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E Montini Andò a Fumone

da ”Avvenire” del 12 Ottobre 2008


di ANGELO DE NICOLA



«Perchè il Papa non viene all’Aquila ad aprire la Porta Santa di Collemaggio?». Come accade ad ogni edizione della Perdonanza Celestiniana si rilancia il dibattito. Una domanda, questa, che è un po’ il succo della “quaestio” Celestiniana: ovvero l’interesse della Santa Sede verso la Bolla di Celestino V e, più in generale, del Papa Eremita.

La questione è complessa. Ma c’è un però incoraggiante che, se meglio analizzato e rilanciato, potrebbe dissipare le nubi che taluno addensa sospettando un presunto "disinteresse" del Vaticano verso la Perdonanza e Celestino V. C’è, infatti, un Papa, e che Papa, il quale non solo ha già omaggiato Celestino V ma ne ha addirittura esaltato le clamorose dimissioni. Si tratta di Paolo VI. Papa Montini, durante il suo pontificato, visitò il primo settembre 1966 la “prigione” di Celestino V nella splendida rocca appartenuta a Bonifacio VIII a Fumone (Fr), «il piccolo santuario» come lui stesso la definì.

A Fumone, Paolo VI fece un significativo discorso sul Papa Eremita facilmente rintracciabile nel sito Internet del Vaticano. Montini sostenne che «dalla vita di San Celestino il Papa vuol trarre due insegnamenti. Il primo insegnamento ce lo dà la storia, che ci riporta a circa 700 anni or sono, mentre il medioevo si avvia al suo tramonto e fa vedere già l’alba di nuove condizioni di vita per Roma, per l’Italia, per l’Europa intera. La figura di Celestino V, come pontefice, ci richiama alle origini della Chiesa, all’investitura data da Nostro Signore a San Pietro e ai suoi Successori: dobbiamo meditare su questa continuità apostolica, che supera vicende le quali sembrano le meno propizie e si perpetua fino a noi e nei secoli avvenire perché c’è il dito di Dio, una presenza divina nella Chiesa (...)».

Il secondo insegnamento, insiste Paolo VI, «è dato dalla santità, dall’intreccio delle virtù cristiane con tutte le miserie e umane debolezze, che ne sono superate. San Celestino V, dopo pochi mesi, comprende che egli è ingannato da quelli che lo circondano, che profittano della Sua inesperienza per strappargli benefici. Ed ecco rifulgere la santità sulle manchevolezze umane: il Papa, come per dovere aveva accettato il Pontificato supremo, così, per dovere, vi rinuncia; non per viltà, come Dante scrisse- se le sue parole si riferiscono veramente a Celestino- ma per eroismo di virtù, per sentimento di dovere. E morì qui, segregato, perché altri non potessero profittare ancora della sua semplicità ed umiltà, e la morte non fu per lui la fine, ma il principio della gloria, oltre che nel paradiso, anche sulla terra».

Che inno a Celestino V! In quel pellegrinaggio, Paolo VI scoprì anche una targa in cui si parla di un Celestino che, “recluso in queste storiche mura”, salvò “con l’eroica rinuncia, con la prigionia e con la morte, l’unità della Chiesa”. Eroica rinuncia, altro che “gran rifiuto per viltà”. Per alcuni commentatori, fu un gesto “politico” di un Montini che avrebbe addirittura meditato di dimettersi (ma per ragioni di salute). Non è questa la sede per discutere una simile tesi. Ma quel pellegrinaggio a Fumone, oltre che per onorare la memoria di Celestino e difendere le nobili finalità di Bonifacio VIII, il Papa del Giubileo, servì a Paolo VI per esternare anche la sua volontà di rendere pensionabili all’età di 75 anni i cardinali ed evitare loro, se troppo vecchi o infermi, di partecipare ai conclavi o di essere eletti Papa.

L’Osservatore Romano così concluse il resoconto di quel rapido ma assai significativo pellegrinaggio: «Vorremmo aggiungere che in questo tempo in cui i Vescovi sono vivamente invitati a presentare la loro rinunzia, raggiunta che hanno l’età di 75 anni, torna attuale il ricordo della rinunzia al Sommo Pontificato fatta da Celestino, 700 anni fa, con esempio che rimane ancora “mirabile per tutti, imitabile a pochi”».
Angelo De Nicola





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