LogoLogo

"FONDI POP, NON C'E' STATO REATO"

Articolo di Angelo De Nicola su
logo Il Messaggero


L'AQUILA - Come capita di fronte ad un fatto storico, in molti giocarono al Lotto e vinsero con il terno 29 (la nottata degli arresti), 9 (gli arrestati, poi diventati undici) e 90 (la "paura"). Alla stessa stregua, oggi, si dovrebbe giocare il terno 7 (la mattinata delle assoluzioni), 11 (gli assolti) e 36 (l'errore). Sì, perchè, la sentenza assolutoria di ieri della Corte d'Appello di Roma sul caso che non potrà più essere definito "Scandalo Pop", ha sancito "uno storico errore giudiziario". Un intero Governo regionale in manette, caso unico nella storia italiana tanto da far ipotizzare a qualcuno, con feroce ironia, una seduta di Giunta nel parlatoio del carcere; un'intera classe politica spazzata via; una figuraccia davanti alla Cee che finì addirittura sulla prima pagina del "New York Times"; ventimila pagine di atti raccolti in un'inchiesta "madre" che ne ha fatte scattare altre 17 contro la Regione (quasi tutte chiuse con un nulla di fatto); la fama di essere la capitale italiana di "Clientopoli", il regno dei favori agli amici e agli amici degli amici.

Tutto questo, secondo la Corte d'Appello di Roma, chiamata dalla Cassazione a dirimere la questione, è "un fatto che non sussiste". Dunque, assolti dall'accusa di abuso d'ufficio per aver spartito in maniera clientelare i 435 miliardi dei fondi comunitari Pop. Tutti assolti: l'ex presidente Rocco Salini (per il quale, però, è stata confermata una condanna ad 1 anno e 4 mesi per un falso nella delibera incriminata contro il quale i suoi legali hanno già annunciato ricorso in Cassazione), l'ex vicepresidente Ugo Giannunzio (Psi), e gli ex assessori Franco La Civita (Dc), Paolo Pizzola (Psi), Giuseppe Lettere (Dc), Filippo Pollice (Dc), Giuseppe Molino (Dc), Aldo Canosa (Dc), Domenico Tenaglia (Dc), Giuseppe Benedetto (Pli), e Romano Liberati (Psi). Tutti assolti, nonostante la condanna in primo grado del Tribunale dell'Aquila, con sostanziale conferma (ma pene ridotte) della Corte d'Appello aquilana prima che la Cassazione "cancellasse" e rinviasse tutto alla Corte d'Appello di Roma. I cui giudici, ieri, sono andati oltre la richiesta della Pubblica accusa (il Pg Lombardi) il quale aveva chiesto l'assoluzione con la formula "perchè il fatto non costituisce reato".

Penalmente il fatto non sussiste, non c'è proprio stato. Una requisitoria durissima, quella di ieri così come lo era stata quella del Pg della Cassazione, nella quale sono stati tirati due poderosi schiaffi alla giustizia abruzzese. Uno schiaffo al Pm che condusse le indagini ed ordinò gli arresti, il sostituto Fabrizio Tragnone da due anni promosso Procuratore capo a Lanusei. "Il processo è nato "zoppo" ha detto in sostanza il Pg riferendosi, senza comunque dirlo esplicitamente, a quelle manette che hanno segnato la vicenda processuale oltre che la storia recente dell'Abruzzo. "La rivoluzione in Abruzzo- ebbe a commentare lo storico Raffaele Colapietra- non l'ha fatta il Pci ma il Pm Tragnone". Una "retata" che fu duramente contestata. "Quel Tragnone è uno sceriffo con la toga" disse a caldo Marco Pannella.

L'altro schiaffo è arrivato sul viso dei giudici di primo e secondo grado. "Non c'è alcuna prova che gli imputati abbiano agito con dolo" ha detto ieri il Pg, cioè con la volontà di abusare della propria carica per spartirsi in maniera clientelare i finanziamenti. Infliggere una condanna senza averne provato il dolo: è come un mare senza acqua. Al massimo, ha detto il Pg, si è trattato di un'irregolarità amministrativa dettata dalla fretta di assegnare i finanziamenti per non perderli visto che scadevano i termini. Un storico errore giudiziario. "La Giunta Salini - ha detto ieri Gaspari- fu vittima di un gravissimo errore giudiziario e di un'operazione politica che ha violentato la volontà degli elettori e che è all'origine del gravissimo danno derivato alla politica di sviluppo, dell'economia e del reddito in Abruzzo.

Senza quella inchiesta- ha aggiunto l'ex ministro- non staremmo oggi a piangere per i 49mila posti di lavoro, quelli che mancano all'appello dal '92 quando l'Abruzzo, dopo le note vicende, subì una forte frenata politico-economica". Di più. Secondo l'ex ministro "l'esclusione dell'Abruzzo dai benefici nazionali e comunitari è stata fortemente influenzata proprio da quell'accusa, mossa in un primo momento e poi rivelatasi infondata, di tentata truffa ai danni della Cee. Non dimentichiamoci che la Cee mandò addirittura un avvocato per costituirsi parte civile. Il discredito era giunto perfino a Bruxelles. Gli abruzzesi hanno pagato e pagano tuttora duramente quell'incredibile errore giudiziario. La mia solidarietà va anche a quei socialisti e a quei liberali che finirono alla gogna".

Numerose le reazioni. Dall'ex ministro di Grazia e giustizia, Filippo Mancuso (Fi) che ha parlato di "una ingiustizia che resterà impunita", agli ex parlamentari Piero D'Andreamatteo ("Alla luce di questa sentenza si rifletta su quanto avvenuto in Italia e in particolare in Abruzzo e sui metodi usati per colpire la classe politica democraticamente eletta") e Anna Nenna D'Antonio ("Le nubi si sono diradate, ora è chiaro per tutti cos'è accaduto in Abruzzo"), all'ex assessore Giuseppe Benedetto: "Si è conclusa la più vergognosa vicenda di Mani pulite dal suo nascere. L'arresto di tutto un governo regionale fu il vero salto di qualità di quegli sciagurati anni. Chi pagherà lo scempio di giustizia che è stato perpetrato?".




Segui Angelo De Nicola su Facebook