
Il testo del’intervista:
Domanda. Sta per uscire il suo nuovo libro dedicato a Teofilo Patini. Perché oggi era necessario tornare a raccontare questo artista?
Risposta. Perché Teofilo Patini è uno di quei personaggi che rischiano di essere conosciuti più per sentito dire che realmente. Tutti ricordano Vanga e latte o Bestie da soma, ma pochi conoscono davvero l’uomo, il suo percorso, il suo pensiero e la straordinaria modernità della sua pittura. Ho sentito il dovere di riportarlo al centro del dibattito culturale, non come una figura confinata alla storia dell’arte abruzzese, ma come uno dei grandi interpreti del realismo sociale europeo dell’Ottocento.
D. Il titolo del volume colpisce subito: “Teofilo Patini. Cronista col pennello”. Perché questa scelta?
R. Perché credo sintetizzi perfettamente la sua missione artistica. Patini non dipingeva semplicemente dei quadri: raccontava delle storie. Era un cronista, ma invece della penna utilizzava il pennello. I suoi protagonisti sono contadini, pastori, emigranti, poveri, anziani, donne segnate dalla fatica. Ogni tela è una pagina di cronaca sociale. Mentre i giornali dell’epoca raccontavano gli avvenimenti quotidiani, Patini documentava la condizione umana delle classi più fragili, consegnandola alla storia con una forza espressiva straordinaria. Da giornalista mi ha sempre colpito questa analogia: entrambi raccontiamo la realtà, lui con i colori, io con le parole. Cronista, per me, è un titolo professionale “nobiliare”: si può essere giornalisti ma non diventare cronisti.
D. Quindi il suo non è soltanto un libro di storia dell’arte?
R. Assolutamente no. È un racconto biografico, storico e civile. Ho cercato di ricostruire il contesto in cui Patini visse, le sue amicizie, i suoi viaggi, le sue battaglie culturali, il suo rapporto con l’Abruzzo e con l’Italia postunitaria. Il lettore scoprirà un uomo profondamente impegnato, sensibile alle ingiustizie sociali, capace di trasformare la pittura in uno strumento di denuncia e di riflessione. Non avrei avuto alcuna competenza per scrivere un testo di storia dell’arte.
D. Quanto lavoro di ricerca c’è stato dietro questo volume?
R. Moltissimo, come cerco di fare in ogni mia pubblicazione. Ho consultato archivi, cataloghi di mostre, studi specialistici, articoli dell’epoca, corrispondenze e documentazione storica. Ho visitato i luoghi di Patini, seguito il percorso delle sue opere e cercato di mettere insieme tanti tasselli spesso dispersi. L’obiettivo non era semplicemente raccogliere informazioni, ma restituire una narrazione coinvolgente e rigorosa allo stesso tempo. E divulgare quanto sia attuale il suo messaggio.
D. Il libro esce proprio nell’anno in cui L’Aquila è Capitale Italiana della Cultura. È una coincidenza significativa?
R. Direi che è il momento ideale. Essere Capitale Italiana della Cultura significa anche recuperare la memoria dei grandi protagonisti che hanno costruito l’identità di questo territorio. Patini è uno di loro. Parlare di lui oggi, significa raccontare un Abruzzo che ha saputo produrre cultura di livello internazionale. La Capitale della Cultura non deve limitarsi agli eventi: deve diventare un’occasione per riscoprire il patrimonio umano e artistico che possediamo. E Patini rappresenta una delle espressioni più alte di questo patrimonio.
D. Lei sostiene che Patini non appartenga soltanto all’Abruzzo. Perché?
R. Perché i grandi artisti superano sempre i confini geografici. Patini parla di dignità, lavoro, povertà, solidarietà, speranza. Sono temi universali. Le sue opere emozionano ancora oggi perché raccontano persone vere. In questo senso il suo messaggio è attualissimo. La sua pittura dialoga con il realismo europeo e anticipa, per certi aspetti, quella sensibilità sociale che ritroveremo nel Novecento.
D. Qual è il messaggio che vorrebbe arrivasse ai lettori?
R. Che conoscere Patini significa conoscere meglio noi stessi. La memoria culturale non è un esercizio nostalgico: è uno strumento per comprendere il presente. Se dimentichiamo figure come Patini, perdiamo una parte della nostra identità. Se invece le riscopriamo e le divulghiamo, soprattutto ai giovani, restituiamo forza alle nostre radici e costruiamo una cultura capace di guardare al futuro.
D. In definitiva, che cosa rappresenta questo libro per lei?
R. Rappresenta moltissimo. Cambio totalmente argomento dopo ben otto pubblicazioni e circa trecento conferenze in giro per l’Italia sulla Perdonanza e Celestino V con un bilancio per me, ma anche per la città, assai magro: non mi pare di aver molto inciso sul corso delle cose. Torno ai personaggi, come nel libro su don Attilio Cecchini, dando vita a una collana del mio editore One Group, “Personaggi” appunto, che spero ci darà soddisfazioni e che è già stata esplorata qualche giorno fa dal collega scrittore Goffredo Palmerini. È il tentativo di restituire la parola a un grande artista che aveva scelto di dare voce agli ultimi. Patini raccontava l’umanità attraverso i colori; io ho cercato di raccontare lui attraverso la ricerca storica e il linguaggio del giornalismo. Se, chiuso il libro, anche un solo lettore sentirà il desiderio di fermarsi davanti a un quadro di Patini per osservarlo con occhi nuovi, avrò raggiunto il mio obiettivo.
Chi è Teofilo Patini
Nato a Castel di Sangro nel 1840 e morto a Napoli nel 1906, Teofilo Patini è considerato il massimo interprete del realismo sociale italiano dell’Ottocento. Formatosi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dedicò la sua pittura al racconto della condizione umana delle classi più umili, trasformando contadini, pastori, emigranti e lavoratori nei protagonisti della grande arte. Capolavori come Vanga e latte, Bestie da soma e L’erede gli valsero un posto tra i maggiori pittori italiani del suo tempo. A centovent’anni dalla morte (il 16 novembre prossimo sarà il 120.mo anniversario), Patini continua a parlare al presente con un linguaggio universale fatto di dignità, lavoro e giustizia sociale.
“Lunga attesa”, in copertina il Patini ritrovato che torna all’Aquila
Tra le opere più suggestive di Teofilo Patini figura “Lunga attesa”, grande olio su tela (cm137x202) datato 1886, recentemente tornato all’attenzione del mondo dell’arte grazie a un’asta della casa aquilana “Gliubich”. Il dipinto, che raffigura una famiglia raccolta nelle prime ore dell’alba attorno all’angosciosa attesa per un malato, è una delle più intense testimonianze della poetica sociale dell’artista di Castel di Sangro. L’opera è stata acquistata dall’ex viceprefetto dell’Aquila Natalino Benedetti, figura molto conosciuta e stimata in città, che ha così riportato in Abruzzo un capolavoro di straordinario valore storico e artistico. Un gesto che rappresenta anche un significativo contributo alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio culturale della regione, proprio nell’anno di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026.
