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Prefazione a "Le parole e la terra. Barete, nell'Alto Aterno"

Prefazione di Angelo De Nicola al libro di Vincenzo Battista

L'Aquila, 2 aprile 2001



Come l'acqua di un fiume
che nel rapido fluire della corrente
una grande roccia divide,
anche se le nostre strade sembrano allontanarsi
io so che alla fine c'incontreremo
(Versi giapponesi del dodicesimo secolo)

È una grande roccia nel fiume (il nostro Aterno) quest'ultima fatica di Vincenzo Battista. Per la verità, nel fiume (il suo Aterno) un masso l'ha gettato Enzo Di Giorgio che ha voluto lanciare una sfida ciclopica per una piccola comunità: "fotografare" La Barete, consegnarla ai posteri, renderla immortale. Anche le rocce si sgretolano, i libri restano.

Se l'ambizioso progetto, testardamente voluto da un figlio di questa terra, sia o meno riuscito all'Autore, giudicheranno i lettori. Certo è che Vincenzo Battista ha raccolto la sfida rilanciandone, a sua volta, un'altra nel comprensibile desiderio di non ripetere il già fatto anche se quei modelli (Cascina, La via dei carrettieri, Capitignano, lo Zafferano....) sono sue creature. Ecco, allora, la sfida: un viaggio nel tempo e nello spazio alla ricerca di nicchie antropologiche in grado di ricostruire la storia dell'uomo e del paesaggio. Allo scopo ultimo, da un lato (presunzione?) di far assurgere una pubblicazione ad "indicatore" delle realtà legate ai beni culturali ed ambientali di questo fazzoletto di terra attraversato dall'Aterno, e dall'altro (un'utopia?) di leggere il passato per lanciare un'ipotetica riprogrammazione di questo territorio alla luce delle "scoperte" del paesaggio.

Le parole e la terra. Scorrono tra i sassi smussati dell'Aterno il quale, come evidenziato nella geniale confezione grafica del volume curata da Duilio Chilante, conduce per mano il lettore lungo una struttura narrativa complessa. Un iniziale "cuscinetto" di immagini di foto d'epoca della società contadina. Non un album di famiglia, non immagini sbiadite nella classica tradizione della celebrazione del passato bensì un documento che parli il suo linguaggio originario, rivelandone i messaggi. Guardate negli occhi quei contadini: vi leggerete non tanto l'emozione di un evento epocale (farsi fotografare), quanto il messaggio da mandare e, ora, da tramandare grazie alla ricerca dell'Autore durata oltre un anno e dopo aver coinvolto praticamente tutta la comunità.

Impreziosito da spettacolari foto aeree (un altro modo di leggere il paesaggio), inizia un'unica, lunga narrazione su cosa sia stata e cosa è oggi La Barete. Una sorta di corridoio di lettura che si insinua, come l'Aterno nella vallata, tra immagini e didascalie. Un alveo interrotto simmetricamente da sette grandi anse. Sette soste che invece di far tirare il fiato al lettore, finiscono per mozzarglierlo nella spumeggiante trovata grafica di scrigni che si aprono per mostrare le gioie che contengono. Aprite e godetevi l'unica casa rurale dal balcone in legno; l'archeologia industriale del mulino del Settecento di Riolitto ancora in funzione; il fiume con le sue magie; l'emigrazione con i suoi drammi; i rifugi della montagna a Aielli; la transumanza "verticale" con le sue regole e, infine, il paesaggio con una provocatoria percezione dello spazio agrario. Sette grandi contesti etnografici de La Barete con i quali, insieme al racconto, l'Autore prova a leggere, facendo leva su una sperimentazione (anche grafica) attraverso l'introduzione di nuovi modelli di comunicazione nell'ambito delle discipline sociali etnografiche, un territorio con una forte dominante ambientale.

L'acqua scorre ferita dagli spuntoni di roccia affilati,
ma se non si ferisse continuamente,
non sarebbero più sassi smussati...
(Annalisa Boin)

L'Aquila, 2 aprile 2001
Angelo De Nicola





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