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"Il Messaggero"
23 maggio 2009
QUELLE TRE SUORE CHE TORNANO A VIVERE NEL CUORE TRAFITTO DELLA CITTÀ
di ANGELO DE NICOLA
L'AQUILA - Eroiche. Conosciute come "Le Ultime", le suore di clausura del monastero di San Basilio, sono "Le Prime" a tornare a dimorare nella "zona rossa" dell'Aquila sventrata dal terremoto. Un atto di fede, certo. Ma anche uno straordinario primato civico, quasi una "breccia di Porta Pia" nel convento più antico della città, proprio mentre si fanno insistenti le voci di imminenti manifestazioni popolari per sollecitare l'apertura almeno di varchi nella "zona rossa" ed alla vigilia dei primi sopralluoghi di verifica di agibilità, ieri pomeriggio annunciati per dopodomani, nel centro storico.
Eroiche la badessa del monastero suor Margherita, con suor Angela e suor
Celeste. Da qualche giorno sono tornate "a casa": una casetta di legno piazzata
nell'orto del loro antico e cadente (era già malandato, peraltro) monastero di
San Basilio che da diciassette secoli occupa lo sperone Ovest del perimetro
fortificato, quello cioè accanto al vecchio ospedale San Salvatore (a due passi
dalla Fontana Luminosa) che domina dall'alto viale della Croce Rossa. Un
monastero che è l'ultimo avamposto dell'Ordine dei Celestini, «il più potente
Ordine che la Chiesa ricordi» fondato da Papa Celestino V ma poi sparito alla
fine del Settecento. Ecco, le nove suore celestine che occupavano il monastero
fino al 6 aprile sono "Le ultime" eredi di quell'Ordine.
Suor Margherita, suore Angela e suor Celeste non ne potevano più di andar
peregrinando. Salve per miracolo, con le altre sei sorelle, nella notte della
fine del mondo quando l'orco le ha sorprese nelle loro cellette al primo piano,
le suore sono state subito soccorse da uno dei tanti "Amici di San Basilio",
Cesare Ianni che, abitando a due passi, ha pensato che potessero essere in
difficoltà. Erano impaurite, infreddolite e spaesate, ammassate come pulcini
nell'orto. Sono state subito affidate alle forze dell'Ordine.
Per un giorno e mezzo, le nove sono state ospitate nella tendopoli di piazza
d'Armi: la loro tenda è stata subito ribattezzata "il Convento". «A piazza
d'Armi siamo state trattate benissimo- racconta suor Margherita, per nulla
sorpresa dal blitz del cronista nell'orto (la porta era aperta...), quasi che
s'aspettasse la visita-. Hanno fatto del tutto per garantirci la nostra privacy
di suore di clausura. Ma lì non potevamo stare...».
Così "Le ultime di Celestino" si sono dovute separare: un gruppo di sei guidate
dalla battagliera suor Germana (con lei suor Agnese, suor Giovanna, suor
Chiara, suor Benedetta e suor Teresa) hanno trovato rifugio presso la
casa-madre della loro Confederazione in Puglia, a Castellana Grotte in
provincia di Bari. «Lì stanno bene. Sono anche venute a trovarci l'altro
giorno» spiega la badessa.
Le altre tre, invece, sono state prima trasferite in un convento a Umbertide.
Ma suor Margherita aveva già in mente di tornare "a casa". Così, su
interessamento di padre Quirino Salomone, s'è deciso per un riavvicinamento.
«Ci hanno ospitato nella tendopoli di Fossa- racconta suor Celeste, la più
giovane del gruppo con i suoi quarant'anni, 23 dei quali trascorsi a San
Basilio-. Ci hanno assegnato una roulotte. Nei letti non ci entravamo proprio.
Una nottataccia! Meglio tornare "a casa"...». L'ultimo tentativo in un
monastero ad Avezzano. Poi, ha prevalso la fede. «Siamo tornate. Dovevamo
tornare- sussurra quasi tra sè e sè suor Margherita, come se fosse una
preghiera detta e ridetta più volte-. Nessuno ci poteva fermare. Siamo suore di
clausura. Siamo le eredi di Celestino V. Non potevamo arrenderci al terremoto.
Non è accaduto nel Quattrocento e nel Settecento. Non doveva accadere ora. Io
sono qui dal 15 agosto del 1950: avevo 15 anni. La clausura non era quella di
oggi: poteva entrare solo il sacerdote e il medico».
Eccole qui, la badessa, suor Angela e suor Celeste. Il loro convento è, ora,
una casetta di legno chiaro,
«Anche qui nell'orto non è poi così sicuro...- prova a dire un vigile del
fuoco-. Quel campanile è pericolante. Anche la cupola. Se vengono giù è un
guaio...». La badessa ha la risposta pronta: «E allora fate subito a venire a
puntellare quel che c'è da puntellare. Abbiamo già richiesto più volte il
sopralluogo. Finora non è venuto nessuno. Noi, da qui non ce ne andiamo».
«E di cosa avete bisogno?» chiede ancora il vigile. Le tre sorelle si guardano
negli occhi. Non sono abituate a chiedere: «Beh, ci servirebbe un bagno ed una
doccia: all'aperto è un po' complicato...». «E per mangiare, come fate?». «Per
l'acqua potabile ci ha pensato la Protezione civile. Per il resto ci affidiamo
alla volontà del Signore...». E agli "Amici di San Basilio". Eroiche.
L'ipotesi della probabile origine equiziana è conferma dal fatto che nel
convento sono tuttora custodite gran parte delle ossa del corpo di San Germano,
frate mendicante e portinaio dell'antico monastero equiziano. Nel 1320 il
Capitolo di San Pietro in Roma fece dono ad alcune nobildonne cittadine di una
casa ed un terreno adiacente per ricostruire presso le mura di cinta della
città, un monastero sotto il titolo di San Basilio per professarvi la Regola
Benedettina.
Tale monastero, che fu detto "della povera vita", raggiunse una posizione di
grande prestigio cittadino tanto che fu scelto a luogo di riposo della
nobildonna italo-spagnola Maria Perecia Camponeschi, nonna di Papa Paolo IV, in
occasione della morte del marito Lalle Camponeschi, patrizio cittadino, Conte
di Montorio. Il convento venne inoltre incluso nell'itinerario della Regina
Giovanna d'Aragona, in occasione della sua visita in città nel 1493. Godeva
anche della "protezione" personalmente accordata dalla Governatrice Margherita
d'Austria che risiedette in città appunto nel palazzo Margherita (oggi sede del
Comune).
Verso la fine del 1500, molti monasteri benedettini aquilani passarono alla
osservanza Celestina tra cui San Basilio. Durante la Prima guerra mondiale,
moltissimi monasteri furono soppressi, tra i quali quello di San Basilio e
tutti gli altri benedettini. Le claustrali di San Basilio, cacciate via dalla
propria casa, provvisoriamente furono ospitate in baracche situate dentro il
grande orto del Monastero di S.M. Maddalena, nei pressi del rione di S. M. di
Farfa.
Solo nel 1932, per interessamento dell'allora arcivescovo Gaudenzio Mannelli,
si poté ottenere la restituzione di una parte del monastero, e così le monache
poterono rientrare nella propria casa e riprendere piano piano la propria vita.
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