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La Locandiera

Libretto di sala Teatro stabile d'Abruzzo stagione 2005-2006, novembre 2005




Che margini di manovra nell'allestimento consente un genio come Carlo Goldoni? E quali margini, ancor di più, consente un classico quale è la di lui più celebre commedia, "La locandiera"? La straordinaria modernità ed attualità di questa commedia, scritta nel 1752, ed incentrata sulla capacità (involontaria?) di Mirandolina, la locandiera del titolo appunto, di far innamorare di sè tutti gli ospiti della sua locanda (persino il burbero Cavaliere di Ripafratta, sbeffeggiatore dell'amore e delle sue debolezze, capitolerà rovinosamente di fronte all'abile e sottile seduzione ordita dalla protagonista) rappresentano uno scoglio difficile da affrontare. Persino per un maestro dell'innovazione come il regista Giancarlo Cobelli, uno che ha fatto delle originali intuizioni il suo modus operandi: non a caso il titolo del suo film del '68 "Fermate il mondo, voglio scendere", con uno straordinario Lando Buzzanca, è entrato nel lessico quotidiano.

E' una sfida tutta da gustare (e valutare), dunque, quella di dover fare i conti con la "blindatura" imposta dal Goldoni alla sua creatura più famosa. Una sorta di "camicia di forza", in cui la forza sta negli stereotipi sia di un personaggio (l'intraprendente quanto spregiudicata donna d'affari della nostra locandiera Mirandolina) ma anche di un conflitto tra classi sociali (borghesia e nobiltà) le cui ombre s'allungano fino all'oggi (mercanti nuovi ricchi e ricchi decaduti).

Profetico è stato lo stesso Goldoni quando, nella sua premessa alla Commedia ("L'autore a chi legge"), fin dall'incipit chiarisce subito, quasi prospetticamente rispetto a tutta la sua pur vasta produzione (oltre 150 opere): "Fra tutte le Commedie da me sinora composte, starei per dire essere questa la più morale, la più utile, la più istruttiva. Sembrerà ciò essere un paradosso a chi soltanto vorrà fermarsi a considerare il carattere della Locandiera, e dirà anzi non aver io dipinto altrove una donna più lusinghiera, più pericolosa di questa. Ma chi rifletterà al carattere e agli avvenimenti del Cavaliere, troverà un esempio vivissimo della presunzione avvilita, ed una scuola che insegna a fuggire i pericoli, per non soccombere alle cadute" (meglio precisare: ogni riferimento a "Cavalieri" dell'oggi è del tutto casuale e non voluto dall'autore...).

Non che il Goldoni si schieri con la locandiera-donna d'affari. No. Egli, nella sua premessa, la condanna: "Bastami che alcun mi sia grato della lezione che gli offerisco. Le donne che oneste sono, giubileranno anch'esse che si smentiscano codeste simulatrici, che disonorano il loro sesso, ed esse femmine lusinghiere arrossiranno in guardarmi, e non importa che mi dicano nell'incontrarmi: che tu sia maledetto!". Il Goldoni, anzi, pare dalla parte del Cavaliere di Ripafratta (degli uomini?) tanto che ritiene opportuno sottolineare: "Il pover'uomo conosce il pericolo, e lo vorrebbe fuggire, ma la femmina accorta con due lagrimette l'arresta, e con uno svenimento l'atterra, lo precipita, l'avvilisce. Pare impossibile, che in poche ore un uomo possa innamorarsi a tal segno: un uomo, aggiungasi, disprezzator delle donne, che mai ha seco loro trattato; ma appunto per questo più facilmente egli cade, perché sprezzandole senza conoscerle, e non sapendo quali sieno le arti loro, e dove fondino la speranza de' loro trionfi, ha creduto che bastar gli dovesse a difendersi la sua avversione, ed ha offerto il petto ignudo ai colpi dell'inimico".

La donna-nemico, appunto. Ma non è la "pericolosità sociale" della nostra Mirandolina la sola protagonista della Commedia, bensì anche il suo opposto: la debolezza del sesso forte. Un contrasto vecchio come il mondo e nello stesso tempo attualissimo. Concentriamoci, quindi, su questo "universo" femminile che Mirandolina incarna e su questa "jungla" maschile abitata dai vari Cavaliere di Ripafratta, dal marchese di Forlipopoli, dal conte Albafiorita e dal cameriere Fabrizio. Proprio quest'ultimo, alla fine, l'avrà vinta. Ma è una vittoria la sua? Davvero la sua corte languida e pressante alla datrice di lavoro non sottende il desiderio borghese di diventare egli stesso da servo a padrone della locanda? Chi vince e chi perde in questo mondo goldoniano? Vince o perde l'astuta Mirandolina che, apparentemente, riesce a sfruttare il marchese e il conte per tenerli in locanda e ricavarne un guadagno?

Si potrebbe rispondere con il Goldoni: "Sogliono coteste lusinghiere donne, quando vedono ne' loro lacci gli amanti, aspramente trattarli, ho voluto dar un esempio di questa barbara crudeltà, di questo ingiurioso disprezzo con cui si burlano dei miserabili che hanno vinti, per mettere in orrore la schiavitù che si procurano gli sciagurati, e rendere odioso il carattere delle incantatrici Sirene. La Scena dello stirare, allora quando la Locandiera si burla del Cavaliere che languisce, non muove gli animi a sdegno contro colei, che dopo averlo innamorato l'insulta? Oh bello specchio agli occhi della gioventù! Dio volesse che io medesimo cotale specchio avessi avuto per tempo, che non avrei veduto ridere del mio pianto qualche barbara Locandiera. Oh di quante Scene mi hanno provveduto le mie vicende medesime!...".
Angelo De Nicola





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