La morte di Federico Fiorenza

Federico Fiorenza con Gigi Proietti davantio al Teatro Comunale dell’Aquila distrutto dal sisma del 2009

Il mio articolo oggi sul Messaggero

Lo ha ucciso quella testardaggine che è stata la sua forza e la sua debolezza, la sua “cifra”. Federico Fiorenza, nome notissimo non soltanto in ambito teatrale di cui ha fatto la storia non solo all’Aquila, è spirato ieri vittima del Covid che lo ha azzannato a 80 anni. Scettico (anche per certe sue allergie) fino ad apparire No Vax, non aveva voluto sentire ragioni: inascoltate le suppliche di tanti amici che hanno cercato di dissuaderlo, prima che il 5 agosto scorso venisse attaccato dal virus. Anzi, era lui che cercava di convincere chi lo invitava a tenere conto soprattutto della sua età, a non vaccinarsi per i pericoli che questo poteva comportare. Alti e bassi durante il ricovero al San Salvatore alla fine hanno minato un fisico pure molto forte.

Fiorenza portava alla grande i suoi 80 anni. Tanto che non li aveva voluti festeggiare pubblicamente il 10 giugno scorso ma solo con i suoi tanti nipoti, figlie e parenti più vicini. Al che, chi gli voleva bene gli ha organizzato, domenica 13 giugno, una festa a sorpresa al ristorante “da Maria” alla Villetta. Una festa regalatagli, con una sorpresa pensata e organizzata da tempo, con l’affetto e la stima «verso un riferimento e maestro di vita per molti, di diverse generazioni». Federico non si aspettava una messa in scena del genere da parte di amici, rappresentanti dello spettacolo, attori e dei soci del Tra (Teatri riuniti d’Abruzzo da lui presieduto), lui che ne ha organizzate tante nella sua vita. Non riuscì a nascondere la sua commozione per questa manifestazione di affetto. «Sulle tante pergamene di auguri la considerazione evidente è sul calendario e sulla data di nascita: “I Romani hanno aggiunto al calendario i mesi di gennaio e febbraio (vedi Numa Pompilio nel 713 a.c.) quindi caro Federico tu ci imbrogli ed è evidente che la tua reale età è di 67 anni e quelli dimostri con i tuoi cavalli, la mountain bike, le tue corse in montagna, il tuo fisico sempre giovane”». Una festa particolare che è stato un riconoscersi in un comune stile di vita, in una condivisione di valori non solo della cultura, ma di quella più alta che è quella del vivere per festeggiare l’amico che rappresenta un riferimento di etica e di lealtà, di rara umanità e amicizia generosa, un esempio importante, uniti da valori comuni.

CHI ERA
Difficile sintetizzare una vita per la cultura. Dirigente del Teatro Stabile dell’Aquila (Tsa) dal 1969 al 1989 poi direttore Tsa dal 1989 al 2002, poi direttore del Tra (Teatro regionale abruzzese) dal 2003 al 2005, quindi direttore del Teatro Stabile Abruzzo dal 2006 al 2009; fondatore e presidente del Tadua (Teatro accademico dell’Università dell’Aquila) 1966- 1989; produttore per Rai1 e Rai2 del programma in 14 puntate “Storia del Teatro in Italia con Giorgio Albertazzi e Dario Fo”; direttore esecutivo esterni della “Signora Ava” regia Antonio Calenda per Rai1; ideatore e produttore per Rai3 del programma con Albertazzi su Dante; soprintendente e direttore artistico della Perdonanza celestiniana e dei Festival annessi dal 1993 al 1998; ideatore e direttore artistica dei Festival “Estate Mediterranea” di Lamezia Terme dal 1993 al 1998; direttore di edizioni del Festival Mezza Estate di Tagliacozzo, Spoltore Ensemble- Festival di Vittorio Veneto; presidente e fondatore Associazione italiana Iitm dal 1991 al 2005; membro di giuria di diversi Festival internazionali e relatore a convegni e incontri dell’Università dell’area Mediterranea e Balcani; promotore di eventi teatrali al Teatro Sistina, Auditorium Parco della Musica di Roma, Teatro Circus di Pescara per raccolta fondi per Bambin Gesù di Roma e Mensa dei Poveri Celestiniani dell’Aquila- Reparto Leucemie infantili Ospedale di Pescara; drammaturgo, direttore e presidente di varie associazioni culturali e sportive, imprenditore teatrale e televisivo; attore in film produzione nazionale e abruzzese; membro della direzione artistica e presidente Acs Abruzzo circuito spettacolo, presidente del Gran Sasso Rotary e “Priore” nel 2016 della Confraternita dei Devoti di Sant’Agnese.
Angelo De Nicola
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FINALMENTE S’È CONVINTO ANCHE MONS. PETROCCHI

L’arcivescovo dell’Aquila Giuseppe Petrocchi durante l’imposizione del Pallio da parte di papa Francesco (Foto Renato Vitturini )

La mia analisi sul Messaggero di oggi
Dunque, anche il cardinale Petrocchi s’è convinto a invitare Papa Francesco a venire all’Aquila per aprire la Porta Santa di Collemaggio. Come si ricorderà, nel gennaio 2020 l’arcivescovo aquilano aveva ribadito pubblicamente che «quando partiranno i lavori della cattedrale di San Massimo inviterò il Papa a venire all’Aquila». Una dichiarazione che Petrocchi aveva già fatto il 28 agosto 2017, sul sagrato di Collemaggio, subito dopo l’apertura della Porta Santa e più volte l’aveva ripresa.
Un anno e mezzo fa, ci permettemmo di dichiarare il nostro disaccordo. Con tutto il rispetto per il cardinale e senza sottovalutare quanto sia importante la ricostruzione della Cattedrale dopo ben 12 anni, l’invito al Papa va fatto per aprire la Porta Santa. Questo chiedono, invocano, supplicano gli aquilani.
Il punto è nodale, soprattutto dopo il riconoscimento Unesco della Perdonanza. Ebbene, la Perdonanza (e, quindi, il messaggio di Celestino V) è stata certificata quale Patrimonio immateriale dell’umanità. Sarebbe assurdo e contraddittorio che il mondo la riconosce come tale e la Chiesa no, come peraltro è avvenuto fino a oggi visto che, in 727 anni dal quel 1294, nessun Papa, nessun Papa, è mai venuto ad aprire la Porta Santa. E’ arrivato il momento che si superi quell’imbarazzo. Soprattutto alla luce delle dimissioni di Papa Ratzinger, guarda caso l’unico Pontefice a passarci sotto: il “miracolo” purtroppo lo fece il sisma e il 28 aprile 2009, in pellegrinaggio nella città ferita, Benedetto XVI entrò a Collemaggio attraversando la Porta Santa eccezionalmente aperta fuori tempo per lui. Donò il suo pallio sulle spoglie di quel povero cristiano; l’anno dopo, a Sulmona, disse pure che «Celestino seppe agire secondo coraggio e in obbedienza a Dio», altro che “gran rifiuto per viltade”… Sappiamo, poi, come è andata.
Il nostro arcivescovo s’è convinto. Il tempo per la definitiva “riabilitazione” di quel “povero cristiano” di Celestino V è forse davvero arrivato.
Angelo De Nicola
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A Campo Felice storica tappa del Giro D’Italia

L’arrivo della nona tappa del Giro d’Italia 2021 sullo sterrato a Campo Fleice

Ecco la mia cronaca sul Messaggero di oggi sull’arrivo
della tappa del Giro d’Italia 2021 a Campo Felice

ROCCA DI CAMBIO – Certo Bernal non è PantaniCiccone è Taccone (ma magari lo diventerà). Eppure la tappa di ieri, con quel chilometro e mezzo di sterrato di dura salita, passerà alla storia del Giro d’Italia dimostrando che le montagne abruzzesi sono scenario quasi naturale per corse epiche che solo questo sport sa regalare.

A Campo Felice ieri è stata una festa. Nonostante la giornata a dir poco invernale abbia cercato di guastarla. Ma, in fondo, l’atmosfera “alpina” ha ancor di più contributo a lanciare la stazione sciistica le cui piste più in quota erano ancora perfettamente innevate di metà maggio. E non era certo neve artificiale visto che, quest’anno, purtroppo le seggiovie sono rimaste in deposito a causa del Covid.

Si sarà fregato le mani, da lassù, il cav. Aldo Jacovitti che inventò da zero, alla metà anni Sessanta, la stazione invernale di Campo Felice e il turismo a Rocca di Cambio (il Comune più in quota dell’appennino), utilizzando per il lancio proprio il Giro d’Italia del 1965. I suoi “eredi”, il sindaco Gennarino Di Stefano (che è anche direttore degli impianti), il titolare della stazione Andrea Lallini e il maestro di sci Andrea Mammarella, gli hanno fatto onore inventando questo epico arrivo sullo sterrato che ha coinvolto anche la galleria di Serralunga (altra opera, che collega le due valli, voluta da Jacovitti). «Una vittoria di tutta Rocca di Cambio- ha detto Di Stefano- che ha voluto questo evento, dai volonarti alla popolazione. Grazie a loro».

Così l’anonima pista da sci “I gemelli” (parallela alla “Campo Felice”, la classica degli sciatori principianti e di rientro) è ora famosa e potrebbe anche assurgere a “classica” dei prossimi Giri. Di certo, a parte i corridori in testa sospinti dalla voglia di vincere, il gruppone ha fatto fatica e non poco ad arrivare fino su.
E sarà anche per il boom dei rampichini (che hanno inondato dal mattino presto tutte le strade per arrivare a Campo Felice), ma lungo le transenne che seguono lo snodarsi di questa massacrante salita senza nemmeno l’asfalto dei passi alpini, i tifosi, gli appassionati e i curiosi si sono ammassati sfidando il freddo pungente e la pioggia, a tratti mista a nevischio.

L’entusiasmo è salito alle stelle quando all’inizio dello sterrato si sono presentati in pochi corridori, come negli arrivi da leggenda. E molti, a quel punto, hanno sperato che il chietino Ciccone ce la facesse, a casa sua. Ma, come accadde nel 1965 a Vito Taccone, il “Camoscio d’Abruzzo”, nell’arrivo a Rocca di Cambio, anche stavolta uno scalatore abruzzese non ce l’ha fatta.

L’arrivo, nei pressi del rifugio conosciuto come “L’esagono” anche se non ha più quella forma, dove c’è anche il laghetto a servizio dei cannoni sparaneve, è stato preso d’assalto da gente arrivata in mountain bike, a piedi, o con le seggiovie dai due lati, Rocca di Cambio (impianto “Brecciara”) e Lucoli (“Campo Felice”) che hanno funzionato tutto il giorno.
Anche l’enorme parcheggio, che nelle giornate di punta accoglie fino a diecimila persone, era stracolmo. Tanto che per il rientro il traffico è impazzito con le stesse “ammiraglie” bloccate in coda fino a sera. Chissà cosa sarebbe potuto accadere se il sole avesse baciato (come recita il fortunato spot di Campo Felice: “Un mare di neve e di sole”) la giornata…

Questo è il giro d’Itatlia. E ieri, l’Abruzzo, con la tappa tutta all’interno della regione, ha avuto la sua grande vetrina. E le sue strade asfaltate. “Passate anche nel 2022 che ci sono altre buche da asfaltare” si leggeva in un grosso cartello. Viva il Giro!

Angelo De Nicola
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Gran Sasso, asta a sei zeri per la “prigione” del Duce

La “Villetta” a Fonte Cerreto (L’Aquila)

Il mio articolo sul Messaggero (Edizione Nazionale) del 23 febbraio 2021 sulla vendita all’asta della villetta sul Gran Sasso in cui il Duce fu tenuto prigioniero

L’AQUILA Non c’è pace per il Gran Sasso mussoliniano, nel senso non nostalgico ma storico del termine. Fermo da tempo e, ormai cadente, l’albergo di Campo Imperatore, a duemila metri di quota, nella cui suite il Duce venne tenuto prigioniero («La prigione più alta del mondo» come lui stesso la definì); ferma la stagione sciistica (causa Covid, dopo la jattura dello scorso inverno non “baciato” dalle nevicate); ora viene anche messa all’asta la caratteristica villetta anni Trenta alla base della Funivia del Gran Sasso dove Mussolini fu fatto “acclimatare” per una settimana.

Alla caduta del fascismo, alle 17,30 del 25 luglio 1943, Mussolini fu arrestato da alcuni ufficiali dei carabinieri, su ordine di Badoglio, all’uscita da Villa Savoia, residenza del re Vittorio Emanuele III. Dapprima fu relegato a Ventotene (Latina), poi a Ponza. Il 7 agosto fu trasferito nella villa Weber della Maddalena in Sardegna, per poi, il 28 agosto, giungere a Vigna di Valle da dove, a bordo di un’ambulanza, raggiunse la base della funivia del Gran Sasso (fatta realizzare dal Regime nel 1934) a mezz’ora di auto (oggi molto meno con l’autostrada A24) dall’Aquila. Qui, in località Fonte Cerreto, 1.125 metri di quota, l’illustre prigioniero venne ospitato, per alcuni giorni, nella cosiddetta “Villetta”, una graziosa costruzione da cartolina (se ne trovano molte d’epoca su Ebay) così amata che ha dato il nome all’intera località (“La Villetta”, appunto) alla base della Funivia.

Forse per farlo acclimatare, o forse perché la «prigione più alta del mondo» non era ancora pronta, il Duce rimase in quella villetta fino al 6 settembre quando fu trasferito a Campo Imperatore, 2.130 metri di quota, dove sorge allora come oggi l’unico albergo della stazione sciistica, l’“Amedeo di Savoia” (fatto costruire dal Regime a forma di “D”, mentre rimasero solo sulla carta gli altri due fabbricati a forma di “U” e di “X”). Campo Imperatore era, ed è anche oggi, raggiungibile (ma solo d’estate: d’inverno ci sono metri di neve) anche in auto lungo la Statale 17bis che, se bloccata a valle, rende inaccessibile l’altopiano se non con la funivia (oggi le due cabine da 100 posti coprono il dislivello in sette minuti).

A Campo Imperatore, Mussolini rimase sette giorni, prima che la Wehrmacht, con l’audace “Operazione Quercia” in cui vennero usati degli alianti, lo prelevasse il 12 settembre 1943 per condurlo da Hitler, contrariamente ai desideri espressi dal Duce che avrebbe voluto tornare nella sua Predappio.

Quella villetta, il 20 aprile prossimo, su decisione del Tribunale dell’Aquila, andrà all’asta secondo il prezzo base stabilito di poco inferiore al milione e duecento mila euro. L’immobile con una torre a guglia con tetto spiovente, in quel 1943 era proprietà privata di Rosa Conti, gentildonna romana vedova Mascitelli che la riottenne dallo Stato, con un contenzioso, dopo oltre un anno dalla fine della guerra. Fu preservata dalla distruzione dei tedeschi che cancellarono le tracce del passaggio dell’illustre recluso. L’immobile, in seguito, passò di proprietà e divenne albergo e ristorante con varie gestioni locali fino a quella della famiglia degli imprenditori aquilani Fiordigigli. La proprietà attuale è proprio di questa famiglia che possiede anche il limitrofo albergo omonimo che aveva investito sul rilancio di Fonte Cerreto dotandolo persino di un centro benessere. Anche il “beauty” finirà all’asta per far fronte a problemi di liquidità. Tuttora nei locali è funzionante un bar-ristorante dato in locazione fino all’autunno del 2022.

Angelo De Nicola
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Capitale della Cultura 2022 a Procida: ma nessuno può togliere all’Aquila il primato della resilienza

Il mio commento sul Messaggero Ed. Abruzzo di oggi:

Partiamo da tre “verità”: una sconfitta si chiama sempre sconfitta; Procida evoca una “grande bellezza” ma in fatto di Cultura era, forse, l’ultima delle dieci realtà in gara; L’Aquila, e gli aquilani, hanno ormai perso, passati quasi dodici anni dal 6 aprile, quella suggestione emotiva che una città “martire” evoca.

Detto questo, non tutti i mali vengono per nuocere. Non sarebbe stato facile, e addirittura a rischio, dar corpo organizzativo, in questi giorni neri, al progetto. Avrebbero prevalso i se (se si potrà fare, se si tornerà alla normalità, se non peggiorerà…). Non solo. A metà del 2022 all’Aquila si voterà (se tutto andrà bene…) per il rinnovo dell’amministrazione comunale e, dunque, col rischio di gestire l’anno tra sovrapposizioni, screzi e veti incrociati.

Resta, invece, la “bellezza” di una battaglia che ha visto, almeno fino a stamattina quando, in pieno stile aquilano, ognuno ha tirato fuori la sua ricetta per non intestarsi una sconfitta che invece è di tutti, molte componenti cittadine unite e coese attorno a un obiettivo. Un po’ come avvenne, utilmente, nell’immediato post sisma.

E’ da qui bisogna ripartire. Da un tipo di progetto, forse il solo che si attagli al Dna di questa città, di sfruttare questi quasi 800 anni di storia, cultura, bellezza. E resilienza. Sì, la “Capitale della Resilienza” non ce la può togliere nessuno.

Al Comune tocca il ruolo di “faro” delle varie componenti (Università, Gssi, Fondazione Carispaq, Tsa, Accademia di Belle Arti, Camera di Commercio, Associazioni ecc.). Perciò, invece che sprecare energie a litigare sul nulla (così come avviene al Governo), sarebbe il caso di mettersi al lavoro non tanto per la gloria (il titolo di Capitale), quanto per il futuro (la pagnotta) soprattutto delle giovani generazioni. Magari strutturando subito un assessorato alla Cultura, attorno a una figura di spessore, che possa fare da locomotiva. Non è difficile.
Angelo De Nicola
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I giornalisti rubano mascherine

Il mio commento oggi sul Messaggero (edizione Abruzzo) al comunicato del manager della Asl dell’Aquila, Roberto Testa (pubblicato integralmente di seguito)

Il comunicato anni ‘70 del manager Asl è con la dicitura “Riceviamo dal direttore della Asl- Roberto Testa”. Come se anche l’ufficio stampa (perchè, alla Asl ne hanno fatto uno?) avesse voluto prendere le distanze dal suo capo esattamente come avviene nei giornali quando appaiono interventi e-o lettere, appunto con la dicitura “riceviamo e pubblichiamo”, per sottolineare che non provengono dalla redazione.

Basterebbe questo particolare per qualificare l’iniziativa del dottor Testa. Così come basterebbe citare l’ultimo episodio, avvenuto proprio ieri pomeriggio, quando la onlus “L’Aquila per la vita” ha messo in atto l’ennesima donazione a un reparto del San Salvatore non di chissà quale fantasmagorico macchinario, ma di mascherine Ffp3 e paia di occhiali antiappannanti. Ma come, la Asl ancora non si dota del minimo stretto indispensabile come le mascherine in un reparto come Pneumologia? Forse le hanno rubate i giornalisti.
Angelo De Nicola
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Il comunicato del manager Roberto Testa

Il comunicato dell’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo

Morto a 97 anni l’ex rettore e partigiano Giovanni Schippa

https://www.facebook.com/ilmessaggeroabruzzo/posts/194868922180453

Giovanni Schippa

Il mio articolo oggi sul Messaggero (Edizione Abruzzo) sulla morte dell’ex rettore Giovanni Schippa

L’AQUILA Nelle ultime volontà, aveva chiesto che la sua morte fosse resa nota a esequie avvenute. Giovanni Schippa, il professor Schippa, morto l’altra notte a 97 anni, non aveva evidentemente considerato che sarebbe stato impossibile contenere l’onda emotiva della scomparsa di uno dei “padri” dell’Università dell’Aquila, uno dei protagonisti della città e dell’Abruzzo nel secondo Dopoguerra fino agli ultimi giorni.

Cinquantatre anni fa, infatti, nel 1967, Schippa veniva nominato, su chiamata di Vincenzo Rivera, Ordinario di Tecnologia dei materiali e chimica applicata presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università dell’Aquila di cui, di lì a poco, diverrà preside per dieci anni (1971-1981) per poi ricoprire il ruolo, per quattordici anni, di indimenticato Rettore (1981-1995) con all’attivo oltre cento libri e pubblicazioni scientifiche.

Partigiano combattente con il grado di sottotenente, professore emerito dell’Università dell’Aquila, laurea in Chimica, laurea honoris causa in Ingegneria Chimica, ex presidente (il primo) della Fondazione Carispaq, era Medaglia d’oro del Presidente della Repubblica per meriti nel campo della cultura e della scuola, Cavaliere di Gran Croce, ed ha avuto l’Ordine della Minerva dell’Università D’Annunzio.

Classe 1923, nato a Perugia, ha passato l’infanzia a Passignano sul Trasimeno, poi ha vissuto a Roma e L’Aquila dove ha scelto di rimanere. E nella sua casa in via Strinella, è morto l’altra notte, nel sonno. «Il non aquilano Schippa ha avuto per l’Università dell’Aquila un ruolo addirittura più rilevante dell’aquilano Vincenzo Rivera» (il parallelo lo fece Guido Polidoro): è stato un protagonista attivo di tutte le trasformazioni positive dell’Ateneo.

Con lui rettore, l’Università dell’Aquila si è imposta come risorsa culturale, scientifica, sociale che ha rappresentato e rappresenta un elemento di forza in una città piegata dal sisma del 2009. Ha più di un merito nella valorizzazione e nello sviluppo dell’Università aquilana avendo prospettato e realizzato, da rettore, la simbiosi perfetta tra l’immagine dell’Ateneo e quella della città. Senza mai strafare, come è accaduto altrove per altre Università, non ingenerando mai il sospetto di un’ingerenza indebita nel presente e nel futuro della città e del comprensorio.

Ciò nonostante, Schippa ha imposto un’Università sempre presente. Che ha incalzato, stimolato, proposto programmi, progetti e obiettivi, ha lavorato accanto a politici e amministratori, in una parola ha “governato” nel senso più ampio del termine, collocandosi sempre un passo dietro l’autorità istituzionale. Può darsi sia stato solo frutto di calcolo politico, ma Schippa ha avuto comunque l’indubbio merito di dare più spessore alla legittimità delle istituzioni, contemporaneamente accumulando un credito di fiducia, da parte delle istituzioni stesse, di cui hanno beneficiato largamente l’Università nel suo insieme e gli uomini di maggior prestigio dello stesso Ateneo.

Nell’ultimo 25 aprile che si è potuto celebrare, nel 2019, era in prima fila col cappellino. Impettito. Dichiarò: «Il compito principale è quello di tramandare alle giovani generazioni, trasmettere quello che è stata la Resistenza, quello che ha rappresentato e che ha avuto un contributo di sangue non indifferente. Oggi spesso la libertà è minacciata e c’è un clima che non mi piace».

Angelo De Nicola
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L’ordinanza “fake” più chiara di quella vera

Il mio articolo oggi sul Messaggero (Edizione Abruzzo) sull’ordinanza che istituisce la zona rossa in Abruzzo:

Se non fosse più che tragica la situazione, ci scapperebbe una risata. Ieri sono andate in scena “le comiche”. A parte un balletto di dichiarazioni, “si- no- forse- vediamo”, delle cui conseguenze evidentemente la classe politica non riesce proprio a rendersi conto.

Certo, non è il “Dow Jones” della Borsa di New York, ma spesso da una decisione scaturiscono conseguenze decisive per i cittadini: porto i figli a scuola sì o no; apro il negozio sì o no; posso spostarmi da un Comune all’altro sì o no.

Ma la cosa che ha davvero fatto toccare il fondo di una comunicazione folle è stata il testo dell’ordinanza, con tanto di carta intestata, che è cominciata a circolare “virale” su whatsapp e in Rete. Ordinanza che, tra l’altro faceva scattare il provvedimento di zona rossa a partire da oggi. E’ stato il delirio!

Finchè è arrivata una nota ufficiale della Regione per dire che si trattava di una “fake”, un falso. Il caos! Quindi, ormai a tarda sera, è arrivata l’ordinanza ufficiale. Che, tra l’altro, era meno chiara, in quanto a contenuti, di quella falsa…

E’ così difficile organizzare una comunicazione decente? E così difficile evitare i balletti politici già stucchevoli in tempi di pace?

Angelo De Nicola
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Adriano e Carlo: due simboli armati di un sorriso guascone

Il mio articolo oggi sul Messaggero (Edizione Abruzzo) sulla morte, legata al Covid, di Carlo Di Giambattista:

Lunedì Adriano, ieri Carlo. E’ un “uno-due” da far rischiare il knock-out quello che il maledetto Covid, in due giorni, assesta agli aquilani. Oltre che per l’età, 56 anni, e per un carattere da guasconi, Adriano Perrotti e Carlo Di Giambattista erano accomunati dal fatto di essere due simboli.

L’uno della resilienza alle sfortune della vita trasformate in una carica vitale unica, l’altro del sapersi godere la vita, magari spesso ai limiti, tanto da rappresentare la “faccia della salute”. Entrambi, a guadarli, invincibili. Come invincibile “Pesciò” lo era sul campo quando, talento naturale fin da giovanissimo nel ruolo di numero 8, si prendeva il lusso di suonarle anche ai più blasonati giocatori. Un incubo per gli avversari. Un punto di riferimento sicuro per i compagni di squadra: Carlo c’era sempre, con un sorriso sornione, anche quando le cose andavano male. Come Adriano c’era sempre per combattere qualche battaglia per i diritti dei disabili, col suo sorriso grosso così anche di fronte alle sconfitte.

E ora? Che fare di fronte a questo nostro nuovo 6 aprile? A quale punto di riferimento aggrapparsi se il Covid ci porta via i nostri anziani e, ora, anche i nostri simboli? Oltre che sul fronte sanitario (la cui gestione all’Aquila sta segnalando un disastro dietro l’altro) occorre lavorare sul fronte psicologico avviando l’ennesima “ricostruzione” aquilana, la più difficile. Servono strategie, progetti e leader. C’è qualcuno che si candida?

Angelo De Nicola
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Il simbolo/ E ora diamo un senso alla morte di Adriano

Il mio articolo oggi sul Messaggero (Edizione Abruzzo) sulla morte, legata al Covid, di Adriano Perrotti:

La scomparsa di Adriano Perrotti, non nascondiamocelo, piega le gambe a noi aquilani. Sì perchè Adriano era il campione della città della resilienza, ne era il simbolo. Una città che non s’è mai arresa. Rialzando la testa. Più e più volte. Che ha combattuto mille battaglie, magari perdendole, ma senza mai mollare. Come Adriano. Mille battaglie sulla tolda della sua sedia a rotelle. E tante sconfitte (l’ultima, cocente, il mancato scivolo per disabili per entrare a Collemaggio: si vergogni chi non ha provveduto!). Eppure Adriano era sempre lì. Pronto sui nastri di partenza, come in quella maledetta gara di motocross tante vite fa.

Come il 6 aprile, il Covid è arrivato a fiaccare le nostre resistenze. E allora, come dopo il 6 aprile, l’unica cosa da fare è essere uniti e, soprattutto, fare subito chiarezza. Chiarezza su chi ha sbagliato e sta sbagliando. Chiarezza su chi ha determinato un ospedale allo sbando. Su chi ha permesso che il sistema di tracciamenti andasse in tilt. Su chi non ha reso possibile, per via della mancanza di reagenti, di processare al San Salvatore i tamponi inviandoli allo Zooprofilattico di Teramo. Su chi ha fatto un’assurda guerra intestina al laboratorio privato Dante Labs.

Chi non è capace, sia cacciato o abbia la dignità di farsi da parte. Solo così daremo un senso alla morte di Adriano. Il nostro simbolo.
Angelo De Nicola
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