Si rinnova a Tornimparte il rito di “Ju Calenne”

Articolo per il quotodiano Il Centro del 30 aprile 2026:
C’è un momento, nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio, in cui il tempo sembra arretrare nell’area sabina del territorio dell’Aquilano. Le luci si abbassano, il paese trattiene il respiro e un gruppo di uomini si incammina verso il bosco. Non è una rievocazione. È un rito. Antichissimo. Vivo. Si chiama “ju Calenne” e a Tornimparte torna, puntuale, a raccontare una storia che non è mai finita.
Non è folklore da cartolina. È un gesto collettivo che tiene insieme memoria e presente, fatica e appartenenza. Perché tutto comincia molto prima della notte. Nei giorni precedenti si sceglie l’albero (il cui proprietario, per antica consuetudine, non potrà lamentare il “furto”), si affilano le asce (e, oggi, si accende anche la motosega…), si prepara il gruppo. Sono gesti che si ripetono da secoli e che hanno un ordine preciso, quasi sacro: «Ogni cosa deve essere svolta secondo regole che non possono essere sovvertite», perché il rito è fatto di tempi e dignità che i “vecchi” guidati da “Sardella” (Vincenzo Gianforte), e sotto l’egida dalla Pro Loco di Tornimparte del presidente “Tanassi” (Domenico Fusari), cercano di tramandare con pazienza alle giovani generazioni.
Poi si parte. Il cammino verso il bosco è già comunità: rinsalda legami, ne crea di nuovi, mette insieme generazioni diverse. Gli anziani guidano, i giovani ascoltano. Quando si arriva davanti all’albero prescelto, il silenzio lascia spazio al lavoro. Il taglio non è solo tecnica, è rispetto: la natura «ha insegnato all’uomo che occorre avere attenzione», e così ogni colpo d’ascia è misura e responsabilità.
Quando il tronco cade, con un tonfo pieno e definitivo nel buio squarciato dalle torce, si apre la fase più intensa: il trasporto. È qui che il rito si fa prova. «Come possiamo alzare questo grosso albero?», si chiedono i nuovi. La risposta è nella comunità. Braccia che si incastrano, passi che si sincronizzano, voci che si chiamano. E all’improvviso il peso si solleva. Non è forza individuale: è una somma che moltiplica. È l’esperienza concreta di cosa significhi essere parte di qualcosa di più grande.
L’albero, ormai “calenne”, arriva in paese. Sul sagrato della chiesa di San Panfilo, nella frazione di Villagrande, col benestare di un parroco (don Cristoforo Simula) attento e rispettoso delle tradizioni, si compie l’alzata, complice anche una buca realizzata all’uopo.
È un momento lungo, teso, seguito da tutti. Urla, corde, scale, emozioni sotto la guida esperta di “Bobbò” (Gianni Angelini). Il rito è compiuto. Il tronco svetta, visibile da lontano con un tricolore come pennacchio, segno tangibile di una comunità che si riconosce. Da quel momento inizia la festa, che attraversa la notte fino all’alba, tra racconti, fuoco e promesse per l’anno successivo. E il calenne resterà lì, issato, fino al giorno dell’Ascensione, oggetto di sguardi, commenti e persino rivalità tra frazioni e paesi.
Ma fermarsi alla cronaca significherebbe perdere il senso profondo. Perché questo rito affonda le radici in una dimensione molto più ampia. Gli studi antropologici lo collocano dentro i riti arborei primaverili diffusi in tutta Europa, legati al ciclo della vegetazione e alla rigenerazione della natura. L’albero, in queste pratiche, è molto più di un elemento naturale: è un simbolo fallico, di unione tra terra e cielo, tra umano e sacro, tra individuo e comunità. Di speranza di fertilità della terra dopo il duro inverno.
Non è un caso che questi riti resistano ancora oggi. Come osserva l’antropologa Lia Giancristofaro, le tradizioni non sopravvivono per inerzia, ma perché continuano a essere scelte nel presente: funzionano come “memoria utile” e come strumenti per rafforzare l’identità collettiva in un mondo sempre più omologato. Ripetere il rito significa, in fondo, addomesticare il tempo, trasformare l’incertezza in gesto condiviso, la paura in comunità.
AncheAlfonso Di Nola, nelle sue riflessioni sui riti arborei, individua in queste pratiche una stratificazione culturale complessa: elementi pagani, simbolismi legati alla fertilità, successivi adattamenti cristiani. Un intreccio che non si è mai risolto del tutto, ma che proprio per questo continua a vivere, adattandosi senza perdere il nucleo originario.
A Tornimparte, tutto questo non è teoria. È esperienza concreta. È il momento in cui la comunità si riconosce in un gesto collettivo che supera le divisioni, le generazioni, persino il tempo storico. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla frammentazione, il calenne impone lentezza, coordinazione, presenza. Richiede fatica, impegno, gratuità. E proprio per questo restituisce qualcosa che altrove si è perso.
C’è un dettaglio che colpisce più di altri. Non è l’albero, non è la festa, non è nemmeno la notte. È lo sguardo dei partecipanti durante il trasporto. In quell’istante non c’è spettacolo, non c’è pubblico. C’è solo una comunità che si misura con un peso reale, tangibile. E che scopre, ancora una volta, di poterlo sollevare.
È lì che il rito smette di essere passato. E diventa, ostinatamente, presente. A Tornimparte, “il Comune dove gli alberi camminano”.
Angelo De Nicola

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