Dalla clausura (per scelta) al Coronavius la doppia quarantena delle suore di San Basilio

Suor Germana nella tendopoli durante il terremoto del 2009

ARTICOLO PUBBLICATO SUL MESSAGGERO, CRONACA NAZIONALE, IL 20 APRILE 2020

IL RACCONTO
L’AQUILA Sul portone del monastero di clausura, accanto al cartello “Ora et Labora”, c’è affissa una fotocopia plastificata su come si devono lavare le mani alla luce dell’emergenza Covid-19. E’ l’unico segno che, anche qui, nel più antico convento (quest’anno festeggerà 700 anni dalla fondazione, nel 1320) dell’Aquila, sono arrivati gli effetti della pandemia. Per il resto, entrando nel monastero di San Basilio delle suore Celestine-Benedettine, nel centro storico del capoluogo abruzzese, si respira un’appagante aria calma. Un’oasi di pace. Nonostante questa manciata di suore, le ultime eredi al mondo dell’Ordine monastico fondato da Papa Celestino V, stia vivendo una “quarantena” al cubo: la clausura (una scelta di vita), il terremoto del 6 aprile 2009 (che le ha costrette, da undici anni, a vivere in un container) e, ora, il coronavirus (che ha pure obbligato suor Assunta, la priora venuta per curarsi gli occhi dalla missione in Africa, a Bangui, a non poter tornare, per ora, al “fronte”). Le eroine della resilienza.

«No no!! Peggio sicuramente il terremoto che questa “clausura” doppia legata al virus» risponde al cronista (con guanti e mascherina), la badessa del monastero, l’ultraottantenne suor Margherita, senza la mascherina e nel suo saio bianco con sopra lo scapolare nero, in osservanza alla Regola dei Celestini ma mantenendo anche il legame con l’“Ora et labora” benedettino. «Quella notte ci portarono in una tendopoli- le fa eco suor Germana, ultraottantenne anche lei, vispo “motore” del convento nonostante gli acciacchi-: la nostra tenda la chiamavano tutti “il Monastero”. No, non potevamo vivere lontane dalla nostra “casa”!».

Infatti, l’8 maggio 2009, a un mese dal sisma, prima in tre e poi in sette (tutte avanti con gli anni) e alcune giovani novizie filippine, rientrarono nel monastero, prime eroiche abitanti (primato mantenuto per anni) dell’allora zona rossa.


«Da qui non ce ne andiamo!» fu il loro credo. E così venne realizzata, nell’orto, prima una casetta in legno (con un bagno da cantiere, donato da un benefattore, posto all’esterno) e poi un container. Nel quale, a meno 15 gradi l’inverno e a 40 gradi l’estate, vivono tutte ormai da undici anni in attesa che vengano completati i complessi lavori di ricostruzione del monastero. Le eredi del messaggio di Papa Celestino V (quello che si dimise dal soglio di Pietro dopo aver lanciato nel 1294, il primo “giubileo” della storia con la Bolla della Perdonanza, poi sepolto nel basilica aquilana di Collemaggio), a 80 anni suonati, in un container.

Ma le indomite suorine, amatissime in città (apprezzata la loro antica legatoria di tesi e libri d’epoca) non si sono arrese. E non s’arrendono oggi di fronte alla pandemia che ha inevitabilmente affievolito, ma non interrotto, il flusso di aiuti dei benefattori. Anzi, nella scorsa Pasqua, l’anziana badessa ha registrato un video-messaggio di auguri e, facendo proprie le parole dell’arcivescovo dell’Aquila, il cardinale Giuseppe Petrocchi, che in una lettera ai sacerdoti li aveva esortati a mantenere attiva e viva la rete relazionale dell’apostolato anche attraverso i Social, lo ha diffuso a sorpresa su whatsapp. Parole pronunciate con piglio e tono speranzoso, pronunciate nella chiesa rabberciata del convento-cantiere e con alle spalle un antichissimo Cristo in croce: «Una Pasqua diversa dalle altre sicuramente più raccolta e silenziosa» con l’invito a «recuperare i valori della famiglia e della fraternità e risorgere nella gloria come è accaduto a Gesù dopo la Sua Settimana santa di passione», concludendo con un «restiamo vicini nella preghiera». Eroiche suorine.
Angelo De Nicola
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Il mio 6 Aprile dieci anni dopo – Lungo gli stessi passi tra dolore e speranza

Via Cola dell’Amatrice n. 60 all’Aquila nel post sisma

Le due prese della corrente, che alimentavano le giostre per bambini e dove io invece ricaricai il mio cellulare ricollegandomi così con la “vita”, oggi ci sono ancora nella parte retrostante dello “Chalet” della Villa comunale. Nello slargo della Villa ci accampammo in tanti la mattina del 6 aprile, dopo la lunga notte. Da qui partii a piedi, quella mattina, per un viaggio che mi sembrò lunghissimo.


Da qui, dopo un buon caffè allo Chalet, riparto oggi, dieci anni dopo. L’Emiciclo è splendido! E’ uno dei simboli della rinascita, del “dove era ma meglio di com’era” perchè, a parte l’efficace restauro, è sparita la cancellata (al riparo della quale, in tanti, facemmo i primi bisogni quella mattina…) che separava uno dei palazzi del potere dai giardini della Villa. Un “diaframma” caduto.


Con una maglietta che mi fasciava la testa, ferita sotto un crollo, arrivai risalendo il Corso a piazza Duomo. L’immagine che ricordo fu quella di un bombardamento. Tirò pure una scossa molto forte. Mi tremarono le gambe da non riuscire a reggermi in piedi. Oggi l’ovale è da poco sgombro di cantieri. Sì, è vero, il Duomo è una scatola di pietre che contiene ormai una foresta, ma tutt’intorno è rinascita. La chiesa delle Anime Sante è bellissima; la cupola del Valadier è tornata all’antico splendore. Quanto è bella la mia piazza a guardarla in un girotondo!


Sotto i Portici passeggiavano zombie. Mi avevano detto che ai Quattro Cantoni avrei trovato un’ambulanza ove avrei potuto farmi medicare le ferite alla testa. Invece c’era solo una gazzella con due carabinieri, impotenti e spaesati: «Lei deve andare all’ospedale». Se non fosse crollato anch’esso! Oggi, ai Quattro cantoni, alzo lo sguardo e vedo splendere i palazzi Ciolina e Fibbioni, mentre dai Portici di San Bernardino scorgo il bianco rifulgente della facciata della basilica rinata. E’ ancora un pianto di puntellamenti, invece, l’angolo del bar Eden.


Proseguii per trovare l’ambulanza ma anche perchè volevo arrivare a casa dei miei genitori, nel quartiere di San Pietro. Un amico nella notte aveva fatto da ponte col telefonino: «Tutti vivi!». Camminavo prudentemente al centro del Corso stretto. Che oggi, seppure non del tutto completo, è un più bello di prima anche se non ci sono le due ali di negozi di un tempo. L’ambulanza non c’era nemmeno alla Fontana luminosa. Qui oggi trovo rinati i due palazzi tondi che fanno da “porta d’ingresso” al Corso. Da un lato palazzo dei Combattenti. Dall’altro l’edificio (quasi) gemello che ospitava anche la redazione del Messaggero cui, quella mattina, nemmeno gettai uno sguardo pur essendo la mia seconda “casa”.


Dovevo arrivare a San Pietro. Scelsi la via più sicura: viale Duca degli Abruzzi. Dove, a parte il polo umanistico dell’Università nella parte iniziale brulicante di studenti e un pugno di case più in là, oggi tutto sembra rimasto al 6 aprile. Soprattutto le scuole. La media Carducci: distrutta. Il Professionale femminile: distrutto. L’asilo: distrutto. Le elementari: distrutte. Il Professionale Don Bosco: almeno c’è il cantiere. Casa dei miei genitori: distrutta, anche se i lavori dovrebbero finalmente cominciare. I miei hanno più di 80 anni. Chissà se rivedranno la loro casa…


Dalle “scalette del Viale”, scorciatoia di collegamento tra la chiesa di San Pietro e il vicino Oratorio salesiano, il mio viaggio quella mattina proseguì con lo scooter che, parcheggiato nel garage della casa dei miei, riuscii a far scendere a mano proprio lungo i gradini perchè i crolli avevano reso i vicoli impercorribili. Indossai anche il casco, sopra le ferite. Passai, come tanti, sul ponte di Belvedere senza pormi dubbi. Oggi il ponte è chiuso alle auto e si transita solo a piedi. Non si sa se è pericolante o meno: chi dice una cosa e chi un’altra. Lungo viale Persichetti è nata la prima agenzia di una nuova banca a un soffio dal civico 79. Mi lascio sulla mia destra la Casa dello Studente cui, allora come oggi, non sono riuscito mai a gettare lo sguardo, quasi per pudore del dolore che è anche il mio per tutti quei figli nostri.


Via XX settembre era una bolgia di pietre dei crolli da evitare e di gente che non sapeva dove andare. Volevo andare a casa mia a prendere gli occhiali, il cellulare e il portafoglio. Mi ripetevo ossessivamente ad alta voce: «Entro, li prendo, ed esco subito. Entro, li prendo, ed esco subito. Entro, li prendo, ed esco subito». Parcheggiai lo scooter di fronte alla chiesa di San Francesco di Paola (oggi puntellata). Per arrivare a casa, dovevo percorrere via Sant’Andrea e poi via Cola dell’Amatrice (un nome del destino!). Dentro di me sapevo che stavo discendendo all’inferno. Morti ovunque, a terra, sotto le proprie coperte. Urla strazianti. Occhi sbarrati di chi attendeva una speranza che non sarebbe mai arrivata. E’ da poco passato mezzogiorno. E’ solo l’inizio.
Tutt’oggi non riesco a ricordare come feci ad arrivare a casa mia, visto che l’unico passaggio, un vicolo, era interrotto dalle macerie di due palazzi crollati l’uno sull’altro. Di sicuro devo essere passato dalla breccia, lungo le mura antiche, che all’alba noi sopravvissuti del quartiere avevamo “scalato” usando una ringhiera per scaletta. Arrivai a casa. Davanti all’androne “esploso” riflettei se avventurarmi ad entrare. Entrai. Presi quello che avevo deciso. Null’altro.


Oggi quel palazzo di sei piani è un cumulo di macerie. E’ crollato con la scossa di Norcia del 30 ottobre 2016. Mi dicono che toglieranno presto le macerie. E che si ricostruirà. Le mura antiche, a un palmo dalle macerie, dopo il recente restauro rifulgono di una grande bellezza.

Angelo De Nicola
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Articolo pubblicato il 6 aprile 2019 sul Messaggero – Edizione Abruzzo