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da Tragnone a Fidel Castro1992-2003: gli eventi che sconvolsero L'AquilaUn libro di Angelo De Nicola
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2003 - CONFESSIONI DI UN IMPOLITICO25 gennaio 2003, Conversione di San Paolo ![]() Una bambina di sette anni, Cristina Capoccitti, scomparsa ieri dalla sua abitazione nei pressi di Balsorano, è stata ritrovata morta questa mattina poco dopo le 7 dai carabinieri. Secondo i risultati delle prime indagini, la bambina sarebbe morta a causa delle violenze subite. Il cadavere, scoperto da un'unità cinofila, era in fondo ad una scarpata in campagna. (1) Non c'erano ancora i cellulari. Non riuscii a rintracciare nessuno (sembra un fatto della preistoria) se non l'allora caporedattore del servizio "Regioni" della redazione centrale del Messaggero, a Roma, Lanfranco Rossi. "Mi sembra grossa. Io parto. Sono già le 10" gli dissi nella considerazione che ci sarebbero volute quasi due ore d'auto per arrivare a Balsorano (non c'era nemmeno la superstrada del Liri) e mai immaginando che mi infilavo nel tunnel di una vicenda lunga tredici anni che avrebbe segnato la mia vita, non solo professionale. Sulla fotocopia del dispaccio dell'agenzia, che lasciai sulla scrivania del Capo, scrissi: "Sto andando. Mi faccio sentire al più presto possibile". Quasi tredici anni dopo, il 25 gennaio 2003, tornavo sul luogo del delitto per i funerali di Michele Perruzza, "il mostro di Balsorano" morto d'infarto in carcere gridando la sua innocenza. "Guardate, ci sono ancora le scritte contro Michele e soprattutto contro sua moglie" dissi, fermando l'auto davanti ad un muro di contenimento lungo la strada, ai miei due compagni di viaggio, il fotoreporter Renato Vitturini e la collega Alessandra Cococcetta. A quest'ultima fui io che chiesi, chissà poi perché, se le andava di accompagnarmi. Non se lo fece ripetere due volte. Finì per prendersi il cinico sberleffo di qualche collega ("Ecco quella dei funerali!") ma in compenso poté prendere parte a quella che da molti è stata definita come "la più incredibile delle conclusioni di una tragedia greca che nessun drammaturgo avrebbe potuto inventare". Sul sagrato della piccola chiesetta della frazione di Ridotti, la stessa in cui era stato dato l'addio alla minuscola bara bianca della piccola Cristina, trovai lui, "don Attilio". Senza scambiarci una parola, mi prese sotto braccio e ci mettemmo a passeggiare. Sotto e sopra, sotto e sopra lungo il perimetro del sagrato. In silenzio. Entrambi, forse, ripensavamo a quella "spensierata" serata che, nell'aprile del 1991, passammo insieme in quel caratteristico ristorante che, per un troppo breve periodo, l'ex assessore comunale Carlo Iannini ed i suoi figli avevano aperto nel centro storico dell'Aquila. L'avvocato Attilio Cecchini mi aveva fatto l'onore di chiedermi un incontro. Doveva, infatti, decidere se accettare o meno la difesa nello scabroso caso del "mostro di Balsorano" già condannato in primo grado all'ergastolo per l'omicidio della nipotina di 7 anni. Poiché l'avvocato aveva letto sul giornale i miei servizi sulla vicenda, "ed in considerazione- mi disse- della profonda stima che nutro per te", voleva farsi un'idea complessiva della vicenda nei suoi particolari e, soprattutto, nei suoi retroscena. Fu una lunghissima chiacchierata culminata, come nelle scene madri che si rispettino, tra i fumi di un profumato "Habana" ed i sorsi di un ottimo whisky di torba tirati fuori da Iannini nelle vesti di impeccabile maître. Rivelerà pubblicamente Cecchini, nel corso della presentazione del mio libro sul caso Perruzza, il 18 giugno 2003, che fu proprio quell'incontro a fargli decidere, definitivamente, di accettare la difesa del muratore di Balsorano. Una vicenda che rappresenterà tutto per "don Attilio", come dimostrerà quella sua mano tremante sulla bara di Michele, al termine delle esequie, quando in lacrime dirà: "Sulla tua tomba vorrei scrivere: Michele Perruzza ergastolano innocente, simbolo di una giustizia ingiusta". (2) Una vicenda che è una sorta di sintesi della vita di Cecchini, la cui esistenza è stata sempre dalla parte del diritto. E dei deboli. Così mi rispose l'avvocato Cecchini in un'intervista nel febbraio del 1998, quando il Tribunale di Sulmona riapre il "caso Perruzza" che sembra destinato a subire il "processo di revisione", poi negato nel 2001 dalla Corte d'Appello di Campobasso: "Il sistema deve avere il coraggio di ammettere l'errore giudiziario che, d'altra parte, è connaturato al processo penale che è un procedimento lungo, fatto dagli uomini che, appunto, sbagliano. Michele Perruzza, un innocente condannato all'ergastolo, non chiede vendette. Chiede che la giustizia, dal suo interno, ammettendo l'errore, faccia giustizia". L'avvocato Attilio Cecchini, leader del collegio difensivo che assiste (gratis ed autotassandosi) "il mostro", scandisce le parole con gli occhi socchiusi seduto sulla poltrona del salotto della sua casa nel centro dell'Aquila dove sta lottando contro l'influenza. Strano destino il suo. Da giovane, in Venezuela, combatté, come giornalista, per difendere gli oppressi. Oggi, al culmine di una carriera di avvocato che gli ha garantito il titolo di "maestro", combatte per difendere dall'ergastolo un muratore di Balsorano: "Salvare Perruzza ormai è la sua vita" dicono di lui i colleghi e gli amici.
Domanda. Avvocato, davvero il caso Perruzza è diventata la sua vita?
D. Lei dice di essere sicuro dell'innocenza del muratore. Quando se ne è convinto?
D. Perché?
D. S'era, dunque, convinto della innocenza di Perruzza?
D. Lo snodo?
D. Sì, ma quando s'è convinto dell'innocenza di Michele?
D. Una semplice frase per convincerla. Un po' poco...
D. Di fronte a questo coerente atteggiamento di Michele, come si spiega lei questo accanimento contro di lui? Come si spiega lei i fuochi d'artificio nel suo paese, a Case Castella di Balsorano, dopo la condanna all'ergastolo in primo grado?
D. È troppo tardi per "oggettivare" la vicenda?
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L'irriducibile voglia di verità e di giustizia. Caratteristiche del Dna di "don Attilio" che avevano fatto colpo anche su Gabriel García Márquez. Il grande scrittore sudamericano conobbe Cecchini a Caracas in Venezuela dove il giovanissimo avvocato era emigrato negli anni Cinquanta insieme con il suo amico e concittadino Gaetano Bafile (che, poi, a Caracas ci è rimasto) per fondare il giornale "La Voce d'Italia", un battagliero foglio che si schierò sempre a difesa dei diritti dei bistrattati emigranti italiani. Correndo enormi pericoli, sotto la dittatura di Marcos Perez Jimenez, i due portano avanti rilevanti battaglie civili. Tra le tante anche un'inchiesta giornalistica sulla misteriosa sparizione ("se desaparece") di sette italiani, sette siciliani. "Questi occhi videro sette siciliani morti" s'intitola il capitolo del libro "Un giornalista felice e sconosciuto" (4) di García Márquez nel quale il futuro premio Nobel per la letteratura (1982) raccolse i primi scritti, soprattutto di giornalista in giro per il Sud America. Scrive García Márquez: Nell'angusto e disordinato ufficio che in quel tempo serviva da redazione, direzione ed amministrazione a "La Voce d'Italia", uno dei giornali in lingua italiana che escono a Caracas, il direttore Attilio M. Cecchini, un giornalista che sembra piuttosto, grazie al suo fisico, un rubacuori del cinema italiano, prese a cura personalmente la misteriosa scomparsa dei suoi sette compatrioti. Dopo una riunione non ufficiale col suo capo di redazione, Gaetano Bafile, decise di indagare a fondo per conto del giornale e senza ricorrere alla polizia, finché non avesse scoperto la verità. Con l'ostinato e minuzioso metodo del giornalista italiano, che è capace di montare un tremendo scandalo partendo da un cadavere modesto come quello di Wilma Montesi, ma che in ogni caso riesce ad arrivare sempre prima dei detectives al nodo del problema, Bafile dedicò parecchie settimane a seguire, passo passo, le ultime piste percorse a Caracas dai sette compatrioti scomparsi. Ma nel 1955, con la città controllata dai 5.000 occhi di Pedro Estrada, le conclusioni a cui giunse il giornalista erano un biglietto senza ritorno verso la morte. Un funzionario di polizia, che si accorse dei progressi di Bafile nelle indagini, lo prevenne cordialmente: "Non cammini sulla dinamite". (5) In quella Caracas, Cecchini mise a repentaglio la vita inseguendo strenuamente la difesa degli oppressi. E rischiò tantissimo anche per le sue corrispondenze scritte, sotto tre pseudonimi (Giuseppe C. Menotti, Antonio Rios e Diego Solerti), per l'allora popolarissimo ed autorevole quotidiano italiano "Paese sera" (diretto all'epoca da Fausto Coen) che seguiva con puntualità e precisione anche i fatti del Sud America e del Venezuela, soprattutto in relazione ai risvolti di questi in Italia. Un giorno, in un ricevimento dell'ambasciata italiana a Caracas nella quale Cecchini e Bafile erano diventati di casa, l'ambasciatore Renato Bova Scoppa disse cordialmente a "don Attilio": "Se lei, per caso, conosce quel Menotti, gli dica di stare molto attento". Quelle infuocate corrispondenze dall'America Latina piacquero così tanto a "Paese sera" che, una volta tornato in Italia nel 1960, a Cecchini venne pressantemente offerto di lavorare, a tempo pieno, come giornalista in quel prestigioso quotidiano. Ma Cecchini tornò al suo primo amore, l'avvocatura. Di certo dovette avere un qualche peso nella sua scelta anche il fatto che, quando tornò definitivamente in patria, "don Attilio" presentò per la pubblicazione alcuni reportage sui principali paesi sudamericani che aveva visitati nell'ultimo viaggio prima di imbarcarsi avventurosamente dalla Giamaica dopo che da Cuba gli americani gli avevano rifiutato il visto per gli Stati Uniti in quanto persona "indesiderata" essendo stato egli un aperto sostenitore della rivoluzione castrista. Peraltro Cecchini "sfiorò" l'intervista a Fidel Castro: la brusca partenza, accelerata forse anche per evitare ulteriori guai, gli fece perdere l'appuntamento già fissato col "lider maximo". Non si fece, invece, sfuggire l'intervista con Juan Domingo Peron durante l'esilio di questi in Venezuela prima di riprendere il potere in Argentina. Ebbene, presentati i cinque lunghi articoli di un reportage intitolato "Un raid nel Mar dei Caraibi", la direzione di "Paese sera" gli frappose alcuni tagli e "limature", soprattutto lì dove Cecchini si dimostrava critico con la politica, cosiddetta della "Nuova frontiera", di John F. Kennedy nei confronti dell'America Latina. Una politica che, invece, in Italia stava in quegli anni suscitando entusiasmi soprattutto nel Pci. Cecchini si riprese, sdegnato, quei cinque reportage scritti a macchina su carta povera che non ebbero la fortuna di essere pubblicati. Ecco quello su Cuba: L'AVANA, febbraio- A "Rancho Boyeros" si atterra tra le palme, verticali e vibranti come corde di chitarra, come le mulatte di Camaguey nei versi di Nicolàs Guillèn. Una grande scritta annuncia: "Cuba Territorio Libre de America". E' la prima di mille altre consegne che, sparse dovunque, rivelano la integrale mobilitazione dell'isola in difesa della sua Rivoluzione. Una mobilitazione che non ha perso nulla in mordente, a distanza di due anni dalla ingloriosa fuga di Fulgencio Batista. L'andatura di questi ottocento giorni è stata tale da spezzare la tempra di chiunque; ciò che si è fatto in tanto breve periodo ha dell'incredibile. Soltanto l'abitudine al transfert del patimento nel ballo e nel canto, tanto congeniale al popolo cubano, la sua disinvoltura, la sua tropicale ebbrezza spinta all'estenuazione ed allo stordimento, l'estro, lo slancio ed insieme la esasperante carica di "souplesse" di cui è capace, hanno evidentemente reso possibile il miracolo di questi ottocento giorni. A vederli, per intere notti di "pachanga", modulare i fianchi, le "sonoras caderas" come dice il poeta negro, in morbide e lunghissime danze o immedesimarsi in canti che ripetono all'infinito lo stesso motivo e le stesse parole, si intuisce subito che la Rivoluzione è un fatto al quale partecipano con uguale diritto la Sierra Maestra e Perez Prado, il Tropicana e Fidel Castro Ruz, maracas e bombe a mano. La Rivoluzione è una temperie di politica, sport e kermesse insieme; è una coniugazione di piazza, arena e trincea, che ne costituisce la sintassi segreta. Diversamente non si spiegherebbe il sensazionale successo dei primi due anni del regime verdeoliva, a novanta miglia dalle coste dell'impero yankee, e per di più accerchiato da nemici implacabili quali sono i governi del Venezuela, della Colombia e dell'America caraibica. La tattica castrista ha adottato come arma il contrattacco, fulmineo sempre, infallibile. Nel duello con gli Usa, Cuba ha segnato in contropiede, assicurandosi una serie di "innings" spettacolari ed entusiasmanti. L'isola oggi è Fidel; e Fidel è passione, tifo, "fiesta". Ognuno conversando o discutendo si riferisce a lui con un "Fidel ha detto". Circola un'aria di simpatia, fiducia, partecipazione nei confronti della cosa pubblica e della nuova maniera di amministrarla, da neutralizzare ogni dubbio sul fatto che la Rivoluzione possa essere una realtà di tutta Cuba, una situazione totale. Fuori dell'isola sarebbe forse impossibile capire un Fidel Castro che parla, improvvisando, per ore ed ore, sul video o dalla tribuna; sarebbe impossibile capire un milione di contadini che invade l'Avana simbolicamente armato di "machete" bivaccando fin nei giardini del Campidoglio, o un milione di abaneri che si dà appuntamento sulla Sierra Maestra per festeggiare la ricorrenza del 26 luglio. Sono queste le premesse e le condizioni dei colpi di maglio che il popolo ha assestato l'uno dopo l'altro alla struttura economico- sociale di Cuba: la nazionalizzazione delle tre raffinerie anglo- americano- olandesi; l'espropriazione dei feudi stranieri, industriali e commerciali, comprese le banche; la Riforma Agraria; la Riforma Urbana. Quattro stadi fondamentali nel processo rivoluzionario dell'isola, altrettanti interventi chirurgici che ne hanno riattivato le funzioni essenziali e che consentiranno al paese di svilupparsi in senso progressista e moderno. Fidel Castro lo ha solennemente annunciato: oggi comincia la seconda tappa della Rivoluzione. Una tappa più lenta e meditata, nel corso della quale le decisioni non verranno imposte dalla necessità urgente di fare presto, di stroncare le possibilità di recupero delle forze sconfitte e di consolidare la vittoria. Una tappa che servirà a correggere i possibili errori, motivati dalla reazione dell'imperialismo ferito, e riparare inevitabili torti, ma soprattutto a costruire la patria di domani. Ecco la consegna del leader all'alba del 1961. Cuba non dovrà contare un disoccupato o un analfabeta nel giro del prossimo biennio. La riforma agraria verrà portata a termine attraverso la ripartizione dei latifondi e la intensificazione della cooperazione rurale. Sull'impero della "United Fruit", che dominava mille chilometri quadrati di suolo cubano, è stata collocata una pietra tombale. Se ieri l'uno per cento dei proprietari possedeva esattamente la metà dell'isola mentre una decima parte era ripartita tra il settanta per cento di essi; simile mortificante ingiustizia sarà presto sanata. Mezzo milione di famiglie sono finora vissute in stamberghe e "bohios", miserande capanne di legno e paglia, consentendo che della crisi degli alloggi beneficiasse un pugno di signori. Ai soli Sarrà appartenevano dodicimila appartamenti. La Rivoluzione con un colpo di spugna ha cancellato questa vergogna. Per conto dei proprietari espropriati, da oggi lo Stato riscuoterà gli affitti e li girerà a ciascuno di loro fino ad un massimo di seicento dollari mensili e per un periodo di anni fissato dalla legge sulla base dell'anzianità di costruzione di ogni singolo immobile. Dopo di che l'inquilino cesserà di corrispondere il canone, in quanto viene già considerato proprietario a riscatto della casa che abita. A tutto ciò si aggiunga il proposito del governo di accelerare la industrializzazione dell'isola. Da tempo i monopoli stranieri hanno fatto le valige. Kennedy non può non prenderne atto. Le classi privilegiate battono ormai in ritirata. Le ultime loro resistenze si annidano negli istituti privati del Vedado e negli ermetici club lungo il Malecòn, ove cresceva una gioventù dorata e dove si insegnava razzismo "criollo" e si praticavano il disprezzo per la gente di colore, il culto del dollaro e l'hobby di mettere al guinzaglio "muchachas bonitas". Fu Josè Martì, il martire dell'indipendenza cubana, dalla tempra guerriera d'un Garibaldi e dal fervore apostolico d'un Mazzini, a dire: "Urge molto eroismo per riscattare molto crimine. Ove si è stati assai vili, bisogna diventare assai grandi. I popoli vivono unicamente nell'impeto eroico". Mi torna alla mente il vaticinio di Martì, al quale Cuba sta facendo onore, in volo sul teatro della leggendaria guerriglia. Proprio così, questo aspro nodo montagnoso non è soltanto la Sierra Maestra; esso è diventata la spina dorsale d'America. (6)
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Cecchini, dunque, ritorna all'Aquila. Per fare l'avvocato. Ritorna perché "don Attilio" aveva cominciato giovanissimo (dopo essersi laureato a 22 anni presso l'Università di Roma) l'attività forense aprendo un suo studio dopo la pratica in quello del grande penalista Carlo Rossi, padre di colui che sarà poi uno dei suoi allievi, Stefano. E Cecchini non aveva mancato di farsi subito notare nel foro aquilano. Come quando presentò un ricorso in Cassazione sul quale si levarono parecchie voci e critiche sull'"ardire di uno sbarbatello". L'avvocato Angelo Colagrande Sr., mostro sacro del foro cittadino in quegli anni all'apice del prestigio, gli chiese copia di quel ricorso. Dopo qualche giorno gli rispose con un biglietto: Caro Cecchini, ho letto il ricorso; e mi compiaccio vivamente con lei, tanto per la precisione dei concetti giuridici, quanto per la tecnica dell'esposizione. Se non fosse per quella libertà di formulazione dei principi, che per un ricorso redatto da un giovanissimo come lei, è un indiscutibile pregio, direi che è redatto da un vecchio "cassazionista". Bravo! Mi abbia, con sentita cordialità. (7) Cotanta "benedizione" ebbe l'effetto di azzittire tutte le voci nel foro.
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Domanda. Dunque, con la concreta prospettiva di una bella carriera, espressione di famiglia borghese benestante, inserito nella vita pubblica cittadina come segretario dei Giovani liberali, perché il già avvocato Attilio Cecchini, classe 1925, emigra in Venezuela, a 25 anni?
D. E la cercò nel Venezuela del dittatore Jimenez...
D. Il suo sogno si chiamava "La Voce d'Italia"...
D. Il Venezuela era, quindi, un falso Eldorado per gli emigranti italiani?
D. Di questi sentimenti erano impregnate anche le corrispondenze di Giuseppe C. Menotti, Antonio Rios e Diego Solerti...
D. Un sogno, fu per lei, anche la rivoluzione di Fidel Castro?
D. Nel 1958 cade il regime di Jemenez...
D. Nel 1960 lei decide di rientrare in Italia. E' finito il sogno?
D. Si ricomincia da capo. Riapre lo studio legale Cecchini...
D. L'avvocato Cecchini, nel frattempo, diventa "don Attilio". E diventa anche il personaggio-chiave di quest'ultimo decennio che ha sconvolto L'Aquila. E' l'avvocato che ha smontato il "teorema Tragnone" nello Scandalo Pop; è l'"uomo nuovo" che nel 1994 si candida a sindaco (e perde) nel dopo rivoluzione di "Mani pulite" contro il comunista Antonio Centi; è il "padre" professionale dell'attuale sindaco-avvocato Biagio Tempesta nonché il difensore di quest'ultimo nel processo per l'impianto dei rifiuti; è l'avvocato che entra in guerra col "Palazzo" per difendere un principio, l'innocenza di un "povero cristiano di nome Michele Perruzza". Cominciamo dallo Scandalo Pop.
D. Ma l'allora Procuratore generale Bruno Tarquini ha sostenuto (8) che la Giunta Salini è stata assolta perché nel frattempo era cambiata la legge...
D. Assolti per la giustizia, ma condannati dall'opinione pubblica...
D. La caduta, dunque, di un "regime"...
D. Un regime del quale, però, lei è stato un avvocato difensore…
D. Poi le arrivò una proposta di segno opposto. Come mai? Uomo nuovo o buono per tutte le stagioni e le casacche?
D. Quale intuizione?
D. Dunque, vinse il comunista Centi… (11)
D. Ovvero?
D. Parliamone
D. Pare facile trovare una ricetta...
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Aquilanità. Così l'avvocato Cecchini ne scrisse, già nel 1972, in un saggio dal titolo "La città e la sua gente": Se la forza storica e la suggestione di una città sono anche legate al mito delle sue origini, hanno ragione gli aquilani quando si rifiutano di dissacrare la leggenda, secondo cui la loro "polis" scaturì dalla incastellazione delle novantanove genti dell'immediato contado, attorno alla metà del XIII secolo, sulla collina ancor oggi coronata dalle medioevali mura urbiche. E cosi il "99" è divenuto la cifra cabalistica dell'Aquila, il suo simbolo pitagorico: novantanove piazze e chiese, novantanove bocche della Fontana della Rivera, novantanove rintocchi vespertini dalla Torre di Palazzo. Da allora una vicenda singolare di oltre settecento anni ha dato alla città una impronta precisa, un volto assolutamente originale, un carattere irripetibile: "castigliana" nella natura e nell'anima, severa e scorbutica, insofferente e sdegnosa. L'"aquilanità" è una sostanza personale, è una temperie morale e civile, fatta di orgoglio, di fierezza, di scarse parole secche e pungenti, di icastico vernacolo, di dignitosa gentilezza e di nobiltà. In un mondo entro cui il "particolare" sembra irrimediabilmente fare naufragio nel più anodino "generale", L'Aquila- "Immota Manet", come ammonisce il suo stemma- resta un'isola ancorata allo spirito medioevale, comunitario e individualista, turbolento, fazioso, mistico e libertario, pragmatico, baronale e democratico insieme. Sono questi i tratti che ispirano la costante delle sue vicissitudini storiche. Angioina e sveva, guelfa e ghibellina. "Era la città dell'Aquila in modo sottoposta al regno di Napoli, che quasi libera viveva", lo ha scritto Niccolò Machiavelli (Istorie Fiorentine, Libro VIII). E gliene rende vivacissima testimonianza quell'Alonzo de Contreras, incaricato nel febbraio del 1632 dal Viceré di punire "la città di Aquila, che è tra le maggiori del regno, perché i suoi abitanti avevano mancato di rispetto al Vescovo". "Questa città- annota il capitano di ventura spagnolo- è cosi disobbediente, per trovarsi ai confini del territorio di Roma, che quasi non riconosce il Re" (Alonzo de Contreras, Le Avventure del Capitano, Ediz. Longanesi 1968). Il re, dunque, "disegnava ridurre L'Aquila interamente all'ubbidienza", prosegue il Segretario Fiorentino, e cominciò con l'imprigionare l'aquilano Conte di Montorio. "Questa cosa come fu nota all'Aquila- narra il Machiavelli- alterò tutta quella città, e prese popolarmente l'arme, fu morto Antonio Cencinello commissario del re, e con quello alcuni cittadini, i quali erano conosciuti a quella maestà partigiani". È il celebre episodio della "Congiura dei Baroni" (1468) che rischiò di sconvolgere il difficile equilibrio politico della penisola, di cui s'era fatto ago ed arbitro Lorenzo il Magnifico. E forse ancor più significativo è l'altrettanto celebre topico della lotta tra bracceschi e aquilani. Braccio da Montone intendeva insignorirsi della città e forse del regno, "e se non era rotto e morto all'Aquila, gli riusciva" commenta sempre Niccolò Machiavelli (Dell'Arte della Guerra, Libro Primo). Venne Braccio all'Aquila forte dell'appoggio di Nicolò Piccinino, Malatesta Baglioni, il Gattamelata, il Conte Brandolino. Entro le mura Antonuccio Camponeschi arma i cittadini, ed attende l'arrivo dell'alleato Jacopo Caldora. Con l'animoso abruzzese di Castel di Sangro erano Francesco, e Ludovico Sforza, il Conte Acquaviva, Ludovico Colonna e Francesco Caracciolo. In capo ad un anno di duro assedio, finalmente lo scontro in campo aperto. "Quando vide gli uomini di Caldora schierati alle spalle dei bracceschi nella piana dell'Aterno, Antonuccio fece un'irresistibile sortita coi suoi aquilani. I bracceschi, presi tra i due eserciti, subirono una irreparabile sconfitta. Braccio cadde da prode sul campo il 12 giugno 1424". Così scrive Panfilo Gentile, e commenta: "Questa battaglia fu una vera parata di condottieri; vi trovarono gloria tutti i più celebri capitani dell'epoca". Ma più importante è annotare che con la morte di Braccio s'infransero contro le mura aquilane i deliri di conquista e di potenza delle "Compagnie di ventura", protagoniste di un esaltante capitolo della storia d'Italia. Di simili avvenimenti è intessuta la vicenda civile dell'Aquila, popolo "bravo" si direbbe in spagnolo, animoso e passionale. Memorabili restano le guerre intestine tra le famiglie dei Camponeschi, dei Pretatti, dei Roiani, dei Gaglioffi, che tanto imparentano L'Aquila a Firenze, sicché, se Curzio Malaparte le avesse conosciute, non avrebbe esitato ad associarci, al pari degli umbri, alla "nazione toscana". Così pure sono consegnate alla storia le figure dei signori aquilani di statura rinascimentale, tra cui primeggia un Lalle Camponeschi, che il pugnale spense nel 1354 al colmo della fortuna, vezzeggiato da monarchi e incontrastato dominatore di mezzo reame. Questo cipiglio, tanta arditezza e facinorosità, se si vuole, alimentano le numerose "spedizioni punitive" contro Leonessa, Cittaducale, Rieti, Amatrice, Montereale, Pendenza, Antrodoco, condotte dalle schiere aquilane per rappresaglia o sopraffazione. "Ad reprimendam audaciam aquilanorum" Carlo V impose a loro spese la edificazione di quel capolavoro di architettura militare che è la fortezza spagnola. E tali connotati caratterizzano ogni manifestazione della vita cittadina. Si tramanda, ad esempio, che L'Aquila sia stata la "plaza de toros" più famosa e più calda d'Italia, quando tra il 1400 ed il 1500 la tauromachia ebbe larga voga anche da noi. All'Aquila si celebrarono corride memorande, ed in una di esse il toro ebbe la meglio sul torero infilzandolo. Altrettanta partecipazione si ritrova nella storia religiosa della città, che ebbe diffusa rinomanza per le processioni e per le sacre rappresentazioni che vi si tenevano, per lo stuolo di Santi e di Beati che la predilissero, per gli ordini, i monasteri, i conventi e le confraternite che la popolavano. E non pare azzardato individuare la matrice di siffatti tradizione e carattere, nella verticale vicenda celestiniana che rimonta agli albori della comunità aquilana, e che espresse l'ultima vampata della spiritualità medioevale. Erano i secoli che avevano visto inasprirsi fino allo scisma il confronto tra la "Ecclesia spiritualis" degli agostiniani, dei catari, patarini, arnaldisti e valdesi, di Francesco d'Assisi, Gioacchino da Fiore e Pietro del Morrone, e la "Ecclesia carnalis" dei politici e dei canonisti. Ebbene, l'ultimo atto di quel confronto, decisivo per l'avvenire dell'umanità, ebbe per teatro L'Aquila: "Il corteo fastoso dei cardinali, di alti dignitari della Chiesa, di principi, che si snodò attraverso le strade della Campania verso gli altopiani d'Abruzzo, per accompagnare il papa fino alla sua solenne incoronazione, avvenuta all'Aquila in Santa Maria di Collemaggio, rappresentò il supremo omaggio tributato dal torbido mondo politico del secolo tredicesimo alla purezza dell'ideale pauperistico" (Raffaello Morghen, Medioevo Cristiano, Laterza 1970). Il 29 agosto 1294 fu il canto del cigno d'un'epoca, di una concezione della vita e della morte: e gli aquilani ne rappresentarono il coro attorno al fragile protagonista, quel Celestino V che in capo a cinque mesi avrebbe opposto il "gran rifiuto" alle pressioni del temporalismo, alla marea montante delle esigenze nuove. Gli succedette, infatti, il colossale personaggio che fu Bonifacio VIII, massimo campione dell'altra "Ecclesia". In più di una contingenza storica, quindi, L'Aquila ebbe a trovarsi nell'occhio del ciclone. E non fu grande solo per questo. La geografia la volle punto nevralgico sull'asse Firenze- Napoli e tanto vicina alla Roma papale, che divenne ragguardevole proprio in forza dell'influenza che esercitò nel gioco politico delle maggiori potenze del tempo: la Firenze medicea, il Reame di Napoli e lo Stato Pontificio. Cavalcando per quindici giorni dall'alba al tramonto da Firenze, attraverso Perugia, Terni, Rieti, L'Aquila, Sulmona e Teano, si raggiungeva Napoli per l'unica via di terra possibile. Il che pose L'Aquila al centro di una vera e propria "carovaniera" che funse da cerniera tra nord e sud e da ponte per lo scambio delle idee e delle esperienze. Favorita dalle comunicazioni, fiorente e doviziosa nell'industria della lana e dello zafferano, come nell'artigianato più vario e nei commerci e nella finanza, L'Aquila assurse nei secoli XIV e XV al rango dei più illustri Comuni d'Italia, e fu gelosissima dei molti "privilegi" conseguiti per merito oppure strappati con la forza. Ebbe la stessa popolazione di Firenze e di Genova, non di molto inferiore a Napoli, Milano, Venezia e Palermo. La vita cittadina, articolata in esemplari magistrature, statuti e corporazioni, si svolse operosa nella prosperità e nel fervore collettivo. Lo stanno a testimoniare le sue grandi vestigia: la Fontana delle 99 Cannelle, le mura, la Basilica di Collemaggio, quella di San Bernardino, il Palazzo civico, i templi rionali, per non parlare che dei monumenti sopravvissuti ai catastrofici terremoti che l'afflissero. Sarebbe incomprensibile siffatta imponente mole di realizzazioni architettoniche, senza evocare lo sforzo e l'impegno dell'intera cittadinanza e soprattutto il contributo finanziario dei ricchi e dei potenti. Unicamente rigogliose ed opulente comunità civiche sarebbero state capaci, in quei tempi, di voltar cupole, innalzare torri e campanili, edificare palazzi e cattedrali simili alle gemme di questa città. Oggi, tanto glorioso passato si legge nella patina d'oro che al tramonto dona luminosità alle stupende fronti delle chiese aquilane. E si legge fin nel volto dell'umile popolano, caustico testimone di un'epoca che declina: altero, signore, saggio, diffidente e maestro di arguzia, ospitale ed aperto quant'altri mai, sempre però con misura e senza piaggeria, "snobbatore" per eccellenza di vivi e di morti, leale ma tignoso, fulmineo alla protesta ed alla sobillazione contro chiunque osi fare torto all'"Aquila bella sé" (la sua Aquila bella). Questa la città, questa la sua gente. Chi voglia assaporarne le intime, intense seduzioni, raggiunga e riscopra i solenni monumenti del passato per i segreti, tortuosi ed animati vicoli, chiassetti, sdruccioli ed archi dei quartieri medioevali, lungo un ideale itinerario che risalga il tempo sino ai confini della cabala e della leggenda. Soltanto cosi il "novantanove" cesserà di essere un numero. (13)
(1) Ansa, Roma, ore 9,06, 24 agosto 1990 (torna al testo) (2) "Presunto innocente, cronaca del caso Perruzza", pag. 273, Edizioni Tracce (torna al testo) (3) Ibidem, pagg. 224-227, Edizioni Tracce (torna al testo) (4) Il titolo originale è "Cuando era feliz e indocumentado", 1973 (torna al testo) (5) "Un giornalista felice e sconosciuto", pagg. 189-190, Feltrinelli Editore, 1974 (torna al testo) (6) Dall'Archivio Cecchini (torna al testo) (7) Dall'Archivio Cecchini, L'Aquila, 6 settembre 1948 (torna al testo) (8) Vedi pag. (torna al testo) (9) Volpe prese, al primo turno, 11.785 voti (pari al 26,8%) contro i 14.294 (32,5%) di Centi. Le preferenze di quest'ultimo, sostenuto dalle liste Pds, Uniti per L'Aquila e La Rete, saliranno a 20.209 (57,01%) al ballottaggio contro i 15.101 (42,99%) dell'avversario espressione delle liste Forza Italia, Alleanza nazionale e Lega Italia Federale (torna al testo) (10) Nato nel 1313 a Roma da famiglia modesta, figlio di un taverniere e di una lavandaia, Cola (Nicola) divenne famoso tra la gente del popolo, a cui teneva discorsi contro la corruzione del governo e contro le ingiustizie sociali. Nel maggio 1347 guidò una rivolta e mise in fuga i senatori, proclamandosi tribuno del popolo ed emanando una nuova costituzione. Ma il suo governo ben presto si trasformò in una sanguinosa dittatura. Un po' alla volta perse il sostegno della gente e venne accusato di eresia dal Papa. A dicembre dello stesso anno abdicò e lasciò Roma. Anni dopo riconquistò il titolo da tribuno ma la popolazione si ribellò fino alla rivolta dell'ottobre 1354 quando la gente circondò il municipio sul Campidoglio. Cola tentò di travestirsi, annerendosi il volto ed indossando abiti plebei. Ma dimenticò di togliersi i braccialetti d'oro e fu così riconosciuto, catturato ed ucciso. (torna al testo) (11) Cecchini, sostenuto dalle liste Ppi e Democratici progressisti, riportò 10.217 voti (pari al 23,2%). Gli altri candidati al primo turno, oltre Centi e Volpe, furono Corrado Ruggeri per Movimento aquilano Buon Governo e Riformatori per L'Aquila (3.832 voti pari all'8,7%), Carlo Benedetti per Rifondazione comunista (1.803 voti pari al 4,1%), Antonio Mazzotta per Città nuova (1.232 voti pari al 2,8%) e Onorino Vespa per Forza L'Aquila (811 voti pari all'1,9%) (torna al testo) (12) Intervista realizzata il 13 aprile 2004 (torna al testo) (13) "L'Aquila città del novantanove", L'Aquila 1972, G.Tazzi Editore (torna al testo)
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