Il libro “Dante, Silone e la Perdonanza”: la premessa dell’Autore

La Perdonanza Celestiniana è stata iscritta nel 2019 dall’Unesco nella lista del “Patrimonio Immateriale dell’Umanità”. Un riconoscimento, dopo tante traversie e qualche mortificazione di troppo legate all’imbarazzo che nei secoli (fino a Papa Benedetto XVI) hanno suscitato nella Chiesa le dimissioni di Papa Celestino V, che impone all’attenzione del mondo la manifestazione aquilana figlia del messaggio universale (cristiano, ma non solo) di quel “Ghandi del Duecento”, di quel Martin Luther King del Duecento, di quel “Crociato della Pace”, di quel “povero cristiano” che è l’Eremita del Morrone.


Ebbene, una festa laica (sembra paradossale ma è così: l’Unesco, essendo organismo multireligioso, non avrebbe mai dato tale riconoscimento al perdono cristiano) che ha due “padri”. E tra i più nobili. Ovvero, Dante Alighieri e Ignazio Silone.
Dante, di cui quest’anno ricorre il settecentenario della morte (1321-2021), per aver creato il “mito” di Celestino con quel benedetto-maledetto verso del Terzo Canto dell’Inferno sul “gran rifiuto”.


Silone, per aver rilanciato il “culto laico” di Celestino V facendone un eroe (altro che vile!), in quell’effervescente inizio della seconda metà del Novecento, concludendo, con la sua “Avventura di un povero cristiano”, una felicissima, irripetibile, unica, parabola di scrittore di caratura mondiale, inimmaginabile per quel ragazzino quindicenne che si salva, seppure con le “ossa rotte”, dalle macerie del terribile terremoto del 1915 della Marsica.

Al netto delle suggestive leggende (in primiis, che Dante abbia partecipato all’incoronazione dell’Eremita del Morrone all’Aquila nel 1294 e che Celestino V sia stato ammazzato dal suo successore, Bonifacio VIII) questa duplice paternità, nobile e laica, emerge prepotentemente dagli appassionati studi di una vita (sulla “Perdonanza moderna” rinata nel 1983 e sul mito di San Pietro l’Eremita) di un cronista per il quale, sempre in senso laico, la Festa del Perdono è identità civica e quel “Povero cristiano” è un faro morale.
Una tesi ardita e ambiziosa che queste sudate pagine sono chiamate a puntellare. Una tesi offerta a una città che, a dispetto di questa maledetta emergenza Covid (che speriamo passi in fretta), sta cercando di mettere a profitto una ricostruzione post sisma 2009 faticosa ma densa di speranze (“dov’era ma meglio di com’era”) e che, adesso, si trova al centro di una congiuntura favorevole irripetibile.

L’Unesco ha, infatti, concesso contemporaneamente il riconoscimento di “patrimonio immateriale dell’Umanità” non solo alla Perdonanza Celestiniana, ma anche alla Transumanza e all’Alpinismo. Per tutti e tre questi macro-temi, oggi all’attenzione del mondo, L’Aquila è baricentrica: la Perdonanza Celestiniana si tiene da 727 anni all’Aquila e ne è sua la identità; la Transumanza vede l’area del Gran Sasso, che per secoli ha prosperato grazie a questo grande sistema proto-industriale, come punto di partenza dei pastori transumanti; L’Aquila, infine, è la “Capitale degli Appennini” potendo vantare, appunto, il Gran Sasso, la vetta più alta della catena e la più a Sud d’Europa con i suoi quasi tremila metri di altitudine (2.914 m.s.l.).

Si tratta di un volàno unico per poter mettere finalmente in rete le emergenze artistico- storico- culturali della città e dell’intero Aquilano e produrre così un progetto complessivo di valorizzazione che sia anche occasione di sviluppo economico in un territorio che soffre spopolamento e crisi congiunturale ma che è anche pieno di “ricchezze” concentrate e inestimabili. L’Aquila può vantar di avere il sesto centro storico in Italia per numero di monumenti.

Con due “padri” simili, ora è la prole che deve dimostrarsi capace di essere all’altezza.
L’Aquila, giugno 2021
Angelo De Nicola

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