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"Il Messaggero"
26 aprile 2009
L'ALTRO 25 APRILE di MARCELLO, EROE DELLA RESISTENZA
di ANGELO DE NICOLA
FRANCAVILLA - Quando nella saletta d'attesa del Centro dialisi ha visto arrivare il cronista aquilano, gli si sono illuminati gli occhi. Avrebbe voluto piangere, ma da vecchio combattente non l'ha fatto. Marcello Liberatore, eroe della Resistenza aquilana, medaglia di bronzo al valore e invalido di guerra, non avrebbe mai immaginato di "festeggiare" così, a 83 anni, il 25 aprile (ancor più mesto per la recente scomparsa dell'anziano fratello Giacomino, seppellito venerdì).
Il terremoto lo ha catapultato a in un hotel a Francavilla, col guai, in più,
di dover fare la dialisi. «Meno male- dice- che ho trovato questo Centro. Noi,
qui, siamo in paradiso. Per favore, scrivilo sul giornale. Il Centro, un vero
gioiello a Francavilla Alta, è l'Unità di dialisi decentrata "Diaverum"
coordinata dal dottor Raffaele Di Vito (primario dei Nefrologia dell'ospedale
della vicina Ortona) e dalla caposala Anna Domenica Silvidii. Tra i cinque sono
gli sfollati ospitati nel Centro, Marcello si fa notare. E ieri, per
festeggiare la Liberazione, non gli è parso vero di rinverdire con il cronista,
il primario e la caposala, le sue gesta eroiche finite, di recente, in un
pamphlet.
Appena diciottenne, Marcello riuscì ad evadere, con altri duecento detenuti
politici dal carcere aquilano di San Domenico. Racconta, Marcello. Fu un'azione
fulminea e ben orchestrata per sorprendere i tedeschi: era il 10 giugno del
1944, il giorno prima della strage di Onna. Due secondini furono sorpresi
durante un controllo nella cella n. 5 dal fratello più grande di Marcello,
Carletto Liberatore, e da Aurelio Mascaretti. Ma il blitz non dette subito gli
esiti sperati e partirono colpi di moschetto sui detenuti. Quindi, i partigiani
detenuti decisero di aprire una breccia in un muro del lungo corridoio usando
come ariete la porta in ferro divelta da una cella. «Boom, boom, boom- racconta
Marcello-. C'era un aviatore americano che aveva il collo come un toro e tirava
colpi micidiali. Ci misero un po', ma la breccia la aprirono sbucando nel
giardino della casa di Emidio Lopardi mentre la banda di Alfredo Vivio aveva
già tagliato i telefoni e presidiato l'esterno per non dar modo di avvertire i
tedeschi. Io ero già uscito, quando mi ricordai del mio amico e coetaneo Dante
Carosi che era rimasto ferito gravemente a Casale Cappelli il 5 maggio e perciò
detenuto nell'infermeria. Allora tornai indietro. Avevo pochi minuti. Riuscii a
liberarlo. Non stava in piedi, sanguinava, ed io ero pelle e ossa, sfiancato
dalla dura detenzione. Ma ce la facemmo ad uscire. Andammo a casa di mia zia,
in via degli Albanesi, dietro San Pietro. Poi, verso via San Martino. Non
potevo andare a casa, in via Verdi: mi avrebbero preso i tedeschi come mi
confermò, poi, mia madre quando potetti riabbracciarla. Infine arrivammo al
Palazzetto dei nobili in piazza dei Gesuiti dove incontrammo di nuovo la banda
di Vivio che ci scortò fino a Porta Napoli a casa di Vittorio Pesciallo dove
arrivammo esausti ma vivi. Poco dopo ci fu servito un abbondante pranzo offerto
dal ristorante "Macallè".
Che storia! Meglio quella di tragedia o questa del terremoto? «Il terremoto non
mi ha fatto paura. Abitavo al Torrione, in piazza San Pio X. La casa è rimasta
in piedi anche se ho visto torcersi il soffitto come carta da musica ma non è
venuto giù, per fortuna. Ho preso in fretta le mie cose e dal quarto piano sono
sceso in strada: non mi reso conto della tragedia che ci stava colpendo forse
perchè, come mi dicono, la zona del Torrione è stata sostanzialmente
risparmiata. Poi sono arrivato qui a Francavilla. No, la guerra, l'oppressione
è stata un'altra cosa. Per me la tragedia è questa malattia dalla quale non
potrò evadere come feci dal carcere».
E L'Aquila? Secondo il vecchio eroe ce la farà? «Solo se non arriverà la mafia.
E affinchè non arrivi, è indispensabile che ogni appalto sia gestito da chi lo
vince, senza subappaltarlo. Sennò sarà la fine visto il fiume di denaro che
arriverà. L'Aquila risorgerà: noi siamo di razza buona».
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