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![]() DA TRAGNONE A FIDEL CASTRO
1992-2003: gli eventi che sconvolsero L'Aquila PREMIO POLIDORO 2004 - "Caro Guido, ti sono piaciuti i tuoi funerali?"
Un capitolo del libro è stato dedicato a Guido Polidoro, prematuramente scomparso l'11 agosto del 2000. L'Autore ha utilizzato scritti privati, finora inediti, per meglio spiegare la figura di Guido Polidoro, dell'uomo e del giornalista.
11 agosto 2001, Santa Chiara Andavamo, così in silenzio, al funerale di uno di noi. Gigi Malandrino lo aveva stroncato un infarto, a 43 anni, mentre si godeva in piscina, in una bella giornata di quel caldo luglio del 1997, i suoi due bambini tanto desiderati. Malandrino, due anni prima, nei primi mesi del 1995, era stato paracadutato in Abruzzo come caporedattore dall'allora direttore del Messaggero, Giulio Anselmi, con l'obiettivo di rivoluzionare l'edizione abruzzese dopo l'ondata di prepensionamenti decisa nel 1994 dall'editore, la Montedison. Tutti i giornalisti che compivano 55 anni, e dunque all'apice della loro esperienza (ed il giornalismo, si sa, è un mestiere soprattutto di esperienza), venivano sbattuti fuori, "col giornale sotto il braccio a pisciare alla villa comunale" come si disse con volgare ma efficace brutalità.
Tra questi c'era anche Guido Polidoro, classe 1938, coordinatore dell'edizione Abruzzo di nome ma soprattutto di fatto visto che, in regione, era il punto di riferimento di molti colleghi e non solo di quelli del Messaggero. Con queste righe, "il Capo" come tutti lo chiamavano, salutò i colleghi il giorno fatidico:
Andando in auto al funerale del povero Gigi (soltanto dieci giorni prima ero stato ospite, nella sua casa-fattoria adagiata sulla campagna romana, di una delle sue proverbiali feste) a Palombara Sabina, di certo "il Capo" ripensava a quando il nuovo giovane caporedattore lo incontrò: "Come vedi, sono stati valorizzati i tuoi allievi- gli disse Malandrino con un tono sinceramente ossequioso- Paolo Mastri è il capo della redazione di Chieti, Luciano Tancredi di quella di Pescara e Angelo De Nicola di quella dell'Aquila. Dovresti andarne orgoglioso". Non lo disse, ma ne era orgoglioso. Eccome.
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Quel viaggio dei silenzi mi rivenne in mente tre anni dopo quando in auto, stavolta da solo, tornavo all'Aquila da Pescara per andare al funerale di Guido. Fu Totò De Leonardis, allora vicecaporedattore dell'edizione Abruzzo del Messaggero, a darmi la notizia mentre ero in bermuda sulla sdraio di uno stabilimento di Francavilla al Mare a godermi qualche giorno di ferie. Era un venerdì. L'11 agosto 2000. Sapevo che prima o poi sarebbe accaduto. Quel male non gli avrebbe lasciato scampo. Ma su quella sdraio rimasi di stucco. Se ne andava il Maestro. Il cane di un cieco. Il pozzo di quell'esperienza che non avevo e non ho tutt'oggi. "Troppo presto, perdio. Troppo presto" mi ripetevo.
Nemmeno il tempo di realizzare, che mi arriva un'altra telefonata sul cellulare. L'allora caporedattore del Messaggero Abruzzo, Paolo Traini, mi avvertiva che l'articolo di commemorazione l'avrei dovuto fare io. "Tocca a te. Ferie o non ferie". Non era certo per le ferie che cercai di sfangare quella enorme responsabilità. Non mi sentivo all'altezza. Io, l'ultimo degli allievi, dovevo scrivere il necrologio del Maestro? E cosa avrei potuto scrivere, io? E come? Già col cuore a lutto, mi piombava addosso anche un compito al di sopra delle mie capacità. Ma Traini fu irremovibile come, giustamente, lo sono i capi in situazioni difficili. Perciò, distrutto ed atterrito, mi recai nella redazione di Pescara per scrivere quello che è stato, e forse lo sarà per sempre, il più difficile articolo della mia vita. Davanti al computer riflettei a lungo. Poi mi convinsi che se avessi fatto parlare il cuore non solo avrei fatto una cosa dignitosa di fronte, soprattutto, ai tanti colleghi che amavano Guido, ma sarei anche stato, e quello contava di più, a posto con la coscienza. Ascoltai il cuore e scrissi:
"Tu non devi pensare: qui l'unico pagato per pensare sono io". Il tono era gentile ma la sostanza inequivocabile tanto da intimidirti davvero, a volte, i pensieri. Che oggi, confusi in un vuoto incolmabile, sono come narcotizzati.
Guido Polidoro era un Maestro. Di giornalismo e di vita. Quando sei anni fa, per le spietate ragioni del mercato, con un semplice fax fu collocato anticipatamente in pensione a 55 anni, "l'ultimo dei miei allievi" (come lui amava chiamare chi scrive, "promosso" dopo il primo incarico: andare a comprare le sigarette al Capo) gli inviò una lettera: "I maestri non vanno in pensione". La risposta fu inconfondibile in una missiva che, oggi, suona quasi come un testamento morale.
Guido era nato maestro, maestro di scuola elementare. E spesso, con ironia, ricordava la sua prima professione esercitata fino al 1961, quando, dopo l'esordio al Tempo di Chieti, entrò al Messaggero sempre nella redazione chietina. E da allora fu sempre "il Capo". Nelle redazioni di Avezzano, Rieti, Teramo e, quindi, alla fine degli anni Sessanta, all'Aquila dove venti anni dopo, nel 1987, fu promosso coordinatore regionale. Dal '92 affiancò Paolo Gambescia alla guida della redazione regionale di Pescara. Nel '94 il fulmine a ciel sereno per lui e per tutta la "vecchia" guardia: il prepensionamento. Sopportò in silenzio rimanendo comunque, fino all'ultimo, nella professione attiva. Professione cui ha offerto il suo impegno negli organi di tutela della categoria quale l'Ordine dei giornalisti abruzzesi ed il Gruppo stampa regionale di cui è stato fondatore e presidente.
Un maestro. Non a caso il suo maggior vanto (e come ci teneva!) era quello di "aver lasciato in eredità" una nidiata di pulcini ai quali, ormai, erano cresciute le ali. D'altra parte, sarebbe stato impossibile non mettere a frutto le sue lezioni quotidiane in una redazione trasformata spesso in salotto culturale per il costante pellegrinaggio di chi veniva a trovare "il Capo" per un consiglio, una "benedizione", una chiacchierata. Proverbiali le sue battaglie sulle colonne del giornale: storica è rimasta quella, sul fine degli anni Ottanta, contro la realizzazione del megaparcheggio di Collemaggio; dopo 13 anni, l'attivazione della struttura è ancora lontana. Spiccato era il suo senso della notizia. Enciclopedica la conoscenza del "suo" Abruzzo. Granitica la sua autorevolezza nel "Palazzo". Per i colleghi era una sicurezza: "Chiedi a Polidoro, lui di sicuro lo sa". E molti, anche quando è andato via, hanno continuato a chiedergli pareri e consigli.
Addio, Capo. So già che questo ricordo avrebbe subìto la scure della matita rossa e blu: "Ecco, come sempre, hai pensato troppo". Questo riuscii a scrivere. Il cuore mi aveva portato, in particolare, a quella lettera con la quale il Capo aveva risposto alla mia missiva dopo il suo prepensionamento. "I maestri non vanno mai in pensione" gli scrissi scusandomi di non usare la scrittura a mano ma quella, di cui proprio lui mi aveva sempre insegnato a diffidare, fredda del computer. Mi rispose con una lettera scritta, stavolta, al computer e non con la sua mitica macchina da scrivere, la "Olivetti" che noi in redazione chiamavamo "la ruspa" per il rumore assordante che Guido gli riusciva a tirar fuori, scrivendo a dieci dita articoli senza un refuso e senza bisogno di correzioni, pronti per essere digitati (come toccò moltissime volte anche a me) prima sulle telescriventi e poi, anni dopo, sui computer. Eccola quella lettera, su carta intestata del bisettimanale "AB", una sua sfida giornalistica che non ebbe la fortuna che avrebbe meritato: Ti dovevo una risposta: saldo questo debito di coscienza, formalmente, a poco meno di due anni di distanza. Il tempo non è passato invano. Anzi. Mi offre l'opportunità, come speravo, di considerare la mia risposta superflua o comunque di affidarla non a considerazioni etico- filosofiche ma a considerazioni di fatto. Come vedi, nel giornalismo- come e forse più che in altre professioni- l'applicazione, accompagnata da serietà e da umiltà, paga. Sacrificarsi è saggio. Perché comunque- e sottolineo comunque- tempra e dà spessore alla vita. Specie quando si è scelto di avere una vita che si realizza nel rapporto costante con la società (e naturalmente con la famiglia). Non si vive per sé e di sé, ma con sé e con gli altri. Non è facile. Ogni giorno ci sono da evitare insidie e trappole: talune "oggettive", altre disseminate da gelosie e invidie. C'è bisogno di un costante allenamento alla serenità, per esprimere (nel quotidiano) una capacità di analisi che favorisce profondità e tempestività di giudizio. C'è bisogno di un grosso lavoro e di assoluta disponibilità al sacrificio. Non è vero, come si usa dire, che bisogna aggirare la montagna se questa non è scalabile; si può evitare di prenderla di petto, come si può evitare di aggirarla (rassegnandosi): basta mettersi d'impegno a raggiungere la vetta per sentieri che l'avvolgano, passo dopo passo. La conquista della cima, per questi percorsi, forse non provoca esplosioni di gioia ma certamente rende la vittoria più vera, più propria, più genuina. E c'è di più: è sempre una vittoria di cui sentirsi padroni e non servi, utilizzandola nella concezione di vita con sé e con gli altri, non per sé e senza (se non "contro") gli altri. Ma ora basta. Se no dò ragione a chi sostiene che tra me e mio fratello (il parroco!) c'è stato uno scambio di professioni... Ti faccio gli auguri più affettuosi. Consentimi solo di ricordarti che non si è "Capi" per decreto o ordini di servizio. Come vedi, ho scritto col computer. Per non farti faticare a leggermi. Non credere però che abbia scritto... di getto. Non a caso sono passati quasi due anni, per la risposta. Erano cose che avrei potuto dirti anche a pochi giorni dall'arrivo della tua lettera ma avevo il timore di fare puro esercizio di retorica. Accompagno questa lettera con un modesto oggetto (non l'ho visto: ho incaricato Sara di acquistarlo, con fretta, il giorno prima della data che avevamo concordato per stare insieme a pranzo. Spero che sia all'altezza del messaggio). Ho scelto di offrirti un vecchio pennino con la relativa asta. Perché? Semplice: diffida del computer. Almeno su alcuni temi. I "Capi" non possono e non devono permettersi di far commenti e-o considerazioni senza aver prima pensato. Il pennino aiuta a riflettere; il computer non permette pause. Per quanto possibile, ricordatelo. Scusa della chiacchierata, ciao e buon lavoro P.S. Lascia perdere gli incontri a tavola programmati. Ci incontriamo (e spero continueremo a incontrarci) giorno per giorno attraverso il lavoro. Al ruolo del Maestro preferisco quello del compagno di strada. Se mi servirà una mano te la chiederò, con rispetto e con lealtà; se ti serve una mano puoi chiedermela: l'accoglierò con identici sentimenti. (4) Tornando all'Aquila, l'indomani, per i funerali, i pensieri ed i ricordi mi si accavallavano. Nella chiesa di San Silvestro, stracolma di gente nonostante il periodo feriale, Padre Lorenzo Polidoro, il fratello di Guido, durante la toccante omelia citò alcuni passi del mio articolo sostenendo che l'autore aveva toccato i tasti giusti della personalità del defunto. Per me fu una liberazione (anche per le lacrime). Potevo tornare al mio dolore senza preoccupazioni aggiuntive. Un dolore che era di tutti i colleghi. Scrisse Gianni Giovannetti che, per anni, era stato il suo vice: Mi ricordo di Guido Polidoro, come in una fotografia che non ingiallisce mai ed è destinata a rimanere quella, la sigaretta sempre accesa tra le labbra e i suoi occhi azzurrissimi. Ecco, questi erano i suoi estremi: la rudezza taciturna e che sapeva di fumo di un Jean Gabin (un po' ci assomigliava), e la mitezza di quello sguardo azzurro da bambino. Il nostro incontro, agli inizi, non fu per niente facile. Il suo lavoro era tutto e per questo, come ogni innamorato geloso, era possessivo, accentratore, esclusivo. Radunava a sé tutte le energie e le risorse che appartengono a questo mestiere: quelle che ci infili dentro, ogni giorno, e quelle che ti restituisce filtrate, a volte perfino sublimate, attraverso la realtà che racconta. "Un mestiere per il quale- diceva spesso- sacrificarsi è saggio" e lui, quel mestiere, ce l'aveva nelle vene. Dunque non era facile rubare e condividere quei pezzetti d'amore che Guido voleva tutto per sé. Non era banale egoismo il suo. Era dedizione, cura, un accanimento vitale. Appunto era dono di sacrificio. Il giornale era la sua casa, la sua famiglia, gli affetti, le ambizioni, il potere. Marco, Robert, Sara, i figli amatissimi di Guido, un po' sono cresciuti in quelle stanze di redazione impregnate di fumo e di notizie a piazza Palazzo e poi alla Fontana Luminosa. Lui che non c'era mai, i figli se li godeva così. E in quei momenti, con loro che ticchettavano con frastuono sui tasti delle macchine da scrivere, Guido Polidoro finalmente sorrideva. Sì, poi anche il potere. Due cose Guido Polidoro amava più di ogni altra: la politica e la cronaca. Oggi sembra un nonsenso accostare la cronaca alla politica, quando i nostri giornali grondano retroscena e commenti e la cronaca, appunto, appare sempre più un esercizio secondario. Polidoro, invece, in questo era un maestro straordinario: lui faceva cronaca e quella cronaca era "la politica". Non v'era chi potesse lamentarsi o protestare, perché lì c'erano i fatti, messi insieme in un'architettura sempre perfetta e perdipiù chiara, semplice, persino definitiva. Ed ecco il suo "potere": nessuno sapeva fare meglio e tutti potevano imparare, politici e giornalisti compresi. Lui lo sapeva, e così diventavano più densi e appaganti gli sbuffi di fumo delle sue sigarette. Caro Guido-Jean Gabin, ci mancherai. Ci mancherà quella cascata rumorosa e veloce dei tasti della tua macchina da scrivere sui fogli di carta che presto si riempivano, ogni sera, delle idee e dei pensieri che fanno un giornale. Ci mancheranno i tuoi consigli in un mondo del giornalismo che non è più scuola, non è più palestra. Ci mancherà il tuo sorriso malizioso, le tue verità dette senza troppi complimenti ai potenti, le tue battaglie per chi il potere non ce l'ha. Ci mancherai tu. (5) Scrissero, in una "Lettera aperta a Guido Polidoro", i colleghi Maria Pia Renzetti e Luigi Marra:
Caro Guido, ti sono piaciuti i tuoi funerali? Noi faremmo salti di gioia se ai nostri potessimo avere tanti amici che tu, dal Regno dei Giusti, hai almeno potuto contare, mentre noi non abbiamo fatto in tempo. Stai sorridendo, e dai tuoi occhi brilla la più grande soddisfazione perché, come noi, hai notato che non c'era "L'Aquila ufficiale", non c'era la "Regione fantasma" né la "Provincia provinciale", non c'erano i tanti Enti né i parlamentari. Insomma non c'erano le Istituzioni e gli uomini che tu, da collega veramente libero, hai sempre difeso per quello che rappresentavano in un contesto democratico e nello stesso tempo criticato negli errori. Hanno ricordato solo le critiche, e non aggiungiamo altro.
Certo, abbiamo visto Cecco Peppe, Federico, Luciano (6) ed anche altri legati alle istituzioni, ma non li contiamo perché, come noi, erano nella chiesa di San Silvestro per amicizia e rappresentavano, in quel momento, solo il dolore che avevano nel cuore. E dagli con quel sorriso e lo sbuffo dell'eterna sigaretta! Da noi due ti aspettavi forse il discorsetto di circostanza? Alla nostra età, che poi è anche la tua, non si cambia, e se il pane si chiama pane perché dargli della ricotta? Lo vediamo che stai scoppiando di soddisfazione nel leggere il pezzo del tuo allievo Angelo, ma non dimenticare che il "ragazzino capo-redattore" lo abbiamo battezzato prima noi, e quindi anche noi scoppiamo di soddisfazione. Forse, per non mandarla a dire, ci saremmo aspettati anche qualche riga ufficiale dal tuo ex giornale, ma l'assenza non ci sorprende ed anzi, come te, non l'avremmo gradita, se non proveniente dal cuore.
Per parlare di cose serie, hai contato quanti colleghi erano presenti e tutti con i lacrimoni agli occhi? Dai giovincelli ai "capi" per antonomasia c'erano quasi tutti, e quelli che non c'erano stavano lavorando con il pensiero rivolto a te, ai tuoi insegnamenti, alla tua amicizia sempre pronta a dare e che nulla chiedeva in cambio. Hai seminato bene, dobbiamo riconoscerlo, ed il seme, fortunatamente, è caduto in buone zolle. Smettila, per un attimo, di fare il sornione, ed abbracciaci come noi ti abbracciamo con tanto affetto e tanta nostalgia.
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Dal "ricordo" di Guido Polidoro fatto stampare dalla famiglia in occasione del primo anniversario della morte:
(1) Lettera ai colleghi del Messaggero, 28 febbraio 1994 (torna all'articolo) (2) Lo stralcio viene omesso poiché la lettera è pubblicata integralmente (torna all'articolo) (3) Il Messaggero, Cronaca d'Abruzzo, 11 agosto 2000 (torna all'articolo) (4) Lettera di Guido Polidoro, gennaio 1996 (torna all'articolo) (5) Il Messaggero, Cronaca dell'Aquila, 13 agosto 2000 (torna all'articolo) (6) Il riferimento è a Francesco "Cecco Peppe" Aloisio, Federico Brini e Luciano Fabiani (torna all'articolo) (7) Ibidem (torna all'articolo) (8) Scritto autografo di Guido Polidoro, 1961 (torna all'articolo) DA TRAGNONE A FIDEL CASTRO: indice | prefazione | incipit | galleria | nomi citati | presentazioni | recensioni
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