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LA PREMESSA DELL'AUTORE

"Il veicolo del mito è la fede"
Raimon Panikkar
Il mito di Celestino Parlare di mito riferendosi ad un Santo, un santo che ha fatto la storia non solo di questa nostra terra abruzzese, è un'operazione complicata, ardita. Eppure, se il mito è quell'incessante ricerca dell'uomo di dare un senso alla propria presenza sulla terra, dando alle cose un nome che gli permetta di orientarsi nella complessità della realtà, costruendo strumenti di conoscenza, elaborando modalità di comunicazione con i propri simili, tessendo e intrecciando racconti in cui il mondo fosse rappresentato con tutte le sue leggi, inventando immagini e simboli dal potere di esorcizzare le paure profonde come quella della morte... se il mito è tutto questo (ed oltre), allora Papa Celestino V lo è.

Come non far riferimento alla categoria del mito per cercare di spiegare gli aspetti della cosiddetta "questione celestiniana" che ancora oggi tormentano gli storici ma anche le coscienze di quanti (e sono sempre di più) si approcciano a questo grande uomo che un verso, un "maledetto" verso dantesco, vorrebbe confinare nel "mito" negativo della vigliaccheria. Ogni volta che capita un caso di clamorose dimissioni, si parla di quel "gran rifiuto", senza considerare che non tutte le dimissioni sono un atto di eroismo (altro che viltà) come lo furono quelle di Celestino.

Da qui, da queste clamorose dimissioni, nasce il mito di Celestino V. Un mito che i suoi tempi, quella stranissima fine secolo a cavallo tra il Duecento e Trecento, hanno poi contribuito ad alimentare. Lo si potrebbe definire un "rivoluzionario del Medioevo", in linea con quanto sostiene Le Goff sulla rivoluzione del Medioevo: "Il Medioevo è terminato solo con la Rivoluzione Francese e la Rivoluzione Industriale. In questo periodo viene elaborato un modello di umanità che resta comune per secoli e che si conclude solo dopo la Rivoluzione Francese: anche la Rivoluzione Francese è ancora un fenomeno tipicamente medievale" (J.LE GOFF, Un lungo Medioevo, Bari, Dedalo editore, 2006, pp. 125-130).

"E gli stessi soggetti della rivoluzione, nonostante si riferiscano all'antichità classica, sono uomini del Medioevo. Questi costruttori di storia che furono i rivoluzionari, ci mostrano, con la loro fissazione sul regime feudale o con la loro politica religiosa (in linea diretta tratta dalle "eresie medievali" che condannano l'insabbiamento della chiesa nella vita secolare) che non vi è, negli anni attorno al 1780, il nostro stesso senso della storia né la nostra stessa definizione dei valori" (Ibidem, pp. 133-135).

L'uomo medievale, in definitiva, è quello che ha redatto la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo. Si tratta di valutazioni che sono coerenti con la prospettiva della "lunga durata" propria della scuola di Le Goff: "E' assolutamente necessario superare il concetto di "storia della mentalità", che ci porta a frammentare continuamente la storia in brevi periodi, per riferirci alla storia dei valori, dei riferimenti, più lunga e più sorprendente" (Ibidem, pp. 148-151).

Celestino "rivoluzionario" e santo. L'influenza del pensiero religioso nel Medioevo è determinante e tutto è visto sub specie religionis: "Ciò che chiamiamo economico si riduceva allora a principi religiosi e morali che ne celavano l'autonomia crescente". Le nostre usuali categorie di economia e politica sono inapplicabili al periodo: "Non credo che la storia politica e la politica possano chiarire la specificità del Medioevo (...). L'Uomo Medievale non possiede alcuna concezione della dimensione economica e molto poco di quella politica" (Ibidem, pp. 160-163).

Il che non significa, naturalmente, che non possiamo utilizzare tali categorie per pensare il Medioevo ma solo che non possiamo prestarle agli uomini di quel periodo per intendere se stessi. Se vogliamo, pertanto, ricostruire le loro visioni del mondo occorrerà rinunciarvi: gli uomini del Medioevo non pensavano la loro realtà in termini di economia e nemmeno di politica. La pensavano in termini di santità, moralità, giustizia, equità: termini (anzi: valori) tutti derivati direttamente dal Cristianesimo.

Celestino anche "crociato" ma "crociato della pace". La guerra è nella classicità un'attività legittima e apprezzata. Così non è, invece, nel Medioevo cristiano, che sostiene un ideale di pace. Naturalmente il Medioevo è stata un'età di guerre e ciò ha comportato per il Cristianesimo la necessità di riconsiderare la guerra: proprio la vittoria del Cristianesimo e il suo trionfo quale religione di stato lo obbliga a fare i conti con la concreta realtà, che è fatta di guerre e lotte continue; lo obbliga a cristianizzare la guerra: "Visto che non la si può sradicare è necessario almeno limitarla" (Ibidem, pp. 176-179). Secondo Le Goff, il Medioevo ha conosciuto una forte aspirazione alla pace e alla ragione e, di fronte all'impossibilità pratica di eliminare la guerra ha cercato di limitarla, di sottometterla a regole. Un ideale, naturalmente, riconosce Le Goff, "ma è già positivo che fosse stato definito un ideale e che ci si fosse prefissati almeno di avvicinarsi ad esso" (Ibidem, pp. 181-186).

Infine, come non scomodare la categoria del mito anche per un altro "grande" Papa, Bonifacio VIII, il successore del povero eremita Pietro dal Morrone, che è passato alla storia per essere stato l'inventore del Giubileo (nient'altro, secondo alcuni osservatori, che un'amplificazione della rivoluzionaria idea della Perdonanza di Celestino V) ma non è stato fatto Santo; il Bonifacio dello schiaffo di Anagni; il Bonifacio contro il quale giura odio l'Alighieri mandato da quel Pontefice in esilio a provare "sì come sa di sale/lo pane altrui, e come è duro calle/lo scendere e 'l salir per l'altrui scale" (D. ALIGHIERI, Divina Commedia, Paradiso, canto XVII); il Bonifacio VIII sospettato di aver addirittura fatto assassinare il suo predecessore, un indifeso fraticello quasi novantenne già sulla soglia del mito.

Eccolo il mito di Celestino V. Nelle sue tante e variegate sfaccettature. Dal mito di una vita solitaria, a quello dell'avvento del "pastor angelicus" tanto caro a Gioacchino da Fiore (anche lui finito nell'alveo dei miti), a quello del "gran rifiuto". Ma anche il mito delle spoglie che ancora oggi riecheggia dopo il clamoroso sequestro del 1988 ed i misteri su alcuni esami medico-legali "segreti" scoperti dieci anni dopo, nel 1998. Eppoi, il mito dei miracoli, quello del chiodo assassino, quello del tesoro ritrovato di Ovidio, quello del nome mai ripreso da nessun Papa, quello della maschera di cera che copre il famoso cranio con un foro nella tempia e quello del "codice celestiniano" che sembra richiamare altri "miti", americani e plutocratici, del "Codice da Vinci", operazione planetaria che dei miti veri e falsi ha fatto una fortuna con le sue oltre cinquanta milioni di copie vendute. Infine, il mito della Bolla del Perdono.

Questo lavoro, attraverso una ricerca sul campo delle fonti ma anche delle nuove interpretazioni basate su eventi recenti (come la clamorosa riconciliazione varata da Benedetto XVI), vuol sondare, visti dalla particolare prospettiva del mito, alcuni aspetti cardine della "questione celestiniana". Lì dove il mito non è un fatto negativo, anzi, anche in rapporto ai canoni della religione cattolica. E' il modo per superare i dogmi, per poter trasformare un fraticello in un gigante. Un mitologico, diciamo noi, "eroe della pace" in questi nostri drammatici giorni di guerra. Un "Ghandi del Duecento", un "Martin Luther King del Medioevo".

Siamo davanti a un personaggio di immenso rilievo conosciuto anche per le sue virtù taumaturgiche che appaiono un aspetto minore, se valutate nel quadro generale che abbiamo tracciato. Per la civiltà attuale, è più importante evidenziare il messaggio generale che San Pietro dal Morrone offre (come hanno fatto, di recente, Papa Benedetto XVI e, nel 1966, Paolo VI), perché è modello di vita santa nella difficile ed aggressiva società che ci circonda; in passato, le avversità naturali, gli animali, le malattie, le intemperie, erano i veri pericoli reali, poco neutralizzabili con i rimedi umani, che inducevano spontaneamente l'invocazione dei patronati del Santo. Questo "culto subalterno", come lo definisce il Di Nola, non deve assolutamente essere accantonato, ma deve essere necessariamente associato ad una devozione profonda e basata sui valori di fondo che Celestino V ha predicato e messo in pratica (A.M.DI NOLA, Gli aspetti magico - religiosi di una cultura subalterna italiana, Torino, Ed. Boringhieri, 1976. pp 84-87).

Un personaggio anche carico di misteri, l'Eremita. Un mistero è, per definizione, ciò che non si conosce, che si ignora. Il mistero affascina l'essere umano ed esso è una componente fondamentale, per lo stimolo che offre, nel perseguire l'obiettivo di far luce, sia dentro che fuori di noi. Esistono misteri di ogni tipo e anche "falsi misteri". Dove finisce il mistero (o dove non c'è mai, in realtà, stato) si dice che inizi il mito. Ma dove finisce il mito... ricomincia il Mistero.

Angelo De Nicola




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