Abruzzo". È questa la proposta che stamane il consigliere comunale socialista Marco Fanfani, che all'epoca era segretario regionale del Psi, presenterà all'assise civica dell'Aquila attraverso un ordine del giorno. Come era prevedibile, il giorno dopo la clamorosa assoluzione che ha cancellato lo "Scandalo Pop" visto che la Corte d'Appello di Roma ha usato per l'ex Giunta regionale finita in manette la formula del "fatto non sussiste", esplode la rabbia di chi, nel 1992, venne messo alla gogna. "No, la solidarietà rituale non basta- spiega Fanfani- a risarcire né quelle persone che sono state annientate, non soltanto politicamente, da feroci misure cosiddette "cautelari", né un'intera regione additata davanti al mondo come la capitale del malaffare e della corruzione. Perciò chiedo che il Consiglio comunale aquilano, così come spero vorrà fare il Consiglio regionale, solleciti a chi di dovere di fare chiarezza di capire perché tutto questo è accaduto. Perché fu arrestato un intero Governo regionale, perché venne fatto cadere il Consiglio comunale dell'Aquila arrestandone il sindaco, perché tanti altre misure cautelari chieste dal Pm Fabrizio Tragnone che si sono risolte in una bolla di sapone". Fanfani va oltre. "Al Consiglio comunale sollecito anche la costituzione di un comitato di tre saggi, una sorta di difensore civico, che scriva finalmente un libro bianco su quanto è accaduto. Ripeto, dobbiamo studiare e capire. Studio che dovrebbe fare anche l'Ordine dei giornalisti: che si rilegga, l'Ordine, certi articoli, e valuti se sono state calpestate, in maniera così evidente, le regole deontologiche. L'informazione, appunto. Credo che chi all'epoca sbatté questa città e questa regione in prima pagina la debba ora risarcire. Mi riferisco a Gad Lerner, a Giuliano Ferrara ed a tutte le testate nazionali. Per non parlare dello sciacallaggio politico: chissà se Achille Occhetto chiederà scusa ad uno ad uno in un pubblico comizio così come in un comizio chiese lo scioglimento del Consiglio regionale; o chissà se chiederà scusa il sindaco Leoluca Orlando che parlò di "undici farabutti"». (22)

Riflessioni tutte ancora da avviare.

* * * *

Gli attacchi non si fermeranno nemmeno dopo che Tragnone, nell'estate del 1996, vince il concorso come Procuratore Capo (tra i più giovani d'Italia avendo solo 43 anni), in Sardegna, in prima linea, a Lanusei in piena Barbagia (attualmente è sostituto procuratore presso la Procura generale di Ancona). Zona per quale, l'onorevole Sgarbi chiederà lo "stato di calamità naturale perché vi lavora a piede libero il magistrato Fabrizio Tragnone, ex Pm all'Aquila". (23)

"Buon viaggio, Tragnone" titola il Messaggero in un corsivo di Luigi Malandrino, una settimana dopo la retata antidroga dell'inchiesta, nota come "Tattooing", scattata con 44 arresti che portano la firma del Pm ora in partenza:

Millenovecentonovantadue, un anno lunghissimo a scriverlo, viverlo e, oggi, digerirlo. Tutta una Giunta, quella della Regione, in galera. Manette che scattano e fotografi e telecamere a esportare quella brutta immagine dell'Abruzzo. Eravamo davvero diventati il cuore della corruzione? Quel "mariuolo" di Mario Chiesa si era appena affacciato alle cronache nazionali e Di Pietro non era ancora Di Pietro. Ma l'Abruzzo aveva già Tragnone.

Neanche il tempo di risollevarsi che già un altro tintinnio di manette aveva fatto strillare i giornali di tutta Italia: circondato il palazzo del Comune dell'Aquila per non farsi sfuggire il sindaco indagato, il mite Placidi. Per fortuna in questo caso il New York Times non volle dare rilievo alla notizia come aveva fatto per l'arresto della Giunta. Poi le indagini hanno fatto giustizia di quelle false e spettacolari partenze. Sul campo è rimasto qualche abuso d'ufficio. E niente che valesse un paio di manette. Da ultimo Tattooing, l'immagine di una città, L'Aquila, diventata un pezzo di Bolivia. E, ancora una volta, la stessa magistratura a interrogarsi se non sia stato anche in questo caso un abuso d'ufficio.

Oggi l'Abruzzo ha il riconoscimento della Comunità europea per essere stata la prima regione a uscire dal "Sud" dell'economia e del lavoro. Ma per lunga parte dell'opinione pubblica è ancora terra di ruberie e droga facile. Buon viaggio Tragnone. (24)

Il giorno dopo, nessuno si strappa le vesti per la partenza del magistrato. Tutt'altro. Una partenza che, comunque, chiude un'éra. Così racconto quel momento storico:

Di Pietro d'Abruzzo o un suo volgare imitatore, fine giurista o spregiudicato giustiziere, eroe della "rivoluzione democratica" o "sceriffo con la toga" gonfiata dal vento di Mani pulite? Il sostituto procuratore Fabrizio Tragnone lascia L'Aquila portandosi dietro tutte le contraddizioni che hanno segnato la sua carriera aquilana nonché la vita cittadina ed abruzzese degli ultimi quattro anni. Se ne va senza che nessuno spezzi una lancia in suo favore: nemmeno l'ex deputato Pio Rapagnà (il parlamentare con la sciarpetta rossa che batteva fragorosamente le mani a Montecitorio ogni volta che veniva citato il nome Di Pietro) suo grande sostenitore, ha speso una parola gentile, magari per scongiurarlo a restare per combattere il malaffare politico. Soltanto l'avvocato Attilio Cecchini (che un giorno, durante un processo, lo apostrofò "il dottor Sottile") gli ha reso l'onore delle armi concedendogli addirittura il prefisso nobile "Don".

Di certo, Tragnone ha segnato un'epoca. Nel bene e-o nel male. Per un periodo, quello caldo di Mani pulite, bastava citare il suo nome (come fece per telefono un anonimo burlone ad un politico) per far rischiare l'infarto a chiunque. Dopo, durante le inchieste, la sua popolarità s'è andata via via offuscando tanto che l'onorevole Vittorio Sgarbi arrivò a definirlo "Fabrizio Tontolone" in una manifestazione pubblica organizzata al Palazzo della Regione per distruggere la sua inchiesta sui fondi Pop. Quell'inchiesta finita addirittura sul New York Times che per alcuni sarebbe stata la più grande ferita inferta all'"isola felice", come Gaspari amava definire la sua regione, solo per sfrenato protagonismo alla Di Pietro, mentre per altri avrebbe invece segnato la fine della "Clientopoli", dove i favori "agli amici e agli amici degli amici" stanno per le mazzette di "Tangentopoli".

Oggi nessuno sembra rimpiangerlo, anzi. Un sali e scendi al quale, fatto singolare, Tragnone ha partecipato defilato (non ha mai tenuto una conferenza stampa, pochissime interviste, rarissime le dichiarazioni) "preferendo- come amava sottolineare- parlare con gli atti giudiziari". Proprio quegli atti che secondo molti, gli darebbero torto.

Ora resta la sua "eredità". A cominciare dalle inchieste non ancora concluse. Come quelle sul "caso Gallucci" (che costò l'arresto, in Municipio, dell'allora sindaco Giuseppe Placidi) o l'ennesima sul Teatro stabile aquilano (19 indagati dopo una prima proroga delle indagini preliminari), o quella clamorosa dei 44 arresti per l'operazione antidroga Tattooing. A novembre si apriranno i termini del concorso per coprire il posto vacante: fra un anno arriverà il nuovo Tragnone.

Commenta l'avvocato Cecchini, protagonista di epici scontri con Tragnone: "Più che un'epoca si chiude uno stile. Nella mia lunga carriera non ho mai incontrato un magistrato di tale levatura morale, intellettuale e professionale come "don Fabrizio". Un Pm capace di cogliere l'aspetto giuridico della realtà, trasformando così il fatto in diritto. Una metodologia da "giureconsulto" che spesso lui portava alla sublimazione, il diritto a tutti i costi che può sfociare nel "summum ius, summa iniuria". Su questo, spesso, ci siamo scontrati. Certo, lo rimpiango anche per la sua correttezza e lealtà nei confronti della controparte forense".

Commenta Giuseppe Placidi, l'ex sindaco che Tragnone fece arrestare: "Gli spostamenti legati alla carriera del dottor Tragnone mi lasciano del tutto indifferenti. Pur potendomi considerare quantomeno tartassato, non ho perduto la fiducia nella giustizia, anche perché credo nella Giustizia superiore. Le umane debolezze assalgono chiunque, anche chi è chiamato ad assolvere compiti di altissima responsabilità. Non finisce un'epoca ma certo il superamento di una fase forse potrà restituire serenità all'Aquila come all'intero Paese. I protagonismi possono appagare chi momentaneamente vive frangenti minuscoli rispetto all'Universo".

Commenta Pio Rapagnà, ex deputato, grande tifoso di Tragnone: "Quattro anni fa avrei fatto lo sciopero della fame per impedire a Tragnone di andare via dall'Abruzzo. Oggi, invece, non mi faccio più illusioni: i Pubblici ministeri abruzzesi, da Tragnone a Di Nicola, da La Rana a Mennini, si sono arresi. Ora Tragnone addirittura se ne va. Cosa dobbiamo pensare, che non è stato capace di andare fino in fondo nelle sue inchieste sulle grandi opere pubbliche? Oppure che, sull'onda di Di Pietro e di "Mani pulite", certi Pm hanno solo puntato, usando le manette, ad uscire dall'anonimato delle loro piccole Procure di periferia?".

Commenta Pasquale Corrieri, ex assessore comunale che Tragnone fece arrestare: "Io sono stato un perseguitato dalla giustizia, dalla giustizia del signor Tragnone. Parlano i fatti: sono stato anche arrestato per quattro giorni per falsa testimonianza per una questione rivelatasi totalmente infondata; le mie denunce per calunnia sono state sempre archiviate; le venti inchieste che ho subìto si sono concluse a mio favore. Spero che nessuno abbia a patire le stesse pene che ha sofferto la mia famiglia. Comunque, buona fortuna a Tragnone. Mi dicono che la zona dove andrà è assai calda, dove la gente non è buona come qui all'Aquila". (25)



Note al testo


(1) Lettera dal carcere di San Domenico, 22 settembre 1988 (torna al testo)
(2) Il Messaggero, Cronaca d'Abruzzo, 23 novembre 1992 (torna al testo)
(3) Il Messaggero, Cronaca d'Abruzzo, 10 novembre 1992 (torna al testo)
(4) Il nome Enso non un errore di stampa (torna al testo)
(5) Il Messaggero, Cronaca d'Abruzzo, 8 settembre 1993 (torna al testo)
(6) Il Messaggero, Cronaca d'Abruzzo, 21 novembre 1992 (torna al testo)
(7) Il Messaggero, Cronaca d'Abruzzo, 21 agosto 1993 (torna al testo)
(8) Comunicato stampa, 18 novembre 1993 (torna al testo)
(9) Il Messaggero, Cronaca d'Abruzzo, 2 ottobre 1992 (torna al testo)
(10) Comunicato stampa, 23 gennaio 1993 (torna al testo)
(11) Tutti i 13 indagati citati nell'inchiesta sul mega- appalto all'ospedale regionale sono statai poi scagionati: il Pm Tragnone, nel dicembre del '93, chiese l'archiviazione al Gip Como che la dispose. Venne archiviata anche l'inchiesta sul "sesto lotto" dello stesso ospedale (torna al testo)
(12) Il Messaggero, Cronaca d'Abruzzo, 15 aprile 1993 (torna al testo)
(13) Il Messaggero, Cronaca d'Abruzzo, 16 febbraio 1994 (torna al testo)
(14) Il Messaggero, Cronaca d'Abruzzo, 1 ottobre 1994 (torna al testo)
(15) Ibidem (torna al testo)
(16) Ibidem (torna al testo)
(17) Ibidem (torna al testo)
(18) Ibidem (torna al testo)
(19) Il Messaggero, Cronaca d'Abruzzo, 2 ottobre 1994 (torna al testo)
(20) Il Messaggero, Cronaca dell'Aquila, 8 febbraio 1995 (torna al testo)
(21) Il Messaggero, Cronaca d'Abruzzo, 28 giugno 1997 (torna al testo)
(22) Il Messaggero, Cronaca dell'Aquila, 9 novembre 1998 (torna al testo)
(23) Ansa, Roma, 2 luglio 1997 (torna al testo)
(24) Il Messaggero, Cronaca d'Abruzzo, 9 agosto 1996 (torna al testo)
(25) Il Messaggero, Cronaca dell'Aquila, 19 agosto 1996 (torna al testo)