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L'Anima delle Case

Prefazione di Angelo De Nicola al libro "Trecentonove...Viaggio nel cratere" di Angelo Antonio Liberati

L'Aquila, 25 aprile 2011



E' un'illusione che le foto si facciano con la macchina...
si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa
(Henri Cartier-Bresson)


Provate a sfogliare questo libro: è scioccante. Questa almeno è l'impressione che ha suscitato in me quando Angelo Liberati, nel concedermi l'onore di queste due righe introduttive, mi ha consegnato il "bozzone" dell'opera. Mi è bastato scorrere solo qualche pagina per scorgere l'anima di una pubblicazione che, a mio parere, segna un momento importante nella pur sterminata, ridondante e, a volte, stucchevole produzione editoriale (129 titoli, mentre scriviamo, secondo il Servizio Informativo sul Sisma Memoria L'Aquila: cfr. al link polo servizi culturali abruzzo) sul prima, durante e dopo il 6 aprile.

Questo viaggio del dolore all'interno del "cratere", che fin dal titolo fa riferimento alle nostre vittime, fissa già oggi la nostra memoria. Ma ancor più la fisserà tra alcuni decenni, quando non ci saranno più molti dei luoghi eternizzati dall'obiettivo di Liberati. Perché saranno stati modificati, come noi speriamo, dalla "ricostruzione", oppure perché saranno andati ulteriormente distrutti, come qualcuno teme, dall'incapacità di far risorgere questa nostra città e questo nostro territorio.

Dicevo dello shock. Appena ho sfogliato le prime pagine del "viaggio" che parte, e non poteva essere diversamente, dall'epicentro di Roio ("L'inizio della fine"), subito un tuffo al cuore. Dopo la prima "stazione" di una "Via Crucis", mi sono imbattuto in un'immagine di quel che resta di casa mia: "Via Cola dell'Amatrice", una viuzza dal nome blasonato (l'architetto della basilica di San Berardino) in uno dei due quartieri (tra Via XX Settembre e la chiesa di Cristo Re) del centro più martoriati dall'orco insieme con quello di San Pietro, la "piccola Dresda".

Casa mia! Una casa come tante, oggi, "nuda". Quel che resta di un palazzo sventrato, come tanti. L'immagine di "Ambiente unico", una vasca da bagno in bellavista riempita di macerie, poteva essere ripresa in un posto qualsiasi del cratere: ne ho viste tantissime di simili. Invece è il mio palazzo. Io so chi vi abitava e chi, nell'intimità delle proprie mura, faceva il bagno in quella vasca.

Sono stato un tempo indefinibile a guardare e riguardare quella sequenza di foto. Eppure sono passato e ripassato davanti a quella vasca da bagno tante volte dopo quella maledetta alba del 6 aprile in cui la vidi per la prima volta: con i condòmini del mio palazzo e di quello vicino (immortalato in "Barcollo ma non crollo"), fummo costretti ad attendere le prime luci per cercare una via d'uscita dallo slargo in cui c'eravamo rifugiati, donne, bambini, anziani, malati e qualche ferito, prigionieri a monte del crollo di due palazzi in "Via Francesco Rossi" e, a valle, della scarpata verso l'Aterno che guarda su Roio non affrontabile al buio e a piedi nudi. Quel posto l'ho visto e rivisto in questi due anni. Eppure solo vedendo lo scatto di Angelo Liberati ho scorto l'anima di casa mia. Come se dalla "camera oscura", sviluppando il negativo, sulla pellicola si fosse impressionata l'anima.

L'anima di una casa? L'anima delle pietre? L'anima delle cose? Sì. Questo è il merito del nostro Autore, nient'affatto fotografo dilettante, con questa sua opera. Dai soggetti apparentemente inanimati, Liberati ha tirato fuori l'anima perché era la sua anima, di terremotato ("sismoleso" dico io, cioè malato di terremoto) e di aquilano che "vedeva" quei soggetti. E non è un caso che si possano contare sulle dita di una mano gli scatti in cui è ritratta anche una figura umana che finisce con lo scomparire nelle "cose". Per esempio in "Orgoglio e Rassegnazione" dove il profilo di un anziano si fonde col blu della tenda di una tendopoli. O nell'immagine che simbolicamente chiude il libro, dove un sorriso sincero si fonde con il nero (la tragedia) e il verde (la speranza) di bandiere che "non molleranno mai".

Ma emblematico, in tal senso, è "Sorriso sforzato" dove il nostro Mario Maccarone scompare nella scena che segna la distruzione del suo storico bar "Gran Sasso": è il bar che "parla", con quel tappeto di bottiglie per terra che spiegano la tragedia collettiva più di ogni parola. E' già Storia, la nostra Storia, questo scatto dal retrogusto amaro: oggi, sulla vetrina del bar riaperto con grande determinazione da Mario, campeggia un cartello dal sapore di fiele: "Cedesi attività". Sono già Storia i panni ancora appesi ai balconi (a San Gregorio o altrove); o la lavatrice con l'oblò ordinatamente aperto ("Buca…to"); o "Il quadro del Sacro Cuore" che "veglia sulle macerie", il solo rimasto appeso alla parete mentre tutt'intorno è distruzione; o "I Portici" desolatamente deserti ma con le colonne non ancora imbracate. Microstorie che, tra anni, saranno la nostra Storia.

Il "viaggio" si conclude a Tione degli Abruzzi. Significativamente tra le macerie di uno dei tanti bellissimi borghi della Bassa Valle dell'Aterno. Lì da dove i genitori di Angelo Liberati erano emigrati in Venezuela carichi di speranza. Così come carichi di speranza erano tornati negli anni Sessanta per dare avvio a quella dinastia che ha fatto la storia di un quartiere (il Torrione) e del commercio all'Aquila. Anche per loro si deve ricostruire. Le immagini di questo libro segnano il nastro di partenza. Ripartiamo dalla speranza.
Dobbiamo farcela.

Le fotografie possono raggiungere l'eternità
attraverso il momento
(Henri Cartier-Bresson)


L'Aquila, 25 aprile 2011

Angelo De Nicola





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