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Ombre sul Giallo - Il Fatto

Presunto Innocente
"Io esco, non mi cercate, lo so io quando devo tornare". Tenendo ancora tra le mani una scatoletta di yogurt, la sua cena, Cristina Capoccitti, 7 anni, esce di casa intorno alle 20,30. E' il 23 agosto del 1990, un giovedì a Case Castella, un mucchio di case della Valle Roveto a due passi da Ridotti, frazione del Comune di Balsorano.


La tragedia

La piccola, invece, non torna a casa. Il padre Giuseppe e la madre Dina Valentini si allarmano. Viene dato l'allarme. Poco dopo le 22 tutto il paese scende in strada a cercare la bambina da tutti conosciuta come "Biancaneve". Di Cristina non c'è traccia. Finché all'alba, unità cinofile trovano il corpicino nudo e martoriato della bambina, seminascosto da una siepe di rovi. Si sospetta la violenza carnale di un bruto che conosce bene quei luoghi. E conosceva bene, per attirarla in quell'anfratto, una bambina che, dicono in paese, non si fidava di nessuno. Case Castella viene presa d'assedio dalle forze dell'ordine, giornalisti e telecamere. Già alle 9 di quella mattina sul posto arriva per coordinare le indagini il sostituto procuratore di Avezzano, il giovane Mario Pinelli. Si punta subito sulla "pista" locale. Il paese viene passato al setaccio. Tutti gli abitanti vengono interrogati, bambini compresi.


La notte dei colpi di scena

Domenica sera, 26 agosto. All'improvviso, vedendo il padre Michele Perruzza accompagnato in caserma da due carabinieri per essere interrogato, il tredicenne Mauro si agita, richiama l'attenzione di alcuni agenti di polizia e si autoaccusa del delitto: "Sono stato io". "Il caso è chiuso" dichiara, poco prima di mezzanotte, il dottor Pinelli ai microfoni della Rai dopo l'interrogatorio del ragazzo. Ma nella notte, al Palazzo di Giustizia di Avezzano dove è stato condotto per essere interrogato dal procuratore presso il Tribunale per i Minori, il ragazzino s'impappina. Ritratta e accusa il padre. Vengono chiamati i due genitori. All'alba escono madre e figlio. Michele Perruzza, un muratore emigrato in Australia ma poi tornato a Ridotti, viene ammanettato. È lui il "mostro": lo accusano la moglie Maria Giuseppa Capoccitti e suo figlio. Queste dichiarazioni, insieme con l'iniziale autoaccusa del ragazzino rappresenteranno la base di quella che, per molti, è l'unica "verità" di una vicenda densa di ombre: "L'assassino è certamente in casa Perruzza".


L'inchiesta

A distanza di due giorni dall'arresto del muratore, nel corso di una perquisizione, in casa Perruzza vengono ritrovati alcuni indumenti, si dice subito macchiati di sangue e con la presenza di alcuni capelli. La moglie di Michele, intanto, ritratta le accuse al marito con dichiarazioni sulla stampa. Il muratore, interrogato in carcere, nega tutto. Ma escono fuori alcune testimonianze in paese secondo le quali il muratore avrebbe più volte mostrato "attenzioni" su bambine. È novembre il mese decisivo. Deve essere chiuso il procedimento ancora pendente (quello attivato dalla prima autoaccusa) davanti al Tribunale dei Minori contro il figlio tredicenne. La madre a sorpresa, nomina ad assistere il figlio per l'interrogatorio l'avvocato Leonardo Casciere del foro di Avezzano che, subito dopo, la donna deciderà di associare ai legali del marito, gli avvocati Mario e Carlo Maccallini, dello stesso foro. Questi ultimi, che dal giorno dell'arresto del muratore hanno adombrato l'ipotesi che autore del delitto possa essere stato il figlio, dopo la nomina "non concordata" del collega Casciere con il quale hanno una "una diversa visione del processo", rimettono il mandato. È il primo cambio di difesa per Perruzza proprio alla vigilia dell'importante udienza preliminare, a fine novembre, davanti al Gip al termine della quale il muratore viene rinviato a giudizio con l'accusa di omicidio volontario pluriaggravato, ratto a fine di libidine e occultamento di cadavere.


Il processo di primo grado

Il processo si celebra a soli 4 mesi e mezzo dal delitto. Il 15 gennaio '91 l'atteso dibattimento si apre ma per essere subito rinviato al 5 marzo successivo al fine di esaminare l'istanza della difesa di ricusazione dei due giudici Antonio Villani e Romolo Como che avevano "giudicato" l'imputato come componenti del Tribunale della Libertà. L'istanza è rigettata: soltanto successivamente, infatti, verrà sancita l'incostituzionalità della compatibilità del giudice che ha già visionato gli atti nel Tribunale della Libertà. Perruzza dietro le sbarre della "gabbia" dell'aula della Corte d'Assise dell'Aquila "grida" davanti alle telecamere la sua innocenza. Il 15 marzo la sentenza: ergastolo. Decisivi, motiverà poi la Corte d'Assise, sono il test sul Dna sulle tracce di sangue su alcuni capelli trovati su una canottiera di Perruzza, ma anche la mancanza di un alibi per il muratore e le sue tendenze pedofile, nonché l'inattendibilità della ritrattazione della moglie e del figlio, la testimonianza della "superteste" Rosa Perruzza che ha sentito rientrare a casa l'imputato nell'ora del delitto dicendo "Cristina è morta. Cristina è morta". "Salutano" la sentenza un fragoroso applauso in aula ed i fuochi d'artificio a Case Castella.


Il nuovo "cambio" di avvocati

Qualche giorno dopo la condanna, Perruzza decide di cambiare avvocati difensori. Sceglie l'avvocato romano Antonio De Vita (per averlo visto alla Tv, in carcere, far scagionare il portiere di Via Poma, Pietrino Vanacore) ed il legale aquilano Attilio Cecchini. I due nuovi difensori nei "motivi" d'appello tirano potenti "picconate" all'inchiesta ed al processo di primo grado del quale chiedono, addirittura, l'annullamento in particolare perché, di fronte all'alternativa padre-figlio, il processo era chiuso prima di cominciare. L'avvocato di Perruzza, Cassiere, infatti, avendo già difeso e fatto scagionare il figlio Mauro non poteva percorrere l'unica ipotesi alternativa.


Il processo d'appello

L'intenso processo di secondo grado si conclude con la conferma della condanna all'ergastolo. La Corte d'Assise d'Appello dell'Aquila mostra sia la disperata "voglia" di arrivare alla verità passando ai "raggi X" ogni cavillo del processo, sia il coraggio di prendere decisioni gravi. Come quella di smentire con un'ordinanza la Corte di primo grado e di gettare alle ortiche la prima sentenza, d'altra parte figlia di un processo che non c'è stato in particolare perché Perruzza non è stato difeso a dovere. Alla fine, il certosino lavoro della Corte viene premiato: sono infatti emerse tre "prove" che dal punto di vista processuale costituiscono il nuovo "teorema" della colpevolezza di Perruzza. Ossia: c'è un testimone del delitto (il figlio Mauro) che in aula ha fornito degli elementi compatibili sia con la (successiva) superperizia ordinata dalla Corte, sia col (successivo) sopralluogo a Case Castella degli stessi giudici. Uno più uno più uno, fa tre. Ed alla somma, già considerata decisiva, si aggiungono gli elementi di colpevolezza rimasti in piedi dopo le "picconate" della difesa alla sentenza di primo grado: in particolare le perizie sul Dna e la mancanza di alibi. Un certosino lavoro andato a buon fine ma che ha finito con l'illuminare ancora di più le zone d'ombra della vicenda, sia sostanziale che processuale. In sostanza s'è creata la paradossale situazione che ci sono più prove sulla colpevolezza di Perruzza, ma i dubbi sono aumentati. Ciò s'è verificato per "colpa" della difesa. Gli avvocati Cecchini e De Vita, approfittando delle falle lasciate aperte dalle indagini e da una sentenza di primo grado zoppicante, hanno praticamente recuperato tutto il terreno perduto nel primo processo.


La conferma in Cassazione

La difesa del muratore si batte come un leone anche davanti alla Suprema Corte. Il procedimento, sostengono gli avvocati di Perruzza, è stato costellato da varie "nullità insanabili" che giustificano la richiesta di "cassare" la condanna. Nulla sarebbe secondo i due legali addirittura la sentenza di primo grado. Da qui, da questo primo processo si dovrebbe ripartire, secondo Cecchini e De Vita, per garantire a Perruzza "un processo giusto e non un'ordalia". Semplificando i complicati "motivi di ricorso in Cassazione", la difesa sostiene che Perruzza in primo grado non è stato difeso a dovere. Il muratore fu assistito dall'avvocato Casciere che oltre a tentare di seguire un'improponibile "terza via" ("L'assassino di Cristina è fuori da casa Perruzza") si sarebbe trovato in una posizione di insanabile incompatibilità. Casciere, in precedenza, aveva assistito e fatto prosciogliere il figlio tredicenne del muratore nel procedimento aperto dalla Procura per i Minori. Successivamente, la moglie di Perruzza, Maria Giuseppa Capoccitti, lo sfuggente personaggio-chiave di tutta la vicenda, decise di affiancare agli avvocati Maccallini, nella difesa del marito, lo stesso Casciere. La scelta provocò la rinuncia dei Maccallini, la cui linea difensiva tendeva a gettare le responsabilità sul figlio. In questo momento, secondo la nuova difesa, la sorte di Perruzza era già segnata perché, si legge nei motivi, in particolare nell'interrogatorio in aula del minore, "il doveroso impegno in difesa di Michele di conseguire da Mauro la verità, fu neutralizzato dall'altrettanto impellente dovere giuridico di tutelare Mauro dal pericolo del suo coinvolgimento nella vicenda. Sicché dovette abdicare al dovere di difesa del patrocinato, il quale rimase carente di presidio nella circostanza più drammatica del processo". Difesa minorata, procedimento ingiusto, processo da rifare, vicenda da riaprire per poter sondare l'unica alternativa: Mauro. La Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, nel settembre del 1992, a due anni dal fatto, conferma però l'ergastolo.


Il processo-satellite di Sulmona

Dalle dichiarazioni di Mauro davanti alla Corte d'Assise nasce un processo-satellite su cui la difesa (che nel frattempo ha "recuperato" Carlo Maccallini nel collegio che assiste gratis il muratore) punta tutto per ottenere la revisione del procedimento principale. Un processo secondario nato forse per sbaglio e che per due volte s'è tentato, come accusa la difesa, di "ghigliottinare".
La Procura di Avezzano, infatti, avviò un procedimento contro Perruzza e sua moglie perché durante la "testimonianza del capanno" in Appello, Mauro raccontò di essersi autoaccusato del delitto in quanto costretto dai genitori. Di qui l'accusa di istigazione all'autocalunnia: un reato. Ma prima il Tribunale di Avezzano e poi quello dell'Aquila decisero di prosciogliere i coniugi senza dibattimento. Una soluzione che per ben due volte la Cassazione ha bocciato ("L'imputato che vuole il processo ha diritto ad averlo"), rinviando infine gli atti al Tribunale di Sulmona.

Qui, nel giugno del 1997, datagli la possibilità di rivisitare la vicenda, udienza dopo udienza la difesa ha demolito i pilastri dell'impianto accusatorio contro Perruzza. In particolare due perizie d'ufficio smontano il "teorema" accusatorio contro Michele. Quella sulla visibilità: dal capanno Mauro non poteva vedere nulla perché all'ora indicata era già buio. E quella sul Dna sul paio di slip sicuramente indossate dall'assassino: ebbene, con un clamoroso colpo di scena, la perizia stabilisce che il Dna sui residui organici (in particolare resti di urina) trovati su quel paio di slip è compatibile con il codice genetico di Mauro e non del padre Michele. Il caso è riaperto.

Ma la Procura generale dell'Aquila, a capo della quale è nel frattempo arrivato Bruno Tarquini che fu presidente della Corte d'Assise d'Appello che condannò Michele, si oppone a quella sentenza: "Il Tribunale di Sulmona è andato oltre i suoi compiti. Non poteva- sostiene la Procura generale in un ricorso- processare il processo principale ormai definitivamente chiuso".
La Corte d'Appello dell'Aquila accoglie in parte il ricorso. Le speranze di Perruzza sembrano scemare. Ma nel motivare la decisione i giudici aprono la possibilità alla difesa di tentare la revisione: "La perizia ambientale e la perizia sul Dna- si legge nelle motivazioni-, potranno trovare eventuale approfondimento, se ed in quanto ne ricorrano i presupposti in sede di revisione".
Nuovo ricorso, stavolta davanti alla Cassazione, della Procura generale aquilana. Ma la Suprema Corte boccia il ricorso.
Il caso, ora, è ufficialmente riaperto.


L'istanza di revisione

Presentata la richiesta di fare un nuovo processo alla luce del "contrasto tra giudicati" emerso dopo il procedimento di Sulmona, la Corte d'Appello di Campobasso (competente sui casi del Distretto giudiziario abruzzese) alla fine dell'estate del 2001, in sessione estiva, dice di no. Si legge nell'ordinanza della Corte molisana: "Mauro Perruzza studiò con altri "a tavolino" le dichiarazioni che avrebbe reso in giudizio... Mauro non poteva vedere nulla dal luogo dove indicò di aver assistito al delitto... Mauro indossava un paio di slip macchiati del sangue della piccola Cristina". Anche "ammettendo tutto questo", il delitto di Balsorano non merita un nuovo processo perché "anche ammesse e dimostrate queste tre nuove prove, non seguirebbe tuttavia il proscioglimento del condannato". La Cassazione, nel febbraio del 2002, respinge, dichiarandolo "inammissibile", il ricorso proposto dalla difesa contro il no della Corte d'Appello di Campobasso. Il caso è chiuso. Anche se la difesa dichiara di non arrendersi.


Perruzza muore in carcere

Sulla vicenda cala una pietra tombale quando, il 23 gennaio 2003, Perruzza muore d'infarto nel carcere di Rebibbia gridando la sua innocenza. "Dite a tutti che non sono stato io" sono state le sue ultime parole raccolte, sull'ambulanza che lo porta all'ospedale "Pertini", da un infermiere del 118. Il 25 gennaio, nella stessa chiesa in cui fu dato l'ultimo saluto alla piccola Cristina, si tengono i funerali ai quali non partecipano né la moglie, né i figli di Michele (né Mauro che oggi ha 26 anni, né Daniele che ne ha 32 né Francesco che ne ha 20). La chiesa, comunque, è piena di paesani. Dirà l'avvocato Cecchini, in lacrime e con la mano sulla bara, durante l'orazione funebre: "Sulla tua tomba vorrei scrivere: Michele Perruzza ergastolano innocente, simbolo di una giustizia ingiusta".
Perruzza viene tumulato nel piccolo cimitero di Ridotti, a due passi dalla tomba, che è un esplosione di peluches e bambole, della piccola Cristina.