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Pace, Pace, Pace!

La Maschera di Celestino
di Federica Farda


Pace, pace, pace! È forse questa, anzi è senza dubbio questa la vera protagonista de ”La maschera di Celestino”(edizioni Textus, prefazione Dacia Maraini) l’ultimo libro di Angelo De Nicola, giornalista aquilano e già autore di varie pubblicazioni.

”La maschera di Celestino” rappresenta qualcosa altro per Angelo De Nicola e non solo perchè è il suo primo romanzo e per di più un giallo (un ”terreno” nient’affatto semplice per un cronista anche se di consumata esperienza a dispetto della sua giovane età). Ma per De Nicola ”la maschera” è anzittutto una sfida alla sua città, da qui la dedica, la voglia di farla uscire da quel suo isolamento atavico, quasi altezzoso. E lo fa utilizzando ”l’arma” più potente del capoluogo abruzzese ma anche della cristianità intera: la Perdonanza, il messaggio annuale di pace, di perdono e di riconciliazione che Papa Celestino V, all’atto della sua incoronazione nell’agosto del 1294, concesse oralmente ai presenti e poi il mese successivo ”bollato” e donato alla massima autorità laica cittadina. Sì proprio così, un Atto pontificio da allora in mano al sindaco. Fu, però, la sua fortuna: la bolla della Perdonanza, ispiratrice e antesignana di ben sei anni del Giubileo bonifaciano, non potè essere ”occultata” da papa Bonifacio VIII proprio perchè non era materialmente una proprietà ecclesiastica.

La prima di tante ”strane” coincidenze raccontate nel libro ambientato in una ”strana” città, L’Aquila appunto, sempre presente nella ricostruzione dei luoghi e dei riferimenti storici ma vezzosamente mai nominata dall’autore, che in tal modo ha ipotizzato l’avvenimento trasferibile in qualsiasi altro luogo. Ma la Perdonanza nel libro, come afferma Dacia Maraini nella prefazione, «è assunta a pretesto di un intreccio che si tinge di giallo e si apre ai drammi dell’attualità».

Oggi, ieri, i riscontri storici puntualmente riportati: il libro (118 pagg, romanzo breve o racconto lungo) è un contenitore e volutamente poichè in sostanza è un viaggio virtuale. Un viaggio virtuale che come tale non ha scansioni temporali e quindi tutto ben convive: i Templari, Gioachino da Fiore, la Santa Casa di Loreto, Dante Alighieri, la profezia di Malachia, l’Opus Dei, Aldo Moro, i servizi segreti, l’attentato alle Twin Towers, un immaginario, questo sì, attentato al Papa mentre apre per la prima volta nella storia la Porta Santa della basilica aquilana di Collemaggio, una delle poche Porte Sante presenti fuori Roma. Tutto, però, alla fine ne ”la maschera di Celestino” ritorna, come in un gioco dell’oca che si chiude o un puzzle che si ricompone risolvendo piccoli anagrammi per far trionfare il vero volto della Pace che cela però lui, l’eremita ottantenne divenuto Papa: un Papa scomodo per la Chiesa, un cristiano senza Chiesa.

Dopo, infatti, soli cinque mesi di permanenza sul soglio di Pietro si dimise e tuttora qualcuno lo etichetta col verso dantesco «...colui che fece il gran rifiuto». Celestino V, però, non era la Chiesa intesa come ”Palazzo”, era ed è soltanto il cristianesimo quello vero, quello puro, quello autentico, difficile da trovare nelle rigide e talvolta ingombranti strutture ecclesiastiche. Per questo capì subito dopo l’elezione a Sommo Pontefice che per continuare a cercare il vero Dio doveva riandare sui suoi amati monti. E tentò di fare questo non senza però lasciare all’umanità un messaggio di Pace, di perdono e di riconciliazione.
Federica Farda




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