|
|||||||||||||||||||
|
"Il Messaggero"
21 agosto 2010
DELITTO DI BALSORANO: VENTI ANNI DOPO
RITORNO A CASE CASTELLA DOVE IL TEMPO S'E' FERMATO di ANGELO DE NICOLA
BALSORANO - Cristina avrebbe 27 anni. Gli stessi anni della giovane, dal volto di bambina, che, sorpresa dalle telecamere che frugano nel passato fin dentro il cimitero di Ridotti, rimette a fuoco i ricordi della compagnuccia di giochi «Capoccitti Cristina, gioviale, altruista, amica di tutti». I bambini sono cresciuti, a Case Castella dove, invece il tempo s’è fermato a vent’anni fa. Le lancette non hanno fatto scattai in avanti rispetto a quelle interminabili ore tra la sera del 23 agosto 1990, quando Cristina sparì inghiottita dal buio, e l’alba di quel 24 agosto, quando le unità cinofile ritroveranno il suo corpicino martoriato, con le mutandine scese, gettato tra i rovi di un cespuglio di more. In questa sperduta contrada della Valle Roveto ai confini con il Lazio che è Case Castella, un pugno di case lungo la strada provinciale per Ridotti (frazione del Comune di Balsorano), si respira la stessa atmosfera di venti anni fa. Un dolore sordido. Un fastidio, nervoso, palpabile fisicamente, contro «i soliti sciacalli di giornalisti. Andate via! Che altro volete! Basta...». Sono passati vent’anni. Ma tutto è fermo al delitto di Balsorano, quando in quell’“agosto dei delitti” del 1990 cominciata con l’omicidio (tutt’ora senza un colpevole) di via Poma a Roma, Balsorano fu catapultato in prima pagina come la terra del mostro. Il “mostro di Balsorano”. Cristina, una vispa bimba di 7 anni, non si ritrova. Era scomparsa dalla sera precedente, il 23 agosto, “scappando” di casa intorno alle 20,30 con uno yoghurt come cena per andare a giocare nella piazzetta del paese con gli amichetti. Venne cercata tutta la notte dai genitori, dai parenti e da tutti i paesani. Era a due passi, a meno di cento metri da casa sua, come si scoprirà all’alba. «Massacrata a colpi di pietra dopo essere stata violentata», si disse e si scrisse sul momento anche se l’autopsia smentirà almeno la violenza carnale che pure è rimasta nell’immaginario collettivo. «Strozzata dopo alcuni atti di libidine», hanno poi accertato i tre gradi di giudizio nei quali è stata decretata la condanna definitiva all’ergastolo di Michele Perruzza, muratore all’epoca quarantenne, zio della vittima. «Il mostro di Balsorano»: così venne chiamato subito dopo l’arresto, avvenuto all’alba del terzo giorno dopo il delitto, il 26 agosto. Da allora Michele Perruzza si è sempre proclamato innocente. Ed è morto, il xzxz gennaio 2003, gridando la propria innocenza («Dite a tutti che non sono stato io») mentre l’ambulanza lo portava inutilmente dal carcere di Rebibbia, dove era stato colto da infarto, all’ospedale. Una morte che sembra la conclusione di una tragedia greca che nessun drammaturgo avrebbe saputo inventare. Perruzza aveva sperato nella revisione del processo dopo che il “processo satellite” di Sulmona aveva gettato, nuovamente e pesantemente, la croce addosso a suo figlio Mauro, all’epoca 13enne. Il quale, a principio, s’era autoaccusato dell’omicidio della cuginetta, per poi ritrattare e puntare il dito contro il padre ed assurgere a super-testimone. Dirà l’avvocato Attilio Cecchini che combattè (gratis) per difendere dall’ergastolo un semplice muratore: «La mia è stata una battaglia di civiltà. Il sistema doveva avere il coraggio di ammettere l’errore giudiziario che, d’altra parte, è connaturato al processo penale che è un procedimento lungo, fatto dagli uomini che, appunto, sbagliano. Michele Perruzza, un innocente condannato all’ergastolo, non chiedeva vendette. Chiedeva che la giustizia, dal suo interno, ammettendo l’errore, facesse giustizia».
Sono passati vent’anni. Case Castella è rimasta come una sorte di “via
Crucis” salendo la strada fatta di tornanti che va a morire alla piazzetta
principale di Ridotti, proprio sotto la montagna confinante col territorio
del Parco Nazionale d’Abruzzo. Ma la “stazione” più triste, viene dopo il borgo, racchiuso da un ornate. A Case Castella agosto è tempo di more. Ne sono stracolmi i cespugli che accerchiano una piccola radura dove, fin dal primo anniversario, è stata eretta una “edicola” nella cui bacheca c’è la foto di una bimba che sorride senza un dentino. Ci sono anche alcuni oggettini: ricordo di Loreto, delle cascate del Niagara. Una bambolina. E tanti mazzi di fiori, compresa una siepe che sta crescendo bassa con la forma del nome di Cristina. Nome richiamato anche da un scritta in legno multicolore. L’ultima stazione è al cimitero di Ridotti dove si arriva dopo avere superato la chiesetta in cui si celebrò il funerale di Cristina, nella sua piccola bara bianca, e quello di Perruzza, sulla cui bara, l’avvocato Cecchini, disse: «Sulla tua tomba vorrei scrivere: Michele Perruzza ergastolano innocente, simbolo di una giustizia ingiusta». La tomba di Perruzza, al cimitero, è in un loculo nella parte sionistra mentre a destra c’è quella di Cristina che è un’esplosione di bambolotti e di “ricordini”. Sulla lapide di Michele ci sono soltanto le date di nascita e di morte. Intorno, ormai dopos ette anni, non c’è nessuna sepoltura. Tutti loculi vuoti. Nessuno vuole stare “vicino” al “mostro di Balsorano”. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Angelo De Nicola IL MESSAGGERO: Indice
Annate: 2010 | 2009 | 2008 |2007 |2006 | 2005 | 2004 | 2003 | 2002 | 2001 | 2000 | 1999 | 1998 | 1997 | 1996 | 1995 | 1994 | 1993 | 1992 | 1991 | 1990 | 1989 | 1988 |
|||||||||||||||||||
| HOME | l'autore | libri | articoli | la città | preferiti | agenda | contatti | |||||||||||||||||||
| Angelo De Nicola© - Tutti i Diritti Riservati |