AZZERATE POLEMICHE LUNGHE SETTE SECOLI
E ADESSO LA CITTÀ HA UN BRAND MONDIALE

Papa Francesco davani la Porta Santa di Collemaggio


La mia analisi sul Messaggero Abruzzo di oggi, 29 agosto 2022

Quando l’elicottero papale è sbucato nello scenario di Collemaggio, la nebbia mattutina dovuta a una rigida temperatura fuori stagione, s’è all’improvviso diradata lasciando il posto a uno splendido sole in un cielo azzurro intenso, il cielo che solo L’Aquila sa regalare. Papa Bergoglio ieri ha compiuto il “miracolo” di far uscire il sole su Celestino V. Sulla basilica di Santa Maria di Collemaggio. Sull’Aquila. Sull’Abruzzo.
Francesco ha tirato, finalmente, fuori dalla secche della Storia il “povero cristiano” marchiato di vigliaccheria per le sue clamorose dimissioni. Ha detto, in mondovisione, che è errata l’interpretazione del verso dantesco del “gran rifiuto”: «Celestino è uomo del sì e non uomo del no. Infatti, non esiste altro modo di realizzare la volontà di Dio che assumendo la forza degli umili». In questo azzerando polemiche settecentenarie su quel maledetto (perchè “marchia” di viltade Celestino) ma pure benedetto (perchè gli ha dato una notorietà che non tramonta) verso del Terzo canto dell’Inferno, è andato oltre Papa Paolo VI che nel 1966 disse: «…Come per dovere l’Eremita del Morrone aveva accettato il Pontificato supremo, così, per dovere, vi rinuncia; non per viltà, come Dante scrisse- se le sue parole si riferiscono veramente a Celestino- ma per eroismo di virtù, per sentimento di dovere».
E sul coraggio del fraticello nato in Molise, Bergoglio è andato oltre Papa Ratzinger che nel 2010 a Sulmona chiudendo, prima di dimettersi di lì a poco, il percorso di “riabilitazione” dell’Eremita che aveva avviato il 28 aprile 2009 proprio all’Aquila passando sotto la Porta Santa e donando il suo “pallio”, aveva detto: «Celestino V seppe agire in obbedienza a Dio e con grande coraggio».
Papa Francesco indica Celestino come «testimone coraggioso del Vangelo, perché nessuna logica di potere lo ha potuto imprigionare e gestire. In lui- sottolinea- noi ammiriamo una Chiesa libera dalle logiche mondane e pienamente testimone di quel nome di Dio che è la misericordia». E la «misericordia è il cuore stesso del Vangelo, è sentirci amati nella nostra miseria» ed «essere credenti non significa accostarsi a un Dio oscuro e che fa paura».
Celestino è, definitamente, un “crociato della Pace”, un “Ghandi del Duecento”, un “Martin Luther King dei suoi tempi” altro che “il vile del gran rifiuto” col quale lo si è voluto far passare per secoli generando un grande imbarazzo nella Chiesa. Uno per il quale “il potere è un servizio”. Francesco riscrive la Storia.
Il sole è uscito anche sulla basilica di Collemaggio, simbolo della ricostruzione positivo (grazie soprattutto ai dodici milioni tirati fuori da un privato, l’Eni) rispetto al simbolo negativo della Cattedrale aquilana di San Massimo (che dopo oltre tredici anni ancora non rinasce) tra i cui puntellamenti Bergoglio è entrato indossando significativamente un casco dei vigili del fuoco come fece Benedetto XVI a Onna nel suo pellegrinaggio all’Aquila del 2009. Quel suo sostare, in piedi, senza la carrozzella, visibilmente sofferente nel fisico, sull’uscio della Porta Santa e, poi, in raccoglimento davanti al Mausoleo dell’Eremita, fanno ora della basilica aquilana un punto di riferimento nella Cristianità. E non solo: sul pavimento della basilica c’è una antichissima pietra in cui è incisa una mezzaluna, simbolo musulmano ma anche simbolo di Pace. Non a caso.
La Pace, appunto. Il sole è arrivato a illuminare L’Aquila definita da Bergoglio «capitale di perdono, di pace e di riconciliazione». Un “brand” che il Papa lascia in dono alla città resiliente e a tutto l’Abruzzo. Sì, perchè ora può cambiare il Pil della regione dopo questa giornata epocale.
Ieri è stato una sorta di “anno zero” che va sfruttato facendo progetti, migliorando strutture, sostenendo un marketing territoriale grazie al “marchio” impresso da Papa Francesco, l’uomo più visibile della Terra, in cui c’è da “guadagnare” per tutti. Trasformando anche lo stesso sisma, con tutto il rispetto per le vittime, in un’opportunità.
Appena s’è sollevato l’elicottero papale, le nuvole sono tornate ad assediare il cielo aquilano e alcuni tuoni hanno rombato. Sta ora alla classe dirigente abruzzese generare il “miracolo” di far tornare a splendere davvero il sole su questa meravigliosa regione.
Angelo De Nicola
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MORTO MARIO PIETRUCCI, L’ULTIMO DEGLI STAMPATORI AQUILANI

Mario Pietrucci nella sua tipografia

Questo il mio ricordo sul Messaggero Abruzzo di oggi

A intere generazioni di giornalisti, tra cui chi scrive, ha dispensato insegnamenti e “lezioni”, presente giorno notte, con quelle manone sempre nere d’inchiostro, in quel “tempio” che era la tipografia Cianfarano. Dove lui governava la grande rotativa che aveva stampato “Aquilasette” e “Abruzzosette”, erede e ultimo epigono di quella grande tradizione tipografica aquilana che era partita da Adamo da Rottweil, il tedesco ricordato per essere stato nel XV secolo uno dei primi stampatori in Italia proprio nel capoluogo abruzzese. E’ stato un innovatore nel campo della stampa in offset, quella che ha sostituito il metodo su piombo. E quando, negli anni Ottanta, si stampava il mensile “L’Aquila Sport” dell’editore Paolo Busilacchi, era ogni volta una festa.
Era un uomo d’altri tempi Mario Pietrucci che una brutta malattia s’è portato via, l’altra notte, a 74 anni. Nativo di Cesaproba ma aquilano dentro, aveva vissuto per la sua tipografia e per i due figli (e i nipoti) Rosita e Pierpaolo, consigliere regionale del Pd.
LE REAZIONI
Tantissime le reazioni di cordoglio. «Perdere un genitore rappresenta uno dei momenti più tristi della vita di ognuno. Esprimo a nome personale e della giunta che presiedo il cordoglio al consigliere Pierpaolo Pietrucci per la scomparsa del padre», il messaggio del presidente della Regione, Marco Marsilio. «A nome della municipalità e a titolo personale esprimo sentimenti di vicinanza e cordoglio al consigliere regionale Pietrucci per la scomparsa del papà Mario. A lui, a sua sorella Rosita, alla signora Mimma, agli amati nipoti e ai familiari tutti giungano le condoglianze della comunità aquilana», le parole del sindaco Pierluigi Biondi. «Oggi è una giornata di grande dolore per tutta la nostra comunità politica» scrive la segretaria del Pd dell’Aquila, Emanuela Di Giovambattista. «Esprimo profondo cordoglio al consigliere Pietrucci per la perdita dell’amato padre» aggiunge l’assessore regionale Guido Liris. «Un abbraccio forte a Pierpaolo che perde il suo caro padre Mario- scrive la deputata dem Stefania Pezzopane-. Un uomo che ha sofferto ed è stato lungamente malato. Ora riposa in pace. Era un uomo buono e sempre di buonumore. L’ho conosciuto in tipografia dove seguivo la stampa dei libri della Lanterna Magica e poi il materiale elettorale. Ho passato giornate intere in quella tipografia. Era un piacere stare con lui, una persona perbene, un compagno di alti valori. Mentre si lavorava, si scherzava, si discuteva di politica, lui ci raccontava aneddoti e poi si mangiava insieme un panino e si scambiavano idee sul futuro». Cordoglio anche dal consigliere regionale Americo Di Benedetto (« “La prematura scomparsa di Mario Pietrucci, adorato padre di Pierpaolo, ci lascia tristi e svuotati di qualsiasi pensiero. Non si è mai pronti a lasciare andare una persona perbene, dal cuore grande e dal sorriso luminoso come il suo, sempre dedito alla famiglia e al lavoro come pochi») e dalla capogruppo del Movimento 5 stelle in Regione, Sara Marcozzi.
Tantissimi e commossi i messaggi sui Social. I funerali si svolgeranno oggi alle 15.30 nella basilica di Collemaggio.
Angelo De Nicola
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La morte, a 64 anni, di Stefano Vespa: “il miglior giornalista della famiglia”

Con Stefano Vespa, la scorsa Perdonanza 2021, in uno scatto di Sabrina Giangrande e sotto gli occhi vigili di Dante Capaldi, davanti la monastero di San Basilio dove Stefano mi onorò della sua presenza come moderatore alla presentazione del libro “Dante, Silone e la Perdonanza”. Ho tra le mani il mio libro su don Attilio Cecchini (anche per quello Stefano moderò la presentazione all’Emiciclo) sul quale mi aveva chiesto la dedica ma io, fino a quella mattina, avevo sempre svicolato per una sorta di pudore…

Il mio articolo sull’edizione di oggi del Messaggero

“Il miglior giornalista della famiglia”. Il necrologio del fratello Bruno, il più famoso giornalista italiano, e della sua famiglia (la moglie Augusta Jannini e i figli Federico e Alessandro), sono le più belle (e vere!) parole che meglio potessero ricordare Stefano Vespa. La cui morte, ieri, a 64 anni, per un malore nella sua abitazione a Roma, dove viveva da solo, ha lasciato tutti di stucco. Sì perchè Stefano, che spessissimo tornava all’Aquila anche dopo la morte della madre, era sempre in forma, sportivo, senza un filo di grasso, attento. Un “precisino” come lo era nella professione.
Era davvero il migliore! Classe 1957, a dispetto dell’oggettiva difficoltà dell’essere il “fratello di Bruno Vespa”, Stefano era animato dalla stessa passione: cominciò la carriera giornalistica nella mitica redazione del Tempo (dove erano passati anche Bruno e Gianni Letta), ultimo della “nidiata” di Enrico Carli a favore del cui ricordo civico Stefano era intervenuto, a brutto muso, un mese fa su queste colonne in un appello a quattro mani col fratello. Ma è stato anche tra i fondatori e tra le “colonne” dell’altrettanto mitica redazione, in via Accursio, di “Radio L’Aquila”. In radio la sua voce era inconfondibile, soprattutto nelle radiocronache sportive (calcio e rugby), un mix tra la preparazione di Sandro Ciotti e la “musicalità” di Enrico Ameri. Anche in Tv ci sapeva fare, e parecchio: ai mitici Mondiali di calcio del 1982, fece per l’Atv7 degli Spallone (raggiungendo gli studi ad Avezzano con la sua inseparabile A112 blu) delle telecronache delle partite dell’Italia dando della biada a Nando Martellini passato alla storia per quel “Campioni, campioni, campioni!!!”.
Era il migliore Stefano! Nella redazione del Tempo, e con i colleghi, spaccava il capello. Un carattere difficile. Un “dottor Sottile”. Se s’impuntava, non c’era verso. Ma perchè sapeva tutto, studiava tutto, voleva capire tutto. Volle andare a Roma: la “sua” L’Aquila (nel suo profilo Whatsapp campeggia lo stemma civico) gli era diventata stretta per tutta una serie di motivi. A Roma prima nella redazione centrale del Tempo diventa caporedattore, poi, nel 2003 era passato al settimanale Panorama che ha lasciato nel 2015 da capo della redazione romana. Andato in pre-pensione, aveva continuato a scrivere per il sito Formiche.net. Si è sempre occupato di politica, la sua passione, con approfondimenti sui temi della difesa e della sicurezza, ma anche, in incontri e convegni, di deontologia e del ruolo della carta stampata davanti all’avanzata del Web e dell’informazione multimediale. Sul suo profilo Twitter amava presentarsi così: «Giornalista, tennista (nc) emerito e milanista da metà anni Sessanta».
I funerali si terranno domani, a Roma alle 10 in San Lorenzo Bellarmino e alle 15 a San Silvestro all’Aquila.
Angelo De Nicola
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La presentazione al monastero di San Basilio il 23 agosto 2021

Se l’Abruzzo della scienza fa più gola degli arrosticini

Il premier Mario Draghi ai Laboratori del Gran Sassa dell’Infn (foto di Renato Vitturini)

La mia analisi sul Messaggero Abruzzo del 17 febbraio 2022

E se il brand giusto fosse “Scienza, conoscenza e innovazione” e non lo stereotipato “Pasta, borghi e arrosticino”? Il cielo dell’Abruzzo si è tinto di rosa, nella giornata di ieri, non soltanto perchè Mario Draghi è venuto in visita ai Laboratori del Gran Sasso a premiare la scienza d’eccellenza al femminile al grido «più donne nelle scienze!», ma perché sulla regione si è aperto un arcobaleno grosso così per l’attenzione delle “cattedrali” dell’informazione che conta nazionali e, addirittura, internazionali.
Il triangolo del brand “Scienza, conoscenza e innovazione” formato dai Laboratori dell’Infn del Gran Sasso (non a caso quasi sempre meta privilegiata dei Presidenti del Consiglio: 2012 Monti, 2016 Renzi, 2022 Draghi con in mezzo, 2018, il presidente della Repubblica Mattarella), Università dell’Aquila (dell’altro ieri la notizia che Univaq parteciperà, insieme a una cordata di istituzioni e enti nazionali e internazionali, alla realizzazione del primo computer quantistico a ioni intrappolati) e Gran Sasso Science Institute (del Comitato scientifico del Gssi fa parte il fisico sperimentale, premio Nobel, Barry Barish, professore emerito al California Institute of Technology), sembra esercitare un’attrazione magnetica. Molto di più, lo dicono i fatti, dello stereotipo abruzzese che anche nel recente video ufficiale della Regione Abruzzo per l’Expo di Dubai, si affida agli arrosticini, alle “sise delle monache” e alle bellezze dei propri borghi e delle proprie eccellenze naturali (lago di Scanno, montagne innevate, trabocchi…).
Si dirà: è importante anche quello. Certo! Sarebbe sciocco e tafazziano negarlo e dal sapore di “puzza sotto al naso”. Ma bisogna che la classe dirigente abruzzese, nelle sue varie dimensioni e territorialità, prenda atto che “Scienza, conoscenza e innovazione” è uno spot che “buca” e caratterizza, al momento, molto la regione.
Oltretutto con uno straordinario elemento unificante quale è il Gran Sasso: quella che è stata per secoli una barriera insormontabile per unire le diverse anime territoriali abruzzesi oggi, invece, le “tocca” e le unisce. Il Gran Sasso è di tutto l’Abruzzo! E ora anche del mondo. Grazie a quell’intuizione, nel 1979, del fisico Antonino Zichichi, all’epoca presidente dell’Infn, che ebbe l’idea di dotare l’Istituto di un grande laboratorio sotterraneo, nelle viscere del Massiccio, con strutture tecnologiche d’avanguardia per studiare le nuove frontiere della fisica.
Angelo De Nicola
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La morte di Federico Fiorenza

Federico Fiorenza con Gigi Proietti davantio al Teatro Comunale dell’Aquila distrutto dal sisma del 2009

Il mio articolo oggi sul Messaggero

Lo ha ucciso quella testardaggine che è stata la sua forza e la sua debolezza, la sua “cifra”. Federico Fiorenza, nome notissimo non soltanto in ambito teatrale di cui ha fatto la storia non solo all’Aquila, è spirato ieri vittima del Covid che lo ha azzannato a 80 anni. Scettico (anche per certe sue allergie) fino ad apparire No Vax, non aveva voluto sentire ragioni: inascoltate le suppliche di tanti amici che hanno cercato di dissuaderlo, prima che il 5 agosto scorso venisse attaccato dal virus. Anzi, era lui che cercava di convincere chi lo invitava a tenere conto soprattutto della sua età, a non vaccinarsi per i pericoli che questo poteva comportare. Alti e bassi durante il ricovero al San Salvatore alla fine hanno minato un fisico pure molto forte.

Fiorenza portava alla grande i suoi 80 anni. Tanto che non li aveva voluti festeggiare pubblicamente il 10 giugno scorso ma solo con i suoi tanti nipoti, figlie e parenti più vicini. Al che, chi gli voleva bene gli ha organizzato, domenica 13 giugno, una festa a sorpresa al ristorante “da Maria” alla Villetta. Una festa regalatagli, con una sorpresa pensata e organizzata da tempo, con l’affetto e la stima «verso un riferimento e maestro di vita per molti, di diverse generazioni». Federico non si aspettava una messa in scena del genere da parte di amici, rappresentanti dello spettacolo, attori e dei soci del Tra (Teatri riuniti d’Abruzzo da lui presieduto), lui che ne ha organizzate tante nella sua vita. Non riuscì a nascondere la sua commozione per questa manifestazione di affetto. «Sulle tante pergamene di auguri la considerazione evidente è sul calendario e sulla data di nascita: “I Romani hanno aggiunto al calendario i mesi di gennaio e febbraio (vedi Numa Pompilio nel 713 a.c.) quindi caro Federico tu ci imbrogli ed è evidente che la tua reale età è di 67 anni e quelli dimostri con i tuoi cavalli, la mountain bike, le tue corse in montagna, il tuo fisico sempre giovane”». Una festa particolare che è stato un riconoscersi in un comune stile di vita, in una condivisione di valori non solo della cultura, ma di quella più alta che è quella del vivere per festeggiare l’amico che rappresenta un riferimento di etica e di lealtà, di rara umanità e amicizia generosa, un esempio importante, uniti da valori comuni.

CHI ERA
Difficile sintetizzare una vita per la cultura. Dirigente del Teatro Stabile dell’Aquila (Tsa) dal 1969 al 1989 poi direttore Tsa dal 1989 al 2002, poi direttore del Tra (Teatro regionale abruzzese) dal 2003 al 2005, quindi direttore del Teatro Stabile Abruzzo dal 2006 al 2009; fondatore e presidente del Tadua (Teatro accademico dell’Università dell’Aquila) 1966- 1989; produttore per Rai1 e Rai2 del programma in 14 puntate “Storia del Teatro in Italia con Giorgio Albertazzi e Dario Fo”; direttore esecutivo esterni della “Signora Ava” regia Antonio Calenda per Rai1; ideatore e produttore per Rai3 del programma con Albertazzi su Dante; soprintendente e direttore artistico della Perdonanza celestiniana e dei Festival annessi dal 1993 al 1998; ideatore e direttore artistica dei Festival “Estate Mediterranea” di Lamezia Terme dal 1993 al 1998; direttore di edizioni del Festival Mezza Estate di Tagliacozzo, Spoltore Ensemble- Festival di Vittorio Veneto; presidente e fondatore Associazione italiana Iitm dal 1991 al 2005; membro di giuria di diversi Festival internazionali e relatore a convegni e incontri dell’Università dell’area Mediterranea e Balcani; promotore di eventi teatrali al Teatro Sistina, Auditorium Parco della Musica di Roma, Teatro Circus di Pescara per raccolta fondi per Bambin Gesù di Roma e Mensa dei Poveri Celestiniani dell’Aquila- Reparto Leucemie infantili Ospedale di Pescara; drammaturgo, direttore e presidente di varie associazioni culturali e sportive, imprenditore teatrale e televisivo; attore in film produzione nazionale e abruzzese; membro della direzione artistica e presidente Acs Abruzzo circuito spettacolo, presidente del Gran Sasso Rotary e “Priore” nel 2016 della Confraternita dei Devoti di Sant’Agnese.
Angelo De Nicola
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FINALMENTE S’È CONVINTO ANCHE MONS. PETROCCHI

L’arcivescovo dell’Aquila Giuseppe Petrocchi durante l’imposizione del Pallio da parte di papa Francesco (Foto Renato Vitturini )

La mia analisi sul Messaggero di oggi
Dunque, anche il cardinale Petrocchi s’è convinto a invitare Papa Francesco a venire all’Aquila per aprire la Porta Santa di Collemaggio. Come si ricorderà, nel gennaio 2020 l’arcivescovo aquilano aveva ribadito pubblicamente che «quando partiranno i lavori della cattedrale di San Massimo inviterò il Papa a venire all’Aquila». Una dichiarazione che Petrocchi aveva già fatto il 28 agosto 2017, sul sagrato di Collemaggio, subito dopo l’apertura della Porta Santa e più volte l’aveva ripresa.
Un anno e mezzo fa, ci permettemmo di dichiarare il nostro disaccordo. Con tutto il rispetto per il cardinale e senza sottovalutare quanto sia importante la ricostruzione della Cattedrale dopo ben 12 anni, l’invito al Papa va fatto per aprire la Porta Santa. Questo chiedono, invocano, supplicano gli aquilani.
Il punto è nodale, soprattutto dopo il riconoscimento Unesco della Perdonanza. Ebbene, la Perdonanza (e, quindi, il messaggio di Celestino V) è stata certificata quale Patrimonio immateriale dell’umanità. Sarebbe assurdo e contraddittorio che il mondo la riconosce come tale e la Chiesa no, come peraltro è avvenuto fino a oggi visto che, in 727 anni dal quel 1294, nessun Papa, nessun Papa, è mai venuto ad aprire la Porta Santa. E’ arrivato il momento che si superi quell’imbarazzo. Soprattutto alla luce delle dimissioni di Papa Ratzinger, guarda caso l’unico Pontefice a passarci sotto: il “miracolo” purtroppo lo fece il sisma e il 28 aprile 2009, in pellegrinaggio nella città ferita, Benedetto XVI entrò a Collemaggio attraversando la Porta Santa eccezionalmente aperta fuori tempo per lui. Donò il suo pallio sulle spoglie di quel povero cristiano; l’anno dopo, a Sulmona, disse pure che «Celestino seppe agire secondo coraggio e in obbedienza a Dio», altro che “gran rifiuto per viltade”… Sappiamo, poi, come è andata.
Il nostro arcivescovo s’è convinto. Il tempo per la definitiva “riabilitazione” di quel “povero cristiano” di Celestino V è forse davvero arrivato.
Angelo De Nicola
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A Campo Felice storica tappa del Giro D’Italia

L’arrivo della nona tappa del Giro d’Italia 2021 sullo sterrato a Campo Fleice

Ecco la mia cronaca sul Messaggero di oggi sull’arrivo
della tappa del Giro d’Italia 2021 a Campo Felice

ROCCA DI CAMBIO – Certo Bernal non è PantaniCiccone è Taccone (ma magari lo diventerà). Eppure la tappa di ieri, con quel chilometro e mezzo di sterrato di dura salita, passerà alla storia del Giro d’Italia dimostrando che le montagne abruzzesi sono scenario quasi naturale per corse epiche che solo questo sport sa regalare.

A Campo Felice ieri è stata una festa. Nonostante la giornata a dir poco invernale abbia cercato di guastarla. Ma, in fondo, l’atmosfera “alpina” ha ancor di più contributo a lanciare la stazione sciistica le cui piste più in quota erano ancora perfettamente innevate di metà maggio. E non era certo neve artificiale visto che, quest’anno, purtroppo le seggiovie sono rimaste in deposito a causa del Covid.

Si sarà fregato le mani, da lassù, il cav. Aldo Jacovitti che inventò da zero, alla metà anni Sessanta, la stazione invernale di Campo Felice e il turismo a Rocca di Cambio (il Comune più in quota dell’appennino), utilizzando per il lancio proprio il Giro d’Italia del 1965. I suoi “eredi”, il sindaco Gennarino Di Stefano (che è anche direttore degli impianti), il titolare della stazione Andrea Lallini e il maestro di sci Andrea Mammarella, gli hanno fatto onore inventando questo epico arrivo sullo sterrato che ha coinvolto anche la galleria di Serralunga (altra opera, che collega le due valli, voluta da Jacovitti). «Una vittoria di tutta Rocca di Cambio- ha detto Di Stefano- che ha voluto questo evento, dai volonarti alla popolazione. Grazie a loro».

Così l’anonima pista da sci “I gemelli” (parallela alla “Campo Felice”, la classica degli sciatori principianti e di rientro) è ora famosa e potrebbe anche assurgere a “classica” dei prossimi Giri. Di certo, a parte i corridori in testa sospinti dalla voglia di vincere, il gruppone ha fatto fatica e non poco ad arrivare fino su.
E sarà anche per il boom dei rampichini (che hanno inondato dal mattino presto tutte le strade per arrivare a Campo Felice), ma lungo le transenne che seguono lo snodarsi di questa massacrante salita senza nemmeno l’asfalto dei passi alpini, i tifosi, gli appassionati e i curiosi si sono ammassati sfidando il freddo pungente e la pioggia, a tratti mista a nevischio.

L’entusiasmo è salito alle stelle quando all’inizio dello sterrato si sono presentati in pochi corridori, come negli arrivi da leggenda. E molti, a quel punto, hanno sperato che il chietino Ciccone ce la facesse, a casa sua. Ma, come accadde nel 1965 a Vito Taccone, il “Camoscio d’Abruzzo”, nell’arrivo a Rocca di Cambio, anche stavolta uno scalatore abruzzese non ce l’ha fatta.

L’arrivo, nei pressi del rifugio conosciuto come “L’esagono” anche se non ha più quella forma, dove c’è anche il laghetto a servizio dei cannoni sparaneve, è stato preso d’assalto da gente arrivata in mountain bike, a piedi, o con le seggiovie dai due lati, Rocca di Cambio (impianto “Brecciara”) e Lucoli (“Campo Felice”) che hanno funzionato tutto il giorno.
Anche l’enorme parcheggio, che nelle giornate di punta accoglie fino a diecimila persone, era stracolmo. Tanto che per il rientro il traffico è impazzito con le stesse “ammiraglie” bloccate in coda fino a sera. Chissà cosa sarebbe potuto accadere se il sole avesse baciato (come recita il fortunato spot di Campo Felice: “Un mare di neve e di sole”) la giornata…

Questo è il giro d’Itatlia. E ieri, l’Abruzzo, con la tappa tutta all’interno della regione, ha avuto la sua grande vetrina. E le sue strade asfaltate. “Passate anche nel 2022 che ci sono altre buche da asfaltare” si leggeva in un grosso cartello. Viva il Giro!

Angelo De Nicola
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Gran Sasso, asta a sei zeri per la “prigione” del Duce

La “Villetta” a Fonte Cerreto (L’Aquila)

Il mio articolo sul Messaggero (Edizione Nazionale) del 23 febbraio 2021 sulla vendita all’asta della villetta sul Gran Sasso in cui il Duce fu tenuto prigioniero

L’AQUILA Non c’è pace per il Gran Sasso mussoliniano, nel senso non nostalgico ma storico del termine. Fermo da tempo e, ormai cadente, l’albergo di Campo Imperatore, a duemila metri di quota, nella cui suite il Duce venne tenuto prigioniero («La prigione più alta del mondo» come lui stesso la definì); ferma la stagione sciistica (causa Covid, dopo la jattura dello scorso inverno non “baciato” dalle nevicate); ora viene anche messa all’asta la caratteristica villetta anni Trenta alla base della Funivia del Gran Sasso dove Mussolini fu fatto “acclimatare” per una settimana.

Alla caduta del fascismo, alle 17,30 del 25 luglio 1943, Mussolini fu arrestato da alcuni ufficiali dei carabinieri, su ordine di Badoglio, all’uscita da Villa Savoia, residenza del re Vittorio Emanuele III. Dapprima fu relegato a Ventotene (Latina), poi a Ponza. Il 7 agosto fu trasferito nella villa Weber della Maddalena in Sardegna, per poi, il 28 agosto, giungere a Vigna di Valle da dove, a bordo di un’ambulanza, raggiunse la base della funivia del Gran Sasso (fatta realizzare dal Regime nel 1934) a mezz’ora di auto (oggi molto meno con l’autostrada A24) dall’Aquila. Qui, in località Fonte Cerreto, 1.125 metri di quota, l’illustre prigioniero venne ospitato, per alcuni giorni, nella cosiddetta “Villetta”, una graziosa costruzione da cartolina (se ne trovano molte d’epoca su Ebay) così amata che ha dato il nome all’intera località (“La Villetta”, appunto) alla base della Funivia.

Forse per farlo acclimatare, o forse perché la «prigione più alta del mondo» non era ancora pronta, il Duce rimase in quella villetta fino al 6 settembre quando fu trasferito a Campo Imperatore, 2.130 metri di quota, dove sorge allora come oggi l’unico albergo della stazione sciistica, l’“Amedeo di Savoia” (fatto costruire dal Regime a forma di “D”, mentre rimasero solo sulla carta gli altri due fabbricati a forma di “U” e di “X”). Campo Imperatore era, ed è anche oggi, raggiungibile (ma solo d’estate: d’inverno ci sono metri di neve) anche in auto lungo la Statale 17bis che, se bloccata a valle, rende inaccessibile l’altopiano se non con la funivia (oggi le due cabine da 100 posti coprono il dislivello in sette minuti).

A Campo Imperatore, Mussolini rimase sette giorni, prima che la Wehrmacht, con l’audace “Operazione Quercia” in cui vennero usati degli alianti, lo prelevasse il 12 settembre 1943 per condurlo da Hitler, contrariamente ai desideri espressi dal Duce che avrebbe voluto tornare nella sua Predappio.

Quella villetta, il 20 aprile prossimo, su decisione del Tribunale dell’Aquila, andrà all’asta secondo il prezzo base stabilito di poco inferiore al milione e duecento mila euro. L’immobile con una torre a guglia con tetto spiovente, in quel 1943 era proprietà privata di Rosa Conti, gentildonna romana vedova Mascitelli che la riottenne dallo Stato, con un contenzioso, dopo oltre un anno dalla fine della guerra. Fu preservata dalla distruzione dei tedeschi che cancellarono le tracce del passaggio dell’illustre recluso. L’immobile, in seguito, passò di proprietà e divenne albergo e ristorante con varie gestioni locali fino a quella della famiglia degli imprenditori aquilani Fiordigigli. La proprietà attuale è proprio di questa famiglia che possiede anche il limitrofo albergo omonimo che aveva investito sul rilancio di Fonte Cerreto dotandolo persino di un centro benessere. Anche il “beauty” finirà all’asta per far fronte a problemi di liquidità. Tuttora nei locali è funzionante un bar-ristorante dato in locazione fino all’autunno del 2022.

Angelo De Nicola
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Capitale della Cultura 2022 a Procida: ma nessuno può togliere all’Aquila il primato della resilienza

Il mio commento sul Messaggero Ed. Abruzzo di oggi:

Partiamo da tre “verità”: una sconfitta si chiama sempre sconfitta; Procida evoca una “grande bellezza” ma in fatto di Cultura era, forse, l’ultima delle dieci realtà in gara; L’Aquila, e gli aquilani, hanno ormai perso, passati quasi dodici anni dal 6 aprile, quella suggestione emotiva che una città “martire” evoca.

Detto questo, non tutti i mali vengono per nuocere. Non sarebbe stato facile, e addirittura a rischio, dar corpo organizzativo, in questi giorni neri, al progetto. Avrebbero prevalso i se (se si potrà fare, se si tornerà alla normalità, se non peggiorerà…). Non solo. A metà del 2022 all’Aquila si voterà (se tutto andrà bene…) per il rinnovo dell’amministrazione comunale e, dunque, col rischio di gestire l’anno tra sovrapposizioni, screzi e veti incrociati.

Resta, invece, la “bellezza” di una battaglia che ha visto, almeno fino a stamattina quando, in pieno stile aquilano, ognuno ha tirato fuori la sua ricetta per non intestarsi una sconfitta che invece è di tutti, molte componenti cittadine unite e coese attorno a un obiettivo. Un po’ come avvenne, utilmente, nell’immediato post sisma.

E’ da qui bisogna ripartire. Da un tipo di progetto, forse il solo che si attagli al Dna di questa città, di sfruttare questi quasi 800 anni di storia, cultura, bellezza. E resilienza. Sì, la “Capitale della Resilienza” non ce la può togliere nessuno.

Al Comune tocca il ruolo di “faro” delle varie componenti (Università, Gssi, Fondazione Carispaq, Tsa, Accademia di Belle Arti, Camera di Commercio, Associazioni ecc.). Perciò, invece che sprecare energie a litigare sul nulla (così come avviene al Governo), sarebbe il caso di mettersi al lavoro non tanto per la gloria (il titolo di Capitale), quanto per il futuro (la pagnotta) soprattutto delle giovani generazioni. Magari strutturando subito un assessorato alla Cultura, attorno a una figura di spessore, che possa fare da locomotiva. Non è difficile.
Angelo De Nicola
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I giornalisti rubano mascherine

Il mio commento oggi sul Messaggero (edizione Abruzzo) al comunicato del manager della Asl dell’Aquila, Roberto Testa (pubblicato integralmente di seguito)

Il comunicato anni ‘70 del manager Asl è con la dicitura “Riceviamo dal direttore della Asl- Roberto Testa”. Come se anche l’ufficio stampa (perchè, alla Asl ne hanno fatto uno?) avesse voluto prendere le distanze dal suo capo esattamente come avviene nei giornali quando appaiono interventi e-o lettere, appunto con la dicitura “riceviamo e pubblichiamo”, per sottolineare che non provengono dalla redazione.

Basterebbe questo particolare per qualificare l’iniziativa del dottor Testa. Così come basterebbe citare l’ultimo episodio, avvenuto proprio ieri pomeriggio, quando la onlus “L’Aquila per la vita” ha messo in atto l’ennesima donazione a un reparto del San Salvatore non di chissà quale fantasmagorico macchinario, ma di mascherine Ffp3 e paia di occhiali antiappannanti. Ma come, la Asl ancora non si dota del minimo stretto indispensabile come le mascherine in un reparto come Pneumologia? Forse le hanno rubate i giornalisti.
Angelo De Nicola
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Il comunicato del manager Roberto Testa

Il comunicato dell’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo