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Convegno "PROCESSO E STAMPA"

Relazione di Angelo De Nicola
L'Aquila, 4 giugno 2004



1. LA SPETTACOLARIZZAZIONE DEL PROCESSO PENALE

"La stragrande maggioranza
degli errori giudiziari
nasce dall'influsso dei giornali
sulla pubblica opinione
e di quest'ultima sui giudici popolari"

[Ferdinando Imposimato, magistrato]

Debbo innanzitutto ringraziare l'avvocato Amedeo Ciuffetelli, presidente dell'Aiga dell'Aquila, per avermi onorato dell'invito a partecipare ad una giornata di studio su un tema di scottante attualità quale i rapporti tra informazione e giustizia in particolare nel comparto penale. Non posso non rallegrarmi, poi, con lo stesso avv. Ciuffetelli per avermi coinvolto nell'iniziativa in qualità di giornalista autore di un libro, quello sul caso del delitto di Balsorano (Presunto innocente. Cronaca del caso Perruzza, 2003, Edizioni Tracce). Una felice intuizione, la sua, perché il caso, assai seguito nel foro dell'Aquila ma anche in altri fori abruzzesi alcuni dei quali coinvolti nell'intricata vicenda processuale, è emblematico in relazione al tema dell'odierno convegno. Un caso che ha partorito, quello sì un "mostro" (ovvero l'atroce dubbio sull'innocenza del muratore di Balsorano, Michele Perruzza morto d'infarto in carcere, poco più di un anno fa, gridando la sua innocenza) proprio a causa di una eccessiva spettacolarizzazione della vicenda giudiziaria. Lo dico col senno di poi, senza alcuna intenzione di assegnare colpe e sputare sentenze, cospargendomi il capo di cenere visto che in qualche modo anche io ne sono stato protagonista. Il libro, forse, potrebbe servire proprio per riflettere su quello che, da più parti, si è sbagliato al fine di trovare i necessari correttivi.


2. UN CASO EMBLEMATICO

Tre i passaggi fondamentali, documentati attraverso gli articoli dell'epoca presenti nel libro che è una ricostruzione della vicenda attraverso appunto gli articoli a mia firma pubblicati dal Messaggero nell'arco dei 13 anni in cui s'è dipanato il giallo:
  1. Nella notte decisiva per l'intera vicenda, domenica 26 agosto 1990, terzo giorno di forsennate indagini dopo la scoperta del corpicino martoriato di Cristina, il figlio tredicenne del muratore, Mauro Perruzza, dopo essersi tradito mentre era in casa sua con un ispettore della Squadra Mobile, viene portato nella caserma dei carabinieri di Balsorano. Qui confessa: "Sono stato io". E racconta la storia, troppo precisa, specie in base ai risultati dell'autopsia che non può conoscere. "È finita, ce l'abbiamo fatta. Il ragazzo ha confessato ed abbiamo anche parecchi riscontri oggettivi. Sì, sì, è tutto a verbale": così dichiara il Pubblico ministero, poco prima di mezzanotte, ai microfoni del "Tg3 Abruzzo" prima di lasciare Balsorano, dove una folla inferocita vuole linciare il tredicenne, salvato per miracolo dalle forze dell'ordine e trasportato ad Avezzano sia per motivi di ordine pubblico sia per essere ascoltato dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minori.
  2. Ed invece, tre ore dopo, la sorpresa. Alle 2,30, il capitano della Compagnia dei carabinieri di Tagliacozzo, esce dagli uffici della Procura della Repubblica dove si sta effettuando l'interrogatorio. Trafelato dice ai giornalisti: "Fermi tutti, il ragazzo ha ritrattato. Bloccate i giornali, la tv... per carità". E' troppo tardi. La notizia della confessione, giunta proprio al momento di andare in stampa non può più essere ritoccata. Il Messaggero pubblica la notizia (passaggio fondamentale poi trasfuso nel libro) della confessione data subito in pasto alla stampa con il titolo "L'assassino ha tredici anni" (allegato n. 1).
  3. Il giorno dopo, ricostruito quanto avvenuto nella "notte dei misteri" (destinata, comunque, a restare tale) durante la quale Michele Perruzza viene arrestato con l'accusa di essere l'assassino, così il Messaggero (anche questo passaggio è parte integrante del libro) titola: "All'alba il mostro è scoperto" (allegato n. 2). E nella locandina da affiggere nelle edicole si legge: "Il bruto arrestato: lo accusano moglie e figlio" (allegato n. 3). Nelle cronache si racconta di una conferenza stampa tenuta al mattino presto durante la quale il Pm e gli inquirenti si dicono certi degli indizi a carico del muratore. Eccolo il "mostro" (brutto epiteto tanto caro alla cronaca giudiziaria) che non vuole riferirsi a Michele Perruzza, come peraltro certe fotografie contribuiscono a ritrarlo, bensì al caso giudiziario.
Da una pubblica affermazione categorica del Pm ("L'assassino è il ragazzino") ad una pubblica affermazione altrettanto categorica di Pm e inquirenti ("L'assassino è il padre"). Da un titolo categorico (che oggi, per fortuna, nessun giornale farebbe più) e senza via di scampo ("L'assassino ha tredici anni") ad un titolo altrettanto categorico ("All'alba il mostro è scoperto"). Risultato: ancora oggi, quasi 14 anni dopo, non siamo certi della colpevolezza di Michele Perruzza.

Il che rappresenta una sconfitta del sistema. Nel nome del popolo italiano, noi tutti che siamo lo Stato, abbiamo fatto calare la lama della ghigliottina sul collo di un uomo. L'ergastolo (ovvero "fine pena: mai") equivale nel sistema civilizzato alla pena di morte. Ebbene, il sistema, cioè noi, ha condannato un uomo a morte. Dobbiamo rispettare quella sentenza dopo i tre gradi di giudizio (anche se sostanzialmente Perruzza non ha usufruito di un grado di giudizio). Le sentenze vanno rispettate. Ebbene, un altro tribunale, sempre in nome del popolo italiano, cioè noi tutti, ha spazzato via molte delle prove in base alle quali un uomo era stato condannato all'ergastolo. Dunque, se dobbiamo credere al sistema allora dobbiamo credergli sempre.

Di fronte a questo drammatico pareggio, sarebbe stato giusto concedere a Perruzza il processo di revisione. Ma la Corte di Campobasso, "benedetta" poi dalla Cassazione, ha detto che le nuove, clamorose prove a favore di Perruzza emerse da altrettante perizie d'ufficio nel processo-satellite comunque non pareggiano le prove rimaste in piedi. Ha detto l'avvocato Attilio Cecchini, difensore di Perruzza: "La tesi di Stato non poteva, non doveva naufragare". Ma questo è un altro discorso che in questa sede non è pregnante.



3. LA PREVISIONE DI IMPOSIMATO

Ha sostanzialmente ragione, perciò, il giudice Imposimato quando, in un caso giudiziario, assegna (questo suo intervento è stato fatto in occasione di un convegno sul caso dell'assassinio di Marta Russo) grande, se non addirittura decisiva importanza alle notizie che vengono diffuse nei primi giorni. Ma chi dà le notizie? O più precisamente: è tutta colpa dei giornalisti? E cosa possono fare i giornalisti per verificare notizie che provengono dalla più qualificata delle fonti quale è il magistrato inquirente? Nel caso Perruzza, ad esempio, tutta la stampa ha dato notizia (senza poterla verificare e, dunque, non andava data) che la povera Cristina era stata violentata e massacrata a colpi di pietra. Questi due ultimi, fondamentali particolari risulteranno di lì a poco completamente infondati ma, ormai "in circolo", diventeranno "verità". Tanto da aver condizionato l'intera vicenda.

L'autopsia chiarirà che la piccola non è stata violentata. Eppure "violentata" è la prima parola, categorica e senza vie d'uscita, col quale si apre il libro. Un clamoroso errore. Si capisce bene quale differenza c'è, pur restando nell'ambito di un delitto a sfondo sessuale, tra una violenza carnale e "toccamenti" su una bambina di 7 anni in relazione soprattutto all'atroce dubbio se l'omicidio è stato compiuto da un adulto o da un minore.

Quanto alla pietra, soltanto nel processo d'Appello (stendiamo un velo pietoso sul primo grado), la rinnovata difesa di Michele Perruzza chiede di poter visionare il corpo di reato fino ad allora rimasto impacchettato. Si scopre, tra lo stupore generale, che il masso pesa ben 13 chili: avrebbe sicuramente sfondato la testolina della bambina, risultata soltanto ferita. Ebbene, il minore nella sua prima confessione disse che la cuginetta, spaventata dai "giochini" forse spintisi troppo oltre, ha cercato di scappare ma avendo la tutina scesa è inciampata battendo la testa contro un sasso. Alla vista del sangue, poi, il ragazzino l'avrebbe strangolata.

Orbene, quanto alla violenza carnale sarebbe bastato (prima per gli inquirenti e, quindi, per i giornalisti) attendere i risultati dell'autopsia per non infilare un così gratuito errore che ha finito col condizionare l'intera vicenda.

Quanto alla pietra, gli stessi giornalisti (ma anche i giudici d'Assise e gli avvocati difensori in quel grado di giudizio) avrebbero potuto-dovuto cercare di fare le necessarie verifiche. In entrambe le questioni, però, restano i dubbi sul perché siano state fornite tali notizie. Dovevano, forse, servire a corroborare l'immagine del mostro, stupratore e feroce assassino a colpi di pietra? Un'immagine che, per dirla con Imposimato, ha pesato eccome sull'immaginario collettivo. E soprattutto sui giudici popolari. Bastano questi esempi, senza volere ritirare fuori la vicenda dell'arresto di un giornalista, leader del fronte innocentista, all'interno della cui auto un poliziotto mise della droga, per sottolineare, se ce ne fosse bisogno, i pericoli di una spettacolarizzazione dei casi giudiziari. Ma io direi della spettacolarizzazione in generale delle notizie di cronaca giudiziaria. Perché, credo, che nell'epoca dell'immagine, i giornalisti, gli avvocati e i magistrati spesso si trovano, consapevolmente e meno, su un set. Ma la cronaca giudiziaria non è un soap-opera. È un dramma. Specie per chi ne è protagonista, fino a prova contraria, presunto innocente. Non si possono trasformare gli studi televisivi in aule giudiziarie come è avvenuto troppo spesso negli ultimi tempi. Non si può "vendere" il caso Cogne come fosse un film da Oscar. Non è corretto che avvocati col naso incipriato facciano le loro arringhe nei salotti televisivi. Altrimenti, per "par condicio", si dovrebbe consigliare alle Procure di ingaggiare uno "spin doctor", ovvero un guru che sappia "drogare" l'immagine come gli specialisti sanno fare nelle campagne elettorali americane.

Barbara Spinelli, autorevole giornalista della Stampa, ha scritto quale "singolare coro tragico" sia quello che "si esprime in diretta Tv: non coro che purifica ma che ci recluta, trasformando ciascuno di noi in segugi, in spie, in presidenti di tribunali. Singolare ed impaurente rincorsa dei poliziotti, dei magistrati" al fine di giungere, nel rispetto dei tempi della diretta, all'emissione del tanto agognato verdetto, qualunque esso sia. Ma come sottolinea ancora la giornalista, ciò che in questa deviazione del sistema più di ogni altra cosa desta impressione è che in tal modo "le istituzioni specializzate perdono il monopolio sulla politica penale, ed essa viene gestita senza più mediazioni dalla società civile, dall'opinione: dal vicinato. I cittadini, i giornali e la televisione fabbricano i mostri, decidono del loro destino, ma paiono muoversi come sonnambuli. Non sanno la storia che fanno. Non sanno che stanno trasformando una nazione in succursale del commissariato, e quello che era uno Stato penale in società penale".




4. LA PROPOSTA: GIORNALISTI PARTE DEL PROCESSO

C'è un modo per uscirne? Sì, stare alle regole. Che vanno seguite, senza tentennamenti o sconti. E che vanno aggiornate ai tempi lì dove ne hanno bisogno.
Ritengo, personalmente, inutile, puerile e oltremodo dannoso impedire ad un magistrato di poter rilasciare dichiarazioni ai giornalisti. Il danno è doppio: il magistrato furbastro sa che può contare sul segreto professionale del giornalista e, quindi, continuerà a dare notizie sotto banco; il giornalista, che è "costretto" a dare la notizia quando ne viene a conoscenza, non potrà attuare il necessario contraddittorio con l'altra campana, cioè la difesa.
Ritengo umiliante che i giornalisti debbano pietire dichiarazioni dai magistrati o, peggio, gli atti di un processo. A me è capitato che gli atti li abbiano sempre dati gli avvocati, mai i magistrati che pure dicono di "parlare" attraverso di essi.

Molto più autorevolmente del sottoscritto, come ha proposto ai massimi livelli il presidente dell'Ordine della Lombardia Franco Abruzzo, e qui vengo all'aspetto propositivo del mio intervento, è stato già detto che in Italia devono ancora essere attuate alcune sentenze della Corte costituzionale, la quale ha sancito che il giornalista deve avere accesso alle fonti. "Se ciò é vero- ha detto Abruzzo-, il codice di procedura penale andrebbe riformato. Il giornalista, infatti, é stato definito dalla Cassazione un "mediatore intellettuale", che si pone tra i fatti (anche quelli giudiziari) ed il cittadino, lettore, telespettatore, radioascoltatore o navigatore internet che sia. Quindi il codice di procedura penale dovrebbe essere modificato, rendendo il giornalista parte del procedimento giudiziario. Il cronista- insiste Abruzzo-, essendo parte del procedimento, dovrebbe quindi avere accesso alle carte processuali, quando queste vengono depositate, al pari degli avvocati. Il giornalista deve avere la possibilità di fotocopiare gli atti giudiziari depositati come gli avvocati difensori e di parte civile. In tale innovativo contesto, non sussisterebbe alcun alibi per i giornalisti ed in caso di pubblicazione di notizie errate pagherebbero in prima persona e dovrebbero assumersi la responsabilità di aver "deviato" dalla verità processuale. Ciò andrebbe a curare alla radice il problema dei rapporti tra giornalisti e magistrati o avvocati, emancipando i giornalisti, ma rendendoli allo stesso tempo più responsabili in caso di errore. Il giornalista deve avere accesso alle carte processuali, perché il diritto all'informazione é sancito costituzionalmente dall'articolo 21 della Costituzione e dall'articolo 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'Uomo e delle Libertà fondamentali (legge 4 agosto 1955 n. 848). Ormai è maturo il tempo- conclude Abruzzo- perché i giornalisti, come i magistrati, siano inseriti nella Costituzione. Nella carta fondamentale è scritto che i magistrati sono soggetti soltanto alla legge. Nella stessa carta fondamentale va scritto che i giornalisti sono soggetti soltanto alla deontologia professionale. Con ciò intendo dire che il rispetto della deontologia é un valore costituzionale ed é la condizione per il rispetto (articolo 54 della Costituzione) delle leggi da parte dei giornalisti".




5. CONCLUSIONI

"Il sentimento individuale per il diritto
è solidale con il mantenimento della legge.
Diritto e giustizia
non possono in un paese esistere
ed espandersi solo per questo,
che il giudice è sempre pronto a sedere sul tribunale,
e che la polizia sguinzaglia continuamente
attorno gli agenti suoi.
Perché si giunga a sì alto scopo,
occorre che ciascuno per la parte sua vi cooperi".

[Rudolf von Jhering, giurista tedesco
"La lotta per il diritto", 1873]

Daniel Suolez Lariviere, un noto avvocato francese, ha evidenziato, in un suo libro, la interazione tra il sistema giudiziario ed il sistema della comunicazione. In particolare ha sottolineato come sia difficile, nella situazione da circo mediatico giudiziario che s'è creata, difendere i diritti di quanti, per una ragione o per un'altra, sono impopolari. Ed è singolare che quando l'avvocato francese ha dovuto fare un esempio di come e dove tutti questi pericoli hanno toccato il loro punto più alto, e di dove la difesa dei diritti individuali ha toccato il suo punto più basso ha subito pensato ad un paese: l'Italia. Ciò che può aggravare enormemente questa interazione tra giustizia ed informazione, o meglio tra giustizia e spettacolo, è il conformismo dei giornalisti; l'appiattimento di essi sulla tesi, ritenuta per definizione e senza alcuno spirito critico, giusta.

Voglio dire che se noi giornalisti aspiriamo, legittimamente, a diventare "parte" a tutti gli effetti del processo dobbiamo saperci stare e "fare la nostra parte" per onorare l'auspicio, quanto mai attuale, del grande giurista tedesco von Jhering. I giornalisti devono, cioè, rispettare le regole deontologiche così sintetizzabili:

  1. che le notizie siano vere;
  2. che le stesse rivestano interesse pubblico;
  3. che siano scritte civilmente;
  4. che siano riportate nelle loro essenzialità.
Le prime tre regole sono dettate dalla sentenza 5259/1984 della Cassazione (sez. un. pen.); la quarta è stata aggiunta dalla più recente legge sulla privacy (675/1996).
E i giornalisti devono studiare ed aggiornarsi per scansare i pericoli e scongiurare le strumentalizzazioni delle altre "parti". Non a caso si dice che la cronaca giudiziaria non è specialità per tutti. Per me è stata scuola professionale e di vita fondamentale, nonché palestra insostituibile.

Francesco Carnelutti, nelle sue "Lezioni sul processo penale", illustrando il principio di pubblicità del dibattimento, evidenziava come lo stesso trovava una sua spiegazione soltanto in quanto si riconoscesse al pubblico, che ha diritto di partecipare al processo, la qualità di "parte", ma allo stesso tempo ammoniva dalle conseguenze del superamento della "sottile barriera di legno che lo divide dal giudice". Ecco, parafrasando la massima carneluttiana, se il giornalista (che è, abbiamo detto, il "mediatore" tra il processo ed il pubblico) superasse materialmente quella barriera contribuirà a quello che "sarà il linciaggio"; se invece riuscisse a superarla spiritualmente "sarà la parte che giudicherà e non il giudice, cioè non si avrà giudizio". Il monito carneluttiano appare quanto mai d'attualità soltanto se si consideri che quel superamento della linea immaginaria di separazione tra parte-pubblico e giudice spesso oggi risulta compiuto ben prima che s'apra il processo. Il "rito" televisivo rompe ogni mediazione e produce una falsa realtà processuale che viene divorata nell'attimo in cui viene generata. Il mezzo ha bisogno di produrre continui eventi capaci di colpire immediatamente l'immaginario del telespettatore-cittadino attraverso una continua semplificazione dei fatti. Dal corto circuito mediatico emerge una realtà altra rispetto a quella che poi nascerà dal processo ed alla quale non fornirà nessun ausilio (né in termini gnoseologici, né tantomeno di informazione), ma sarà utile solo a se stessa ed allo "spettacolo" che in quel momento si sta celebrando.

Una volta che la società penale, per il tramite del suo nuovo Tribunale televisivo avrà emesso il tanto desiderato verdetto, che "senso" potrà più avere la decisione emessa dal Giudice istituzionale? Sarà quella decisione in grado di appagare le istanze di giustizia di un opinione pubblica ebbra di immagini e di ricostruzioni virtuali, presentate come oggettiva verità? Ed ancora quanto quel pre-giudizio, oramai così pervicacemente inculcato nel tessuto sociale al momento del giudizio, non condizionerà l'unico chiamato, almeno nell'attuale sistema, a ius dicere?

L'Aquila, 4 giugno 2004

Angelo De Nicola